Vincenzo, Ubaldo e Luigi – Penne nere

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Vincenzo, Ubaldo e Luigi sono persone qualunque.

Avvicinandoci verso la fine degli episodi del nostro podcast vogliamo fare un doppio omaggio al glorioso corpo degli alpini raccontando le storie di alcuni eroi delle penne nere che resero grande il nostro paese durante la prima guerra mondiale, glorioso corpo di cui ho avuto l’onore di fare parte.

Il primo episodio è dedicato a Vincenzo Albarello, Ubaldo Ingravalle e Luigi Coiralli, tre penne nere con destini diversi vissuti tutti nello stesso periodo e sotto lo stesso cappello.
Vincenzo per tutti, dopo quel 16 giugno 1915, divenne il Conquistatore del Monte Nero, espugnato con un ardito colpo di mano, condotto con appena centotrenta uomini contro un reparto ungherese che lo presidiava.

Il Capitano Vincenzo Arbarello, comandante dell’84a Compagnia del Battaglione Alpini Exilles venne insignito dal Re Vittorio Emanuele III della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia, questo Capitano, già ufficiale di provata esperienza in Libia durante la campagna militare del 1911-12, aveva già una Medaglia di Bronzo al Valor Militare al seguito del 3° Reggimento Alpini, durante le battaglie per la conquista di Derna.

Era chiaro che da lui, e dai suoi Alpini, ci si aspettava l’impossibile, anche la conquista di una cima presidiata da circa 200 ungheresi; giunto all’inizio delle ostilità dai Carpazi, già due settimane prima dell’impresa del Monte Nero, il Capitano Arbarello si rese protagonista della conquista del Monte Hotzliak, per la quale si guadagnò anche una Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Ma presto sarebbe entrato nella storia; tutto ebbe inizio quando era da poco passata la mezzanotte del 16 giugno 1915, attaccando da due diverse direttrici, le Penne Nere iniziarono l’avanzata verso la sommità del Monte Nero e le prime linee delle trincee.

Alle 02.45 la 35a Compagnia, Battaglione Susa, del Capitano Vittorio Varese iniziò la scalata del versante orientale, irrompendo d’assalto nel presidio nemico posto a Quota 2133, catturandone i difensori.

Ma fu l’altro versante quello determinante, dove il Capitano Arbarello alla testa di un plotone si slanciò sulla cima, ingaggiando un furioso combattimento corpo a corpo dove le baionette di entrambi gli eserciti scintillavano sotto i bagliori delle esplosioni.

Quando giunse l’alba, la bandiera italiana sventolava sulla cima di Quota 2245 conquistata e già si rincorrevano le voci dell’eroismo degli Alpini al comando di Vincenzo Arbarello così, promosso Maggiore, Arbarello continuò a combattere nella zona di Tolmino dove, il 16 agosto seguente, rimase ferito.

Tornò nuovamente in linea e raggiunse, tra il marzo e l’aprile 1917, le Alpi Carniche, dove impiantò a Casera Turrié il proprio posto di comando, ma qui, il 2 aprile, lo colse la morte, assieme ad altri quindici Alpini.

Non un colpo di fucile ma una valanga staccatasi dalla cima travolse gli acquartieramenti italiani, uccidendo le Penne Nere e quando giunsero i soccorsi, dopo estenuanti ore di lavoro al gelo, i corpi vennero estratti dal ghiaccio.

Accanto al suo corpo venne rinvenuto un biglietto, scritto di suo pugno, una sorta di testamento spirituale visto l’approssimarsi della fine: “Credevo di morire diversamente: ho cercato di aiutare il mio Tenente Botasso in tutti i modi ma inutilmente: muoio asfissiato nel nome d’Italia“.

Spesso le storie migliori da raccontare sono quelle custodite all’interno di casa nostra, qualche fotografia, qualche lettera ingiallita e qualche cimelio, la storia di un altro alpino, in questo caso, nasce così, per caso.

Sergio Boem ripercorre, infatti, una storia privata, familiare, quella del nonno materno Ubaldo Ingravalle, intrecciandola con la storia nazionale condivisa da un’intera generazioni di giovani, la Prima Guerra Mondiale.

L’anziano parente, a partire dal 1916, servì come Tenente e poi come Capitano nel Battaglione Val Camonica, uno dei reparti costituenti il 5° Reggimento Alpini, tra i più attivi fin dallo scoppio delle ostilità.

Il giovane Tenente Ingravalle giunse al fronte nel marzo 1916, fresco di Accademia Militare, lungo la linea del Monte Rombon, sebbene già duramente provato da un anno di guerra, a maggio, il Val Camonica prese parte a duri scontri per la conquista dei settori e delle trincee austriache prima di vedere concesso un periodo di riposo.

Fin dall’inizio, quindi, Ubaldo Ingravalle ebbe il duro impatto della vita di trincea, della guerra e dei bombardamenti austriaci, uniti agli assalti contro le pendici dei monti dove erano asserragliati gli Austriaci.

Nel corso del conflitto Ingravalle si meritò anche una Medaglia di Bronzo al Valor Militare quando, il 21 novembre 1917, in Località Fontanasecca, dopo aver resistito a costo di gravissime perdite, difatti il Val Camonica perse oltre 450 uomini, messosi alla testa di un piccolo gruppo di Alpini riuscì comunque ad arginare un assalto austriaco.

Il racconto incontra presto le vicende di migliaia di richiamati nel Battaglione Val Camonica tutti con un’età elevata, spesso sopra i quarant’anni di età, padri e mariti delle alte valli della Lombardia prima, e di tutta Italia poi.

Non dovevano in realtà combattere in prima linea ma quel vorace conflitto li vide schierati prima al Tonale, poi sul lontano Rombon e infine macellati nella prima difesa del Monte Grappa nel 1917 dove il Reparto venne annientato e ricostruito due volte, li definirono così “dimenticati”.

Tra i tanti alpini medagliati c’è anche un uomo, una persona qualunque, che si guadagnò una Medaglia d’Argento al Valor Militare quando, in qualità di Capitano dell’8° Reggimento Alpini, Luigi Coralli si distinse a fine marzo 1916 nei combattimenti sul Freikofel.

Attaccando una posizione austriaca conduceva i propri uomini in un attacco fulmineo, riuscendo ad occupare rapidamente la postazione nemica, una guerra, quella combattuta sulle alte cime delle Alpi Carniche, che vide i due contendenti sfidare un nemico comune e molto più letale: la neve e le valanghe.

L’allora Capitano Coralli era giunto su quelle vette dopo essere passato dall’Arma di Fanteria, destinato come Sottotenente presso il 29° Reggimento Fanteria, Brigata Pisa, ma due anni dopo il suo servizio in Fanteria, nel 1910, transitò tra le Penne Nere dove lo scoppio della Grande Guerra lo trovò assegnato all’8° Reggimento.

Trasferito nel settore della Carnia, Luigi Coralli prese parte a numerosi cicli di operazioni, conducendo quegli arditi colpi di mano tra le vette innevate che, il 26 marzo 1916, lo porteranno a ricevere la Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Rimase in linea nello stesso settore fino alla promozione a Maggiore, avvenuta nel febbraio 1917, quando dagli Alpini transitò nuovamente alla Fanteria e assunse il comando di un Battaglione del 68° Reggimento ma passarono pochi mesi e, a seguito dell’offensiva di Caporetto che portò numerosi reparti a sciogliersi, venne nuovamente trasferito presso la Brigata Cremona, 21° Fanteria.

Assumendo il comando del II° Battaglione, il Maggiore Coralli si distinse ancora una volta nei combattimenti lungo la linea del Piave e, in seguito, sul Monte Grappa e sul Monte Pertica.

Iniziata l’offensiva nel giugno 1918, la battaglia che in seguito Gabriele d’Annunzio definirà “del Solstizio”, i Fanti della Brigata Cremona vennero investiti in pieno dalle fanterie nemiche lungo l’intera linea Asiago-Grappa-Piave.

Il Battaglione di Coralli rischiò di essere aggirato e accerchiato, con gli Austro-Ungarici intenzionati ad aprirsi un varco per dilagare nella pianura, nella giornata del 15 giugno, il Maggiore Coralli si mise alla testa dei suoi uomini per contrastare l’avanzata nemica, guidando lui stesso i contrattacchi, ma cadde colpito da una scarica di fucile mentre infuriava la lotta.

Dell’8° Reggimento faceva parte anche Gian Luigi Zucchi, classe 1900, che non aveva ancora compiuti i diciotto anni di età quando cadde, sul Monte Grappa, trafitto da una baionetta austriaca.

Alpino del Battaglione Cividale, lasciò gli studi chiedendo di essere arruolato, nonostante la giovane età, in lui, vi era la volontà di seguire le orme del fratello Giuseppe, Caporale del 2° Reggimento Granatieri, caduto in combattimento sul Monte San Michele il 10 agosto 1916 durante la battaglia per Gorizia.

Arruolato nonostante tutto, divenne una Penna Nera e con gli Alpini, Gian Luigi Zucchi, prenderà parte alle ultime operazioni di guerra dell’anno 1917, dove gli Italiani riuscirono a contenere l’avanzata austriaca conseguente alla rottura del fronte presso Caporetto, sebbene al costo di perdite ingentissime.

L’8° Reggimento, infatti, nell’ottobre 1917 si trovava schierato nel Trentino Orientale, venendo investito in pieno dall’offensiva austro-tedesca; ripiegando sotto l’incalzare delle truppe nemiche, il Battaglione Cividale si attestò sulle cime del Monte Solarolo e del Monte Grappa, per poi essere prontamente ritirato dalla prima linea del fronte e inviato nelle retrovie, a causa delle gravi perdite, così da riorganizzarsi e attendere i rimpiazzi.

Poi venne la battaglia che consacrò Gian Luigi Zucchi, diciassette anni, tra gli Eroi decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare, fu durante un assalto che il giovane Alpino, quando la linea italiana stava per cedere, balzò nuovamente al contrassalto, incoraggiando i veci che, vedendo il suo esempio, lo seguirono.

Improvvisamente, Gian Luigi Zucchi fu visto cadere a terra, era stato infilzato da una baionetta austriaca, dopo che con il suo corpo aveva fatto da scudo al suo superiore che stava per essere sopraffatto.

Ma questa, è un’altra storia.

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