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Umberto di Savoia è una persona qualunque.

Umberto Maria Vittorio Amedeo Giuseppe di Savoia, conte di Salemi era figlio di Amedeo I di Spagna e della sua seconda moglie Maria Letizia Bonaparte, Umberto di Savoia nacque a Torino il 22 giugno 1889 e il 2 dicembre dello stesso anno, con regio decreto, il Re Umberto I conferì al nipote il titolo di Conte di Salemi, il titolo ricordava l’impresa dei Mille con la quale, proprio a Salemi, ebbe inizio il processo di unificazione del Paese.
Rimasto orfano del padre poco dopo la nascita, venne educato dalla madre Maria Letizia e dalla nonna e zia Maria Clotilde, era il fratellastro di Emanuele Filiberto di Savoia, di Vittorio Emanuele di Savoia, conte di Torino, e di Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi, Umberto studiò in un collegio non militare, unico in Casa Savoia, a Moncalieri e terminato il corso liceale nel 1908, entrò nell’Accademia navale di Livorno.
Nel 1915 Umberto si arruolò volontario nella prima guerra mondiale, come semplice soldato, fu mandato in prima linea per sua esplicita richiesta, combatté coi bombardieri, venne ferito e promosso nel maggio 1917 al grado di tenente in servizio permanente per merito di guerra e si guadagnò due medaglie d’argento al valore militare, combatté nel reggimento “Cavalleggeri di Treviso” sul Carso e sul Monte Grappa.
A questo punto del racconto, purtroppo, dobbiamo parlare di ciò che avvenne in quegli anni; la prima guerra mondiale tolse la vita a milioni di persone ma c’era un nemico comune a tutti gli eserciti che mieteva vittime senza nemmeno curarsi del colore della divisa che veniva portata da loro: l’influenza spagnola.
Conosciuta anche come la spagnola o la grande influenza, fu una pandemia influenzale di natura virale e insolitamente mortale, che fra il 1918 e il 1920 uccise dalle decine al centinaio di milioni di persone nel mondo.
Studi più recenti, basati principalmente su referti medici originali del periodo della pandemia, hanno rilevato che l’infezione virale stessa non era molto più aggressiva di altre influenze precedenti, ma le circostanze speciali come la guerra, la malnutrizione, i campi medici e ospedali sovraffollati e la scarsa igiene contribuirono spesso anche a una conseguente superinfezione batterica nelle persone già duramente debilitate dal virus e che uccise la maggior parte degli ammalati, in genere dopo un periodo prolungato di degenza.
In sostanza, in Europa, il diffondersi della pandemia fu favorito dalla concomitanza degli eventi bellici relativi alla prima guerra mondiale, nel 1918 il conflitto durava ormai da quattro anni ed era diventato una guerra di posizione, milioni di militari vivevano quindi ammassati in trincee sui vari fronti favorendo così la diffusione del virus.
All’influenza fu dato il nome di “spagnola” poiché la sua esistenza fu riportata dapprima soltanto dai giornali spagnoli, la Spagna non era coinvolta nella prima guerra mondiale e la sua stampa non era soggetta alla censura di guerra mentre nei paesi belligeranti la rapida diffusione della malattia fu nascosta dai mezzi d’informazione, che tendevano a parlarne come di un’epidemia circoscritta alla Spagna e dove venne colpito anche il re Alfonso XIII.
I tipici dati epidemiologici relativi alla pandemia cosiddetta “spagnola” sono da anni oggetto di controversia scientifica e sembrerebbe improbabile che si possano mai calcolare cifre veramente accurate relative alla mortalità e letalità dell’influenza spagnola, ma, detto questo, i dati che ci arrivano parlano del fatto che arrivò a infettare circa 500 milioni di persone in tutto il mondo, inclusi alcuni abitanti di remote isole dell’Oceano Pacifico e del Mar Glaciale Artico.
La spagnola provocò il decesso di 50 milioni di persone su una popolazione mondiale di circa 2 miliardi, il 2,5% per intenderci e, facendo un paragone moderno, al giorno d’oggi la popolazione mondiale è di 8 miliardi di persone ed il Covid ne ha uccisi 7 milioni, lo 0,09%.
In Italia si stima che le vittime furono almeno 600.000, con un’incidenza di circa l’1,5% della popolazione di quasi 40 milioni di abitanti, il primo allarme venne lanciato a Sossano, in provincia di Vicenza, nel settembre del 1918 quando il capitano medico dirigente del Servizio sanitario del secondo gruppo reparti d’assalto invitò il sindaco a chiudere le scuole per una sospetta epidemia di tifo.
La mortalità totale le valse la definizione di più grave forma di pandemia della storia dell’umanità, si calcola che questa influenza abbia ucciso più persone in 24 settimane che l’AIDS in 24 anni e, in un anno, più di quante ne abbia uccise la peste nera del XIV secolo nel secolo intero.
La malattia ridusse notevolmente l’aspettativa di vita dell’inizio del XX secolo che, nel primo anno dal diffondersi della pandemia, risultava diminuita di circa 12 anni, la maggior parte delle epidemie influenzali uccide quasi esclusivamente pazienti anziani o già indeboliti; al contrario, la pandemia del 1918 stroncò prevalentemente giovani adulti precedentemente sani.
Sono state formulate diverse possibili spiegazioni per l’alto tasso di mortalità di questa pandemia, alcune ricerche suggeriscono che la variante specifica del virus avesse una natura insolitamente aggressiva e si è quindi ritenuto che nei giovani adulti l’elevata mortalità fosse legata alle forti reazioni immunitarie; mentre la probabilità di sopravvivenza, in alcune aree, paradossalmente sarebbe stata più elevata in soggetti con sistema immunitario più debole, come bambini e anziani.
Una volta ritrovato e ricostruito il virus responsabile della Spagnola, è stato possibile studiarlo più approfonditamente, ma le proprietà che lo hanno reso così devastante non sono state ben comprese.
Quando una persona infetta starnutisce o tossisce, più di mezzo milione di particelle virali possono essere diffuse nelle vicinanze, gli alloggi sovraffollati e i massicci movimenti delle truppe impegnate nella prima guerra mondiale affrettarono la pandemia e probabilmente accelerarono la trasmissione e la mutazione del virus.
Alcuni ipotizzano che il sistema immunitario dei soldati fosse fortemente indebolito dalla malnutrizione, dallo stress dei combattimenti e dalla paura degli attacchi chimici, e così essi sarebbero stati particolarmente suscettibili alla malattia.
Un ulteriore importante fattore a livello globale che favorì la propagazione della pandemia fu l’incremento dei viaggi, i moderni sistemi di trasporto resero più facile a soldati, marinai e semplici viaggiatori civili spostarsi nel mondo e diffondere inconsapevolmente la malattia.
Umberto di Savoia si ammalò di febbre spagnola sul Monte Grappa e morì nel 1918, celibe e senza figli, il bollettino ufficiale di corte lo disse morto dopo un combattimento sul Grappa, in seguito a delle ferite di guerra ma in realtà morì di spagnola nell’ospedale militare approntato a Villa Chiavacci e presso quella villa una lapide affissa per l’ottavo anniversario della morte ne ricorda il breve soggiorno e gli ultimi giorni.
Non fu certo l’unica vittima illustre della pandemia spagnola, oltre a lui ricordiamo Francisco de Paula Rodrigues Alves, Presidente del Brasile dal 15 novembre 1902 al 15 novembre 1906, fu eletto nuovamente nel 1919 ma morì prima di entrare in carica.
Furono stroncati dall’influenza anche Erik di Svezia, il Principe di Svezia per l’esattezza, che già soffriva di epilessia e di ritardo mentale probabilmente a causa delle forti cure che furono somministrate alla madre quando era incinta di lui, deceduto di spagnola nel 1918.
Morirono per lo stesso motivo anche lo scrittore Federigo Tozzi, il poeta Guillaume Apollinaire, il drammaturgo Edmond Rostand, l’economista Max Weber, il rivoluzionario russo Jakov Michajlovič Sverdlov, un leader del partito bolscevico e capo di Stato della Russia sovietica all’indomani della conquista del potere da parte dei bolscevichi.
Fu quello che nel luglio del 1918, dopo aver appreso che truppe controrivoluzionarie erano in marcia verso Ekaterinburg dove si trovavano detenuti lo zar deposto Nicola II e la sua famiglia, su sua proposta al comitato centrale esecutivo, ordinò al commissario Jurovskij del Soviet degli Urali di fucilarli e di occultarne i corpi.
L’ordine venne eseguito nella notte del 17 luglio 1918 e sempre su ordine di Sverdlov, venne divulgata la notizia dell’esecuzione del solo ex-zar tacendo riguardo alla famiglia, nel febbraio 1919, mentre si trovava in viaggio per varie conferenze in preparazione dell’ottavo congresso del partito, Sverdlov si ammalò di influenza spagnola e morì poco dopo il suo rientro a Mosca, all’età di trentatré anni.
Altri che fecero la stessa fine furono il pittore Egon Schiele e il sultano Mehmet V, il 35° sultano dell’Impero ottomano e il 99° califfo dell’Islam, regnò dal 1909 fino alla sua morte nel 1918 e morirono sempre per colpa dell’influenza spagnola, anche due dei veggenti di Fatima, i fratellini Francesco Marto e Giacinta Marto, due dei tre “pastorelli” che avrebbero assistito alle apparizioni di Fátima.
Quando Francesco aveva 8 anni e la sorella Giacinta 6, iniziarono a prendersi cura del gregge dei genitori insieme alla cugina Lucia, anche lei pastorella; secondo quanto riferito dai pastorelli, il 13 maggio 1917, a Cova da Iria, vicino alla località portoghese di Fátima, mentre Francesco sorvegliava le pecore al pascolo assieme alla sorella minore Giacinta Marto e alla cugina Lucia dos Santos, apparve loro la Madonna, rivelando tre segreti, noti come “Segreti di Fátima”.
L’episodio si sarebbe ripetuto il 13 di ogni mese successivo, tranne ad agosto, mese in cui si verificò il 19, fino a ottobre; in quest’ultima occasione si verificò il fenomeno noto come “Miracolo del sole”.
A mezzogiorno del 13 ottobre 1917 un numero notevole di persone, radunate alla Cova da Iria, presso la cittadina portoghese di Fátima, ha visto il disco solare cambiare colore, dimensione e posizione per circa dieci minuti, e poi avvicinarsi progressivamente alla terra come se stesse per precipitarvi, l’evento non fu osservato dai tre piccoli veggenti.
I pastorelli riferirono anche che la Madonna aveva rivelato loro la morte prematura di Francesco e Giacinta, aggiungendo che Lucia sarebbe rimasta a lungo sulla Terra, effettivamente avvenne così, poiché Lucia è morta nel 2005, all’età di 98 anni, mentre Giacinta e Francesco morirono precocemente a causa della spagnola.
Francesco si ammalò di influenza spagnola nel dicembre 1918, rimase sereno per tutta la durata della malattia conservando intatta la sua forte fede e facendo la Prima Comunione proprio in tale periodo, morì il 4 aprile 1919.
La malattia di Giacinta fu più lunga e più dolorosa, la bambina venne anche ricoverata, inutilmente, all’ospedale di Lisbona, dove morì il 20 febbraio 1920.
Ma questa, è un’altra storia.

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