Luigi e Gennaro – Semplicemente alpini

S:4-E:90

Luigi e Gennaro sono persone qualunque.

Continuiamo e concludiamo questa mini serie del nostro podcast dedicata alle storie di alpini della grande guerra raccontando di altri eroi dalla penna nera, racconteremo le storie di Luigi Piglione e Gennaro Sora.

Il Tenente Colonnello Luigi Piglione era uno stratega militare, uomo di grande acume e intelligenza che seppe conciliare la carriera nel Regio Esercito sia dal punto di vista dottrinale che da quello tattico sul campo; era originario di Corsione, in provincia di Asti, dove era nato nel 1866, svolse numerosi incarichi di Stato Maggiore mettendosi immediatamente in luce per le sue doti organizzative.

Durante l’espletamento dei servizi in qualità di Aiutante Maggiore, l’allora Capitano Piglione conseguì, nel 1910, la Laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Torino e quando l’Italia entrò nel primo conflitto mondiale, con il grado di Maggiore, assunse il comando del Battaglione Alpini Saluzzo.

Dislocato in Carnia e sul Pal Piccolo, durante il primo anno di guerra, con il Battaglione ai suoi ordini ebbe il compito di tenere il tratto di fronte tra Monte Culet e Costa Cravostes, nell’esatto punto dove ormai il comando italiano si sarebbe atteso le infiltrazioni da parte degli Austriaci, tanto che: “la zona Carnia era considerata anello di congiunzione fra lo scacchiere giulio e quello trentino-cadorino ed elemento di protezione dei movimenti fra i due scacchieri”.

Un settore, quindi, di vitale importanza, sia per le forze italiane che per quelle austriache, il cui possesso avrebbe certamente agevolato le operazioni militari, ma intanto la guerra proseguiva, con un ardito colpo di mano degno delle migliori tattiche di commandos, gli Austriaci, il 13 febbraio 1916, riuscirono ad occupare l’importante cima del Monte Cukla, dalla cui sommità era possibile pianificare i successivi attacchi alle linee italiane.

Promosso in marzo al grado di Tenente Colonnello, Luigi Piglione venne incaricato di riconquistare, con i suoi Alpini del Saluzzo, la cresta che era andata perduta, iniziò così un lento approccio, che durante tutto il mese di aprile permise agli Italiani di scalare la montagna e di portarsi ad appena una cinquantina di metri dalla vetta, senza essere scorti, prima dell’assalto decisivo.

Il 4 maggio 1916 gli Austriaci contrattaccarono dispiegando sapientemente i suoi uomini, ma in trincee ricavate in poco tempo, le Penne Nere del Tenente Colonnello Piglione riuscirono a respingere l’assalto nemico.

Il tempo, a questo punto, stringeva, l’attacco alla vetta del Cukla doveva essere condotto al più presto e così avvenne sei giorni dopo, il 10 maggio e messosi alla testa dei suoi Alpini, gli uomini del Battaglione Saluzzo colsero di sorpresa il presidio nemico mezzo scosso dal fuoco dell’artiglieria italiana che presagiva l’attacco.

Luigi Piglione balzò tra i primi nella trincea avversaria, riuscendo a sbaragliare in poco tempo le forze nemiche ma venne raggiunto da una pallottola alla gamba, continuò comunque nell’assalto ma due successive raffiche di mitragliatrice, una al petto ed una in fronte, ne stroncarono l’impeto, proprio quando gli Alpini erano ormai prossimi alla conquista della cima tanto contesa.

Gli ultimi Schutzen a difesa vennero fatti prigionieri e condotti nelle retrovie, per giorni gli Italiani verranno sottoposti ad un incessante e martellante fuoco di artiglieria, ma da quel momento, il Monte Cukla restò italiano, e lo restò grazie allo slancio di Luigi Piglione, un ufficiale sempre in testa al suo reparto e mai spettatore nelle retrovie.

Un’ultima storia alpina che vi voglio raccontare ha dell’incredibile e inizia con un resoconto che potrebbe essere l’inizio di un film:

Dal finestrino guardo il pack, vedo che si avvicina, ritengo l’urto inevitabile. Il mio istinto aviatorio si risveglia. Vedo la poppa e gli impennaggi puntati sul ghiaccio, vedo il ghiaccio che si solleva e che ci investe di traverso. Sento un immane scroscio, come di un enorme fascio di canne infranto, e poi non vedo più niente: tutto è diventato buio. Vedo il dirigibile che va via di traverso. Lo vedo in aria per la prima e ultima volta. Ne pendono numerose corde, sulla fiancata spicca la scritta Italia. Sono le 10:33 del 25 maggio”.

Così ricordava il drammatico schianto al Polo Nord Felice Trojani, il timoniere della spedizione guidata dal Generale Umberto Nobile nel 1928 a bordo del Dirigibile Italia; nello schianto sulla calotta polare dell’Artide rimase ucciso Vincenzo Pomella, motorista, mentre altri sei membri dell’equipaggio scomparvero per sempre a bordo dell’aeronave che, alleggerita dal peso della cabina di pilotaggio rimasta sui ghiacci, si alzò nuovamente in aria per continuare il volo ormai senza alcun controllo.

Quando in Italia, e nel resto del mondo, fu chiara la tragedia che era avvenuta al Polo Nord, subito si mise in moto una eccezionale catena di soccorso, Norvegesi, Russi, Americani, Finlandesi, offrirono prontamente il loro aiuto, mettendo a disposizione navi, aerei e cani da slitta attrezzati per la ricerca.

Ovviamente anche l’Italia fece la sua parte, mobilitando quegli uomini da sempre abituati ad operare tra il ghiaccio e le nevi: gli Alpini, e a capo della spedizione delle Penne Nere fu chiamato il Capitano Gennaro Sora, già eroe della Grande Guerra.

Ma chi era Gennaro Sora, da allora ricordato come l’Eroe del Polo?

Originario di Foresto Sparso, nel bergamasco, dove era nato nel 1892, quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale fece molto parlare di sé: riuscì a meritarsi ben tre Medaglie d’Argento ed una di Bronzo al Valor Militare, ottenute in successivi scontri al comando della 52a Compagnia del Battaglione Alpini Edolo.

Tra i suoi uomini, con i quali strinse un forte legame, vi era anche Cesare Battisti, che lo soprannominò Muscoletti, per la sua bassa statura e la sua forza fisica impressionante, Gennario Sora, con i suoi Alpini, operò per tutta la durata della guerra nei settori di Cima Albiolo, sul Mandrone, sul Montozzo e ai Monticelli, dove, ad una quota di oltre 2430 metri, conquistò un caposaldo austriaco il 28 maggio 1918.

E proprio per la grande esperienza acquisita durante il conflitto contro l’Austria, il Capitano Sora venne scelto per guidare una pattugli di Alpini tra il pack dell’Artide alla ricerca di Umberto Nobile e del suo equipaggio scomparso.

Giunto nell’area di ricerca con quella che passerà alla storia come la Pattuglia Artica, composta da altre otto Penne Nere, il 3 giugno 1928 Gennaro Sora decise di iniziare subito le ricerche, purtroppo infruttuose.

Soltanto tre giorni dopo, il 6 giugno, la Nave Soccorso Città di Milano riuscì a captare dei flebili segnali di soccorso, provenienti da una radio da campo miracolosamente salvatasi nello schianto.

Intanto, il giorno 17, Sora poté riprendere le ricerche, ma questa volta non c’erano più i suoi fidati Alpini, con lui, si affiancarono un ingegnere danese, Ludwig Warming, ed un conducente di cani da slitta, il norvegese Sjef Van Dongen.

In realtà, già il 13 giugno l’ufficiale italiano aveva ripreso, senza autorizzazione e rasentando l’insubordinazione, le operazioni di ricerca, ma in un secondo momento giunse l’ordine di ricerca di altri tre naufraghi in cerca di aiuto, i navigatori Filippo Zappi e Adalberto Mariano con il fisico norvegese Finn Malgrem, che si erano avventurati sui ghiacci alla ricerca anch’essi dei soccorsi.

Nella marcia, Malgrem, stremato dalla fatica e dal freddo, non sopravvisse, mentre gli altri due uomini furono in seguito tratti in salvo, intanto, Sora e Van Dongen proseguivano la ricerca, Warming desistette per la fatica rientrando alla base di partenza, ma anche per i due soccorritori rimasti i viveri iniziarono a scarseggiare.

Solo dopo 350 km percorsi tra mille difficoltà, Sora e Van Dongen vennero recuperati da due idrovolanti, era il 13 luglio 1928 e i sopravvissuti del Dirigibile Italia erano già stati recuperati dal Rompighiaccio Krassin, battente bandiera russa.

Da ricordare anche la scomparsa del più grande esploratore polare, il 18 giugno, Roald Amudesn che scomparve con il suo aereo nel Mar Glaciale Artico, nel vano tentativo di individuare la Tenda Rossa, il Generale Nobile e i suoi uomini.

La determinazione dell’ufficiale alpino, però, fu ancora più forte, si offrì, infatti, volontario per guidare una nuova spedizione per ricercare i resti del dirigibile e gli uomini dispersi.

Rientrato in Italia, venne promosso al grado di Maggiore nel 1934, in ritardo, a causa della sua insubordinazione durante i soccorsi e l’istituzione di una commissione di inchiesta sul suo comportamento.

Con l’inizio delle operazioni in Africa Orientale, che poi porteranno alla conquista dell’Etiopia, Gennaro Sora fu chiamato al comando del Battaglione Alpini Speciale Uork Amba, con compiti di presidio, protezione e polizia.

Nell’aprile 1939, durante un’operazione volta alla repressione della resistenza abissina nei confronti dei soldati italiani, il suo reparto partecipò a quello che è passato alla storia come il massacro di Gaia Zeret, nel corso del quale le forze italiane utilizzarono anche armi chimiche contro la popolazione etiope.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo trovò ancora in Africa Orientale, dove, al comando del XX Battaglione si rese protagonista della conquista del Somaliland inglese, il 12 aprile 1941; dopo la capitolazione italiana, fu fatto prigioniero dalle truppe sudafricane ed internato in un campo di prigionia in Kenya.

Liberato a fine guerra, il 12 maggio 1945, rientrò in Italia, e con le nuove Forze Armate repubblicane, e con il grado di Colonnello, fu destinato al comando del Distretto Militare di Como, nel 1949 fu stroncato da un attacco cardiaco, per tutte le Penne Nere, però, restò l’Eroe del Polo.

Ma questa, è un’altra storia.

Podcast audio e video gratuito di 100 episodi su Youtube.

100 episodi del Podcast gratuito anche su Spotify.