Marcel Petiot – Dottor morte

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La storia che racconteremo oggi parla di un ex militare francese della prima guerra mondiale in cui paradossalmente, gli unici anni di tranquillità criminale che trascorse nella sua vita, furono proprio quelli vissuti al fronte durante la grande guerra.

Molti semplici assassini che hanno servito nei vari eserciti sono stati definiti poi serial killer, solamente per aver commesso una serie di omicidi dopo aver dismesso la divisa ma un serial killer, o assassino seriale, è un pluriomicida di natura compulsiva che uccide persone con caratteristiche comuni, come genere, età, sesso o professione e con un modus operandi specifico.

La natura compulsiva dell’azione, talvolta priva di movente, è in genere legata a traumi della sfera emotivo-sessuale, come isolamento sociale, comportamento irregolare, ossessioni narcisistiche, sessuali ed altri e a Marcel Petiot non mancava niente di questa descrizione.

Marcel Petiot nasce nel gennaio del 1897 ad Auxerre, in Borgogna, in una famiglia che sin dall’infanzia dimostra di non sapersi confrontare con il suo temperamento problematico, fin da piccolo si distingue per una vivida intelligenza vista nelle capacità di lettura, a cinque anni leggeva come un bambino di dieci, ma emerge anche una marcata inclinazione per comportamenti disturbati, a quell’età, il suo “gioco” con gli animali sfocia in abusi e torture che preoccupano chi lo circonda.

A otto anni lancia un altro segnale d’allarme: distribuisce fotografie pornografiche ai compagni di scuola, comportamento che certifica un disturbo precoce; a undici anni, Marcel ruba la pistola del padre e durante una lezione di storia spara dei colpi all’interno dell’aula, costringendo la scuola ad intervenire e segnalando così uno stato di profonda instabilità mentale.

Le espulsioni da istituti scolastici si moltiplicano, mentre l’adolescenza di Petiot è turbata da isolamento, devianze e crescente violenza.

Il 1912 rappresenta il punto di svolta: muore la madre e il padre, trasferitosi altrove per lavoro, decide di affidarlo a una zia, tagliando ogni vincolo affettivo; due anni più tardi, a diciassette anni, compie un attentato curioso a una cassetta postale sottraendo corrispondenza e vandalizzando beni pubblici, il tribunale lo giudica “fortemente disturbato”, consigliando l’invio a controlli psichiatrici, tuttavia non gli viene inflitta una pena detentiva.

Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale la Francia accusa, come altre nazioni coinvolte, carenze di uomini da inviare al fronte: anche i più turbolenti finiscono sul campo di battaglia e nel 1916, Petiot, dopo aver conseguito un diploma in una scuola parigina riservata ai candidati bellici, è arruolato e inviato al fronte occidentale.

Qui, sorprendentemente, dimostra una capacità di canalizzare la sua aggressività contro i nemici, guadagnandosi una certa reputazione tra i compagni d’armi, se ti piace uccidere e sei un civile sei un assassino ma se ti piace uccidere e sei un militare della grande guerra diventi immediatamente un eroe.

Dopo sei mesi di combattimenti cruenti, rimane ferito e viene ricoverato in un ospedale militare ma la convivenza con altri internati, e le pause dalla guerra, fanno emergere una volta di più i segni di squilibrio: viene per la prima volta sottoposto a un esame psichiatrico.

In un contesto dove la traumatizzazione dei soldati è sfruttata per giustificare la loro rimozione dal fronte, Petiot, pur dichiarato malato, viene comunque ritenuto abile e rimandato al fronte nel 1918 fino all’armistizio.

L’attesa del rientro sa di incubo per lui: compie un gesto estremo e si spara ad un piede per ottenere il congedo immediato e le autorità sanitarie confermano la sua disabilità e gli assegnano una pensione di inabilità in attesa di una valutazione psichiatrica definitiva.

Nel 1920 una nuova valutazione conferma la presenza di disturbi mentali gravi ritenendolo meritevole di ricovero, tuttavia, Petiot è già riuscito a inserirsi nella vita civile sotto un’altra veste: durante la degenza ospedaliera frequenta un percorso accelerato per laurearsi in medicina, approfittando dell’attenzione riservata ai reduci.

Ottiene così una “laurea breve” e inizia ad esercitare, arrivando persino a lavorare in un istituto psichiatrico, l’esatto stesso tipo di struttura in cui, secondo indicazioni mediche, avrebbe dovuto essere internato.

Nel 1921 Petiot si trasferisce a Villeneuve-sur-Yonne, un piccolo paese in cui apre un proprio studio medico a soli ventiquattro anni, il giovane dottore riesce rapidamente a conquistare la fiducia della cittadinanza, sostenendo di possedere conoscenze più moderne e innovative dei colleghi locali.

La facciata rispettabile non regge a lungo: nel 1926 emerge uno scandalo sessuale quando Petiot viene sospettato di avere una relazione amorosa con Louise Delaveau, figlia di una sua paziente, di lì a poco la casa della madre di Louise viene rapinata e data alle fiamme; la ragazza scompare e il suo corpo, irriconoscibile, viene trovato poco dopo dentro un baule in un fiume.

In un sorprendente salto di carriera, nel 1927 Petiot si candida a sindaco di Villeneuve-sur-Yonne e nonostante la reputazione compromessa viene eletto, nello stesso anno sposa una giovane di buona famiglia e hanno un figlio.

Ma la politica locale si rivela un terreno pericoloso: durante i quasi sei anni di mandato Petiot viene ripetutamente accusato di frode, appropriazione indebita, malversazione e altri reati amministrativi e nel 1930, fra le vicende oscure emerse fra furti e l’incendio alla casa di un sindacalista, muore anche la moglie di quest’ultimo per mano di apparenti ignoti.

Nel 1932, a seguito degli scandali, Petiot è costretto a dimettersi, si trasferisce così a Parigi e apre un nuovo studio, rinnova la sua attività pubblica fino a quando la moglie riesce a farlo ricoverare in una clinica psichiatrica, da cui esce “guarito” dopo pochi mesi.

Da questo momento una spirale di denunce e segnalazioni riguardanti pratiche mediche illecite emerge, aprendo la strada alla sua successiva discesa nel baratro criminale.

Con l’occupazione tedesca e la caduta francese nel 1940, Marcel Petiot scorge un’opportunità di profitto oscuro, continua sì ad esercitare come medico ma presto emergono sospetti di traffico illecito di stupefacenti, in particolare morfina, causata da somministrazioni e overdose sospette ai pazienti.

Gradualmente, organizza una vasta rete criminale, recluta procacciatori di “clienti”, gente che gli procura persone vulnerabili come ebrei in fuga, disertori e criminali, offre loro protezione e documenti falsi per l’espatrio in cambio di 25.000 franchi, una cifra molto alta per l’epoca.

Ma in realtà le vittime, ignare del pericolo, vengono portate presso il suo studio con la scusa di dover subire vaccinazioni o trattamenti medici, qui vengono avvelenate, presumibilmente con cianuro, derubate di beni e soldi, e uccise.

I cadaveri vengono inizialmente smaltiti nella Senna, ma con l’aumento delle vittime la necessità di un sistema “industriale” di smaltimento diventa cruciale.

Così nel suo palazzo predispone un “forno” artigianale, grandi recipienti di acido e, in un locale sotterraneo, una mini camera a gas dotata di feritoia, da cui osservava l’agonia delle vittime, i suoi sotterranei erano ingombri di ossa, resti umani, borse, vestiti e oggetti personali delle vittime: feticci come quelli conservati nei campi di sterminio nazisti.

Il 6 marzo 1944 i vicini, esasperati da fumi nauseabondi provenienti dal palazzo di Petiot, avvisano i vigili del fuoco e la polizia, quando le forze dell’ordine entrano, scoprono un orrore macabro: un forno attivo, cadaveri bruciati, resti smembrati e sacchi pieni di ossa.

Petiot, non trovandosi sul posto, rientra in bicicletta e fermato dalla polizia li inganna affermando di essere un membro della Resistenza e che le vittime erano agenti infiltrati della Gestapo; a suo dire, necessitava di coperture e silenzio per mantenere operativa una rete segreta.

Il commissario, attratto da questa tesi, avverte comunque la Gestapo che emette un ordine di arresto per Petiot ma le autorità francesi, confondendo vittima e carnefice, lo lasciano andare e Petiot riesce così a sparire nel nulla.

Durante i mesi di latitanza, le autorità francesi capiscono di essere state ingannate: nel palazzo vi erano 27 morti, la maggior parte ebrei e civili innocenti.

La pressione cresce, ma Petiot sfrutta il caos del regime post-liberazione: con lo sbarco alleato in Normandia del giugno 1944, l’agitazione dell’Paris libérée confonde le indagini e favorisce la fuga.

A settembre il commissario Georges Victor Massu, con già oltre 3.000 casi risolti, intuisce dove si nasconde Petiot: a Parigi, sotto falso nome, travestito da ufficiale delle Forces Françaises de l’Intérieur, le polizie interne create dopo la liberazione per mantenere la sicurezza nella città, paradossalmente Petiot era a capo di un’unità incaricata di organizzare la sua stessa cattura.

Il 31 ottobre 1944, nel corso di una retata, Massu lo arresta mentre è in uniforme, con 40.000 franchi e documenti falsi intestati a sei identità differenti, l’inganno finalmente crolla.

Rinchiuso in carcere, Petiot attende fino al 1946 l’inizio del processo, le imputazioni includono 27 omicidi, ma lui sfrontatamente dichiara di averne compiuti almeno 63 tra il 1940 e la data della cattura, sostenendo di aver eliminato solo tedeschi o loro complici.

L’apertura dell’aula mostra però una realtà molto diversa: molte vittime sono civili, ebrei o innocenti e le prove raccolte parlano chiaro, centinaia di effetti personali, resti umani, ricordi, feticci, per Petiot si richiede la massima pena possibile.

Il processo si conclude con una condanna assoluta e Petiot, riconosciuto colpevole, viene condannato a morte e il 25 maggio 1946, nella prigione parigina di La Santé subisce la pena capitale mediante ghigliottina.

Ma ne aveva fermato solamente uno.

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