Alessandro Tandura

S:1-E:10

Concludiamo la serie sulle più famose SPIE maschili della prima guerra mondiale, dopo essere stati in Francia, Austria e Regno Unito, tornando nella nostra, al tempo, Regia Italia, che nulla aveva che da invidiare alle altre nazioni nemmeno a livello spionistico, raccontando la storia di una spia che fu la prima in assoluto ad imparare a volare.

Popolo strano, noi Italiani, siamo capaci di emozionarci per le grandi imprese di eserciti stranieri, come lo sbarco in Normandia, riportiamo ai posteri le gesta delle nobili spie come Lawrence d’Arabia e poi… ci dimentichiamo dei nostri soldati, che per ardimento e coraggio non furono secondi a nessuno, come già raccontato parlando di Luisa Zeni.

Questo mi ha portato a creare questo podcast e, sempre per questo, l’ho chiamato “Una persona qualunque”, chissà, forse lo facciamo per evitare di essere tacciati come un popolo militarista che non ama la pace e vuole la guerra, io, personalmente, ne parlo per l’esatto contrario, per tenere viva nella memoria tutti gli eroi, e gli orrori, che solo la guerra sa creare.

Dimentichiamo il sacrificio dei Ragazzi del ’99, che dedicarono i loro diciotto anni sul fronte del Piave; dimentichiamo quanti si lanciarono in un assalto disperato alle trincee nemiche armati solo di pugnali e bombe a mano; dimentichiamo che in luoghi come Redipuglia sono sepolti oltre centomila caduti di quella “inutile strage” che aspettano solo un nostro commosso ricordo.

Alessandro Tandura fu uno di questi eroi dimenticati dai più; nacque a Vittorio Veneto il 17 settembre 1893, arruolatosi volontario a 21 anni nel Regio Esercito Italiano venne assegnato al 1º Reggimento Fanteria col grado di Caporale, partecipò alle prime offensive italiane allo scoppio del conflitto sul Monte Podgora, dove, durante un aspro combattimento, venne ferito ad un braccio.

La battaglia del Podgora fu un episodio della seconda battaglia dell’Isonzo svoltosi il 19 luglio 1915 alla quota 240 del monte Podgora, e che impegnò in combattimento il Reggimento Carabinieri Reali, oltre a diversi reggimenti del Regio Esercito italiano, compreso quello di Alessandro Tandura.

Rientra al Corpo il 9 ottobre e, successivamente alla rassegna medica, venne nuovamente inviato in licenza di convalescenza per altri quattro mesi e il 23 febbraio del 1916 fu ricoverato all’ospedale di riserva di Bologna per i postumi della ferita, poi trasferito all’ospedale militare di Campobasso.

Tornato al reparto il 16 maggio, 4 mesi dopo venne trasferito al Deposito del 77º Reggimento fanteria “Toscana”, poi inquadrato nella 333ª Compagnia mitragliatrici FIAT e inviato in territorio di guerra.

Di grandi doti morali e spiccate capacità di comando, venne notato dai suoi ufficiali superiori e, dal 1917, avviato al corso per Allievi Ufficiali, fino alla sua nomina a Sottotenente avvenuta l’11 ottobre dello stesso anno, poche settimane prima dell’offensiva austro-tedesca di Caporetto.

Il 27 dicembre 1917, nonostante una infermità contratta in servizio, chiese ed ottenne di fare rientro al fronte, venendo assegnato al 20º Reggimento d’Assalto Fiamme Nere, gli arditi per intenderci, con il quale prese parte a tutte le azioni del Basso Piave, compresa l’espugnazione della testa di ponte di Capo Sile.

Sul fronte della 3a Armata, nel basso Piave, fra Candelù e Capo Sile, sulla riva destra del fiume, gli Austriaci costituirono tre teste di ponte, che, dopo furiosi combattimenti, riuscirono a congiungere, allargandosi su un fronte di trenta chilometri di sviluppo, per una profondità di sette chilometri.

Ma ciò che fece entrare Alessandro Tandura nella leggenda fu la sua selezione per un’operazione segreta oltre quella linea del Piave, in territorio controllato dal nemico; oggi sarebbe stata eseguita da un reparto di truppe speciali ma nel 1918 venne affidata ad un giovane Tenente degli Arditi, senza alcuna esperienza di spionaggio.

Il Colonnello Amelio Dupont, suo diretto superiore e comandante dell’Ufficio I, ufficio informazioni, da cui poi verrà creato il SIM, il Servizio Informazioni Militari, così riassunse la missione al giovane Tandura:

Noi abbiamo bisogno di gente che si infiltri tra le file del nemico per osservare e riferire. Il compito è estremamente difficile, non glielo nascondo. Ma io conosco gli ufficiali veneti, so quanto stia loro a cuore di prendere la rivincita di Caporetto. Non entro nei particolari dell’impresa: Tenente Tandura, si sente di accettare quanto le propongo?” e Tandura accettò.

Ma ancora più sbalordito fu il modo in cui si infiltrò dietro quelle linee nemiche, lo fece lanciandosi nel vuoto da un aereo, diventando così il primo paracadutista italiano della storia.

Sì, perché il paracadute non esisteva a quei tempi, o meglio, alcuni tentativi di scarso successo erano stati provati ma fu Otto Heinecke che progettò il paracadute che il servizio aereo tedesco introdusse poi ufficialmente nel 1918, diventando il primo servizio aereo al mondo ad avere un paracadute standard.

Il modello di Heinecke è stato prodotto dalla società Schroeder di Berlino, il primo utilizzo con successo di questo paracadute fu da parte del tenente Helmut Steinbrecher della Jagdstaffel 46 che si lanciò il 27 giugno 1918 dal suo aereo da caccia colpito, che così divenne il primo pilota nella storia a farlo con successo.

Sebbene molti piloti siano stati salvati dal progetto di Heinecke alla fine della grande guerra, la sua efficacia era relativamente scarsa, si pensi solo che dei primi 70 aviatori tedeschi a lanciarsi, circa un terzo morì comunque.

Il lancio da 1600 piedi, quasi 500 metri, di Alessandro Tandura avvenne la notte tra l’8 e il 9 agosto 1918, a bordo di un aereo Savoia-Pomilio SP.4 del Gruppo speciale Aviazione I, rabberciato in tutta fretta dopo un grave danneggiamento a seguito di un violento temporale e pilotato dal maggiore William George Barker, canadese, e dal capitano e deputato alla Camera dei comuni William Wedgwood Benn, britannico, entrambi piloti della Royal Air Force.

Il Tenente Tandura NON fece parte di quel terzo di paracadutisti a cui il paracadute non salvò la vita, riuscì ad atterrare incolume ed a iniziare il suo lavoro di spionaggio, venne comunque catturato due volte dagli Austriaci, ma riuscì a fuggire rocambolescamente entrambe le volte, continuando a portare avanti il suo compito di intelligence fino al 30 ottobre 1918, giorno in cui prese avvio l’offensiva finale italiana che culminò con la battaglia di Vittorio Veneto, la sua città nativa.

Tre mesi passati a spiare e cercare di carpire più segreti possibili, riferendo al suo comando tramite l’utilizzo di piccioni viaggiatori, ogni movimento del nemico; il Re Vittorio Emanuele III, alla fine delle ostilità, gli appunterà sul petto anche la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Ma questa missione dietro le linee nemiche del Piave, non avrebbe avuto successo senza l’aiuto della sorella Emma e della moglie del nostro Ufficiale del Regio Esercito, Maddalena Petterle.

Il loro contributo all’operazione spionistica di Tandura, nel frattempo promosso capitano, fu quasi determinante, a più riprese fornirono, di nascosto, informazioni di primaria importanza sui reparti austriaci presenti al fronte, grazie soprattutto all’attività da loro gestita, un piccolo hotel a Vittorio Veneto, e, ovviamente, grazie ai piccioni inviati da Tandura.

Non di rado, infatti, le truppe di Vienna si acquartieravano nelle loro stanze e le due donne, senza essere viste, ricopiavano su bigliettini e pezzi di carta le notizie spiate da cartoline, documenti e carte topografiche degli austroungarici.

Nel 1922, Tandura venne nominato nel servizio permanente effettivo e trasferito in forza al 7º Reggimento alpini e nel gennaio 1925 partì per la Libia in forza al 21º Battaglione indigeni eritreo-misto.

Nel dicembre 1918 il RCTC, il Regio corpo truppe coloniali della Somalia italiana, subì un riordino, che stabilì l’organico a 4 000 effettivi organizzati in 10 compagnie di àscari, sezioni mitragliatrici ed una compagnia cannonieri.

Quando venne ufficialmente costituita, nel 1908, la colonia della Somalia italiana con il proprio RCTC, per distinguere i “battaglioni indigeni” dei due corpi, essi assunsero rispettivamente la denominazione di “Battaglione indigeni eritrei”, o “Battaglione eritreo” e di “Battaglione arabo-somalo”.

Quando infine, dopo la conquista dell’Etiopia, venne proclamato l’Impero, tutti i battaglioni assunsero la denominazione di “Battaglione coloniale”, in Libia, a partire dal 1937, anno dell’annessione della colonia al territorio metropolitano italiano e della relativa estensione della cittadinanza a tutti i libici, la denominazione usata per i reparti di fanteria diventò “Battaglione fanteria libico”.

Alessandro Tandura morirà a Mogadiscio il 29 dicembre proprio di quell’anno, il 1937, dopo aver descritto la sua avventura in Tre mesi di spionaggio oltre Piave; suo figlio Luigi, durante il secondo conflitto mondiale, effettivo al 5° Reggimento Alpini, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 entrò a far parte della Brigata partigiana Osoppo.

Le Brigate Osoppo-Friuli furono formazioni partigiane autonome fondate presso la sede del Seminario Arcivescovile di Udine il 24 dicembre 1943 su iniziativa di volontari di ispirazione laica, socialista e cattolica, gruppi già attivi dopo l’8 settembre nella Carnia e nel Friuli.

Il 28 giugno 1944, rimase ucciso durante uno scontro a fuoco nei pressi di Gorizia, mentre, da solo, copriva la ritirata dei suoi compagni, come il padre prima di lui, venne anch’egli insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare anche se alla Memoria.

Questo è il destino delle spie.


Il nostro podcast “Le Spie della grande guerra” è dedicato alle spie della prima guerra mondiale, persone nascoste nell’ombra che hanno salvato vite studiando, indagando e nascondendosi agli occhi dei nemici.

Questo libro raccoglie le loro vicende reali, avventurose e drammatiche per restituire voce a chi visse la guerra non con le armi, ma con l’intelligenza, l’inganno e la determinazione di chi sfidò il proprio tempo.

Bolo Pascià

S:1-E:9

Dopo esserci occupati dell’inglese Lawrence e dell’austroungarico Redl, proseguiamo la serie sulle SPIE della prima guerra mondiale raccontando la storia del francese Bolo Pascià.
Paul-Marie Bolo nacque da Claude-Philibert-Albert Bolo, notaio e da Marguerite Colas, dopo avere abbandonato gli studi, poco più che ventenne, lavorò prima come barbiere e poi come odontoiatra insieme ad un socio ma dopo tre mesi il Tribunale del commercio di Marsiglia ordinò lo scioglimento della loro società.

In seguito si buttò nel business dei cereali insieme ad un nuovo socio, il pittore Panon, suo amico d’infanzia, ma a causa degli scarsi guadagni decisero di passare al commercio di aragoste, dopo avere tentato anche la strada dei generi coloniali ma fallita anche quest’ultima impresa, tentarono nel settore della ristorazione, senza tuttavia ottenere risultati soddisfacenti.

Fu così che Bolo, dopo avere mandato quasi in rovina l’amico pittore, decise di fuggire all’estero, prima a Barcellona e poi a Valencia, insieme a Mathilde Panon, ossia la moglie del suo ormai ex socio.

Trovatisi a corto di denaro, utilizzando il nome di Paul Berner, riuscì ad aprire una taverna che mantennero fino a quando Mathilde decise di trasferirsi, insieme a lui, a Parigi, misteriosamente, però, una volta arrivati nella capitale francese iniziarono a sfoggiare un lusso del tutto inaspettato.

Pare che Bolo fosse riuscito a farsi consegnare una somma da investire dalla sua governante ma che non era stato in grado di farla fruttare e che, tra il 1892 e il ‘93, avesse deciso di fuggire nuovamente, questa volta in Argentina, dopo essere stato ripetutamente tartassato da colei che reclamava i propri soldi.

Abbandonò Mathilde e, dopo avere conosciuto la sua futura moglie, la cantante Henriette Soumaille, presentandosi come Monsieur Bolo de Grangeneuve, si trasferì a Buenos Aires, per seguire la carriera canora di Henriette.

Nel 1894 Bolo la sposò e firmò il contratto di matrimonio col nome Bolo de Grangeneuve, poi cambiò qualcosa nel rapporto, iniziò a manifestare un carattere violento che iniziò a provocargli dei guai, fino a farlo finire in prigione.

Quando la moglie trovò i soldi per pagare la cauzione, lui tornò di nascosto in Francia, abbandonandola in Argentina, ma, non contento, si recò ad Albi dove viveva la famiglia della moglie Henriette, li truffò e scomparve di nuovo.

Nel 1902 iniziò a lavorare come rappresentante della Binet, famosa casa produttrice di champagne, e di una azienda di distillati, la Cusenier, nel 1904 avvenne l’incontro con la cantante Marcelle Gay, la donna che l’anno successivo, dopo la morte del proprio marito, divenne la sua seconda moglie, il vero nome della Gay era Pauline Moiriat, ed era stata sposata con un negoziante di vini di nome Fernand Muller.

Dopo la morte del marito la Moiriat aveva ottenuto una eredità milionaria, comprese due abitazioni di lusso, una di queste ubicata a Parigi e fu li che la donna andò a vivere con il nuovo marito, allora ancora bigamo per effetto del matrimonio mai annullato con la Soumaille, Bolo ottenne anche una procura per disporre delle ricchezze della moglie.

Dopo essere entrato definitivamente nell’industria del vino, Bolo allacciò ottimi rapporti sia con il presidente del Tribunale di prima istanza del Dipartimento della Senna, Ferdinand Monier, sia con il Ministro francese dell’Agricoltura, Joseph Ruau.

Era già quindi molto ben introdotto negli ambienti del potere quando, nel 1914, a Parigi, attraverso Yussef Saddik, eminenza grigia dell’allora ancora chedivè d’Egitto ‘Abbās Hilmī II, riuscì ad incontrare e conoscere quest’ultimo e a farsi nominare nientemeno che suo agente finanziario e suo rappresentante unico in Europa.

Dopo avere conosciuto Bolo, Hilmī II, sempre nel 1914, decise di incaricarlo di condurre il negoziato per il rinnovo della concessione del Canale di Suez e, verso la fine di agosto dello stesso anno, volle nominarlo Pascià, unitamente a tutto ciò, Hilmī II gli concesse anche l’amministrazione di tutti i suoi beni, stimati in 100 milioni di franchi.

Prima di conoscere Hilmī, Bolo era entrato in contatto anche con un personaggio altrettanto importante, Emil Jellinek, Console onorario dell’Impero austro-ungarico presso il Principato di Monaco ma anche creatore del marchio automobilistico Mercedes e, soprattutto, caporete dello spionaggio austro-tedesco nel sud della Francia che, prima dell’inizio della guerra tra Francia e Germania, lo mise in contatto tramutandolo in collaboratore con tale spionaggio.

Sul finire del 1914, con l’aiuto finanziario della Germania alleata dell’Austria-Ungheria e desiderosa di mettere a frutto il neutralismo della Santa Sede, Bolo, insieme al deputato Filippo Cavallini, tentò di dare vita ad una banca cattolica con un capitale di ben 100 milioni, lo fece riuscendo a coinvolgere anche uno dei fratelli dell’allora neoeletto Papa Benedetto XV, ossia il marchese Giulio della Chiesa.

Nello stesso momento, però, lo spionaggio tedesco incaricò Bolo di acquistare anche i quotidiani italiani Il Secolo e La Stampa, e i francesi Le Figaro, Le Rappel e Le Journal, Bolo tentò di finanziare, pur senza successo, un quotidiano romano la cui fondazione venne rinviata fino al dicembre del 1917, così riuscì a far nascere Il Tempo.

Ai primi di dicembre del 1914, Bolo invitò Giulio della Chiesa a trascorrere qualche giorno nella sua villa di Biarritz, ma il viaggio si trasformò ben presto in un’autentica trappola per lui: mentre si trovava all’ospedale di Bayonne, insieme a Bolo e Pauline, a fare visita ai feriti di guerra francesi, venne immortalato insieme a loro, provocando di conseguenza il risentimento dei tedeschi che sospettavano una predilezione del fratello del Pontefice per i feriti francesi.

La tragedia si completò quando Bolo e Della Chiesa giunsero a Madrid per concludere accordi per la nascita della banca cattolica, ma non ottennero nulla, neanche dagli alti prelati di cui Benedetto XV aveva fatto menzione al fratello affinché vi si rivolgesse al suo arrivo in Spagna, ciò determinò il crollo dell’intero progetto bancario di Bolo e di Cavallini e il crollo delle aspettative del fratello del Pontefice che cadde in una crisi profonda che lo condusse alla morte.

Il nome del giornalista Naldi venne accostato a quello di Bolo Pascià per la prima volta nell’estate 1915, quando il marsigliese venne a Roma per proporre al ministero della Guerra un affare dal valore milionario per l’acquisto di carni argentine surgelate per il Regio Esercito, ma l’affare saltò per volontà del Presidente del Consiglio Salandra quando si sparse la voce che i soldi avrebbero potuto finanziare la nascita di un nuovo quotidiano romano di Naldi.

La morte di Giulio della Chiesa, fratello del Pontefice Benedetto XV e a sua volta in ottimi rapporti con Naldi sin dai tempi in cui era Arcivescovo di Bologna, spinsero l’Italia e la Santa Sede a fare in modo che Bolo subisse una repentina perdita di credibilità a livello affaristico, in Europa e, più in generale, nel mondo.

Il contratto con cui Bolo divenne comproprietario del quotidiano nazionalista Le Journal venne da lui firmato il giorno 30 gennaio 1916 ma i sospetti relativi all’utilizzo di fondi illeciti iniziarono a trapelare da subito, Pierre Lenoir e Guillaume Desouches, le persone da cui Bolo aveva rilevato le quote del quotidiano parigino erano, o erano stati, in contatto clandestino coi tedeschi.

Nel febbraio 1916 partì per gli Stati Uniti d’America, per avviare le pratiche per l’acquisto della sua quota del quotidiano, ma, al suo arrivo a New York, prima di effettuare qualsiasi operazione bancaria desiderò incontrare il magnate dell’editoria William Randolph Hearst, che gli fu presentato da Charles Bertelli, corrispondente francese dei giornali dell’editore germanofilo.

Nei giorni successivi incontrò il direttore della filiale bancaria newyorkese della Gustav Amsinck & co., tale Adolph Pavenstedt, al quale disse di essere disposto ad utilizzare i suoi appoggi politici per influenzare l’opinione pubblica francese affinché Francia e Germania raggiungessero una pace separata, Pavenstedt chiese ed ottenne da Bolo il permesso di parlare di tale progetto all’Ambasciatore tedesco a Washington, Johann Heinrich von Bernstorff.

Alcuni giorni dopo l’incontro l’ambasciatore cablografò a Berlino, e il Ministro degli Esteri tedesco von Jagow acconsentì subito al prestito e diede, inoltre, il permesso alla Deutsche Bank di mettere 9 milioni a disposizione del suo rappresentante a New York, ma i denari non finirono direttamente alla Gustav Amsinck & co., bensì alla National Park Bank e alla Guaranty Trust Company, le quali girarono la somma alla Gustav Amsinck & co. solo in un secondo momento che, dopo averla ricevuta, la Amsinck non la trattenne ma la mise subito a disposizione di Bolo Pascià attraverso la Royal Bank of Canada.

Attraverso tale banca, Bolo ne inviò una parte alla filiale parigina della J.P. Morgan & Co., sul conto del senatore Humbert e, dopo avere fatto altri versamenti minori, inviò il resto a suo nome alla parigina Banque Périer et cie, due mesi dopo von Bernstorff scrisse a von Jagow lamentandosi del fatto che Bolo era scomparso, senza lasciare traccia, coi milioni ottenuti dalla Deutsche Bank, l’improvvisa perdita dell’anonimato da parte sua rese pubblici sia il progetto di pace segreto, sia anche il suo ruolo di agente segreto al soldo della Germania.

Paul-Marie Bolo venne arrestato a Parigi il 29 settembre 1917, con l’accusa di “aver cospirato per acquistare giornali francesi con fondi tedeschi, al fine di promuovere il sentimento pacifista in Francia”, furono proprio i tedeschi a farlo, accorgendosi che aveva chiesto una cifra doppia rispetto a quella necessaria per acquistare una parte de Le Journal.

27 Al processo a suo carico, Bolo si difese affermando che tale somma era stata ottenuta attraverso una serie di investimenti della Gustav Amsinck & co. di New York, ma nessuno fu in grado di reperire alcun documento di questo e così, dopo l’ultima udienza del processo a suo carico, per Bolo si aprirono le porte del carcere di Fresnes, in attesa dell’esecuzione capitale.

Dopo il respingimento della domanda di grazia, il 17 aprile dello stesso anno mediante fucilazione presso il Castello di Vincennes, Bolo venne ucciso per “aver cospirato contro la Francia”.

Questo è il destino delle spie.


Il nostro podcast “Le Spie della grande guerra” è dedicato alle spie della prima guerra mondiale, persone nascoste nell’ombra che hanno salvato vite studiando, indagando e nascondendosi agli occhi dei nemici.

Questo libro raccoglie le loro vicende reali, avventurose e drammatiche per restituire voce a chi visse la guerra non con le armi, ma con l’intelligenza, l’inganno e la determinazione di chi sfidò il proprio tempo.

Alfred Redl

S:1-E:8

Nell’ottavo episodio di SPIE, racconteremo la storia di Alfred che, al contrario di Lawrence d’Arabia, è la piena definizione di ciò che dicevamo nell’episodio precedente citando la definizione della Treccani sulle spie.

Alfred Redl nacque nel 1864 a Leopoli in Galizia, figlio di un ispettore capo delle ferrovie, all’età di 15 anni entrò all’accademia militare di Leopoli, uscendone ufficiale nel 1887, a 23 anni d’età.

Nel 1894 e ‘95 Redl prestò servizio nell’Ufficio delle Ferrovie, un’istituzione fondamentale dal punto di vista militare all’interno dell’Impero Austroungarico e cinque anni più tardi, nel 1900, lavorò presso lo Stato Maggiore nel controspionaggio, a partire dal 1905 nel gruppo russo e, dal 1907 al 1911, come capufficio supplente.

Il suo lavoro fu caratterizzato da numerose innovazioni e Redl utilizzò per l’epoca tecnologie all’avanguardia per “interrogare” gli agenti segreti nemici, dopo la sua promozione a colonnello, nel maggio 1912, Redl venne trasferito a Praga il 18 ottobre dello stesso anno come capo di stato maggiore dell’Ottavo Corpo d’Armata.

Il problema fu che dal 1903, e fino alla sua morte nel 1913, Redl lavorò come spia per la Russia e non contro di essa, il tutto a ridosso dell’inizio della prima guerra mondiale, non è chiaro cosa lo spinse al tradimento del suo Impero Austroungarico, anche perché non gli fu nemmeno dato il tempo di raccontare tutto, venne di fatto “costretto” al suicidio poco dopo essere stato scoperto, ma andiamo con calma.

L’ipotesi più accreditata fu che fosse ricattato dai russi, pare dopo essere stato scoperto in una posizione compromettente legata al fatto di essere omosessuale: rivelazione che avrebbe potuto stroncare immediatamente la sua carriera militare e, oltre a ciò, l’omosessualità era illegale a quel tempo in molte parti del mondo, compresa l’Austria-Ungheria, ciò lo avrebbe portato o al carcere, o al manicomio, o ad entrambi.

Ma nel contempo venne ricompensato molto bene per i suoi servigi, e il suo tenore di vita era assai superiore a quello che gli avrebbe concesso il suo stipendio da ufficiale, l’ipotesi per cui Redl fosse anche un doppiogiochista e che avrebbe lavorato pure per i servizi segreti di Francia e Italia è stata analizzata molto dopo la sua morte, ma non fu né provata né smentita in modo credibile.

L’addetto militare russo Marčenko reclutò Redl nell’ottobre 1907 descrivendolo come “insidioso, taciturno, concentrato, col senso del dovere e dotato di buona memoria … dalla dolce, morbida e delicata voce, … piuttosto furbo e falso che intelligente e di talento, cinico, amante delle donne …”, tesi che farebbe cadere l’ipotesi sulla sua omosessualità, fonte di ricatto per il reclutamento.

Si ritiene che Redl abbia passato molte informazioni alla polizia segreta russa Ochrana, tra cui i piani per una futura offensiva austro-ungarica contro la Serbia, probabilmente, tradì anche ufficiali russi che si erano rivolti al servizio segreto austro-ungarico, permettendone la cattura.

Redl fu smascherato grazie a numerose casualità: la guaina di un coltello tascabile, da lui smarrita a Praga, venne rinvenuta proprio da un agente da lui stesso addestrato, quest’ultimo iniziò a sospettare di Redl e notò sempre maggiori anomalie, Redl riceveva, ad esempio, notizie da Eydtkuhnen, in Prussia Orientale, un valico della frontiera russo-tedesca sovente utilizzato dagli agenti segreti.

All’inizio di aprile del 1913 una lettera indirizzata a un certo Nikon Nizetas e giacente presso la posta centrale di Vienna fu rispedita al suo mittente a Berlino, probabilmente, al fine di constatare l’identità del mittente, la busta fu però aperta a Berlino e vi si trovarono 6.000 corone in banconote, nonché due indirizzi di spie a Parigi e Ginevra già note agli austriaci ed ai tedeschi.

Il maggiore tedesco Walter Nicolai informò del fatto il suo omologo austriaco Maximilian Ronge dell’Evidenzbureau, il quale controllava lo sportello fermoposta nell’ufficio postale centrale di Vienna assieme al capo della polizia Edmund von Gayer, e il 25 maggio 1913, il colonnello Redl passò a ritirare ulteriori missive per lui giacenti, quindi venne pedinato.

Redl fu infine identificato grazie anche a dei bollettini riempiti a mano che aveva stracciato e buttato via, era una spia dei russi.

Il capo di stato maggiore austro-ungarico Franz Conrad von Hötzendorf ordinò, subito dopo il ritrovamento delle prove compromettenti, l’arresto di Redl e la perquisizione della sua camera nell’Hotel Klomser, Redl fu sottoposto a un breve interrogatorio in cui confessò a Ronge di essere stato al servizio, solo negli anni 1910 e 1911, di potenze straniere; nel contempo dichiarò di aver agito senza complici.

In seguito alla confessione di Redl, la commissione d’inchiesta si ritirò, si legge dal verbale, “per dare al delinquente la possibilità di porre fine rapidamente alla sua vita”, Redl si sparò con una pistola messa a sua disposizione in quel momento, fatto che fu molto criticato dall’imperatore Francesco Giuseppe, troppa fretta nel fare ciò che si sarebbe potuto fare con più calma a indagini finite, forse, a qualcuno fece comodo che ciò che confessò in quel frangente fosse tutto, meglio non dargli altro tempo, meglio non scoprire altre cose.

Il mattino seguente un investigatore venne mandato a svolgere ulteriori verifiche presso l’albergo sorvegliato, anche se era troppo tardi, il controspionaggio austriaco scoprì comunque che presso il conto corrente di Redl, nella Neue Wiener Sparkasse, era stata registrata dall’inizio del 1907 una vistosa e ricorrente serie di depositi, che fino al 1913 avevano raggiunto la cifra di 116.700 corone.

Ci si rese conto solo in quel momento che sarebbe stato utile proseguire l’interrogatorio di Redl per verificare l’entità del suo tradimento che sicuramente non era circoscritto solamente agli anni 1910 e 1911 ma che, molto probabilmente, erano iniziati nel 1907 fino al momento del suo suicidio “consigliato”.

Si trovarono anche svariati documenti compromettenti, ordini di battaglia, istruzioni per un’eventuale mobilitazione, i manuali di riserva e provvedimenti del controspionaggio in Galizia, gli indirizzi di copertura di stati maggiori nemici, le corrispondenze di spionaggio e altro ancora, ma, soprattutto, il tradimento dei piani austriaci di combattimento contro la Russia, che riportavano le forze necessarie per l’inizio delle ostilità e la loro disposizione sul campo.

La Russia sapeva dove e come le forze austroungariche si sarebbero disposte e, dato che nonostante il suicidio di Redl lo scandalo non poté essere occultato e venne inesorabilmente alla luce, a quanto pare a causa delle rivelazioni del fabbro che aveva permesso agli inquirenti l’accesso alla stanza d’albergo di Redl, il servizio segreto austriaco tentò in tutti i modi di sminuire l’accaduto di fronte all’opinione pubblica.

Si parlò di prime tracce di spionaggio dal marzo 1912, si collegò l’accresciuta necessità di denaro di Redl con la sua passione fatale, tornando a parlare di omosessualità, e in un referto autoptico si concluse per una patologica alterazione del suo cervello, al tempo l’omosessualità lo era, contemporaneamente si tentò di rielaborare in tutta fretta il piano di invasione ma di far credere ai russi che il piano rivelato fosse ancora valido.

Se i russi ci avessero creduto, gli austroungarici avrebbero saputo dove il nemico si sarebbe preparato per accoglierli, ma nessuna certezza si avrebbe potuto avere con così poco tempo a disposizione.

Si ritiene che il tradimento di Redl abbia contribuito alle sconfitte austro-ungariche durante i primi mesi di guerra, dato che i piani da lui divulgati erano molto dettagliati e che non potevano essere modificati con il breve tempo che trascorse tra il suo suicidio e lo scoppio della guerra.

Dato che Redl fece sgominare anche una serie di spie austriache e tedesche in Russia, occultando in questo modo il massiccio riarmo dell’esercito russo, l’Austria-Ungheria si fece un quadro eccessivamente ottimista dei rapporti di forza, non sapendo del riarmo erano estremamente convinti che avrebbero sovrastato gli avversari anche se avessero conosciuto i loro piani d’attacco.

Il conte e deputato austriaco al Reichsrat Adalbert Sternberg ebbe a dichiarare, dopo la fine della grande guerra:

«Questa canaglia ha denunciato ogni spia austriaca, […] Redl rivelava i nostri segreti ai russi e impediva che le nostre spie carpissero i loro, così nel 1914 gli austriaci e i tedeschi hanno potuto ignorare l’esistenza di 75 divisioni russe, che da sole corrispondevano all’intero esercito austro-ungarico, se lo avessimo saputo, i nostri generali non avrebbero mai spinto l’alto dignitario di corte alla dichiarazione di guerra.»

A dirla tutta, lo stato maggiore russo zarista confidò troppo nell’immutata validità dei piani rivelati da Redl e venne colto di sorpresa quando le forze austro-ungariche lanciarono la loro offensiva da un punto situato dai 100 ai 200 km più ad occidente di quello conosciuto, fatto che portò alle aspre battaglie di Kraśnik e Komarów.

La battaglia di Kraśnik venne combattuta a partire dal 23 agosto 1914 in Galizia e nelle aree lungo il confine tra l’Austria settentrionale e l’Impero russo, nell’attuale Polonia e fu il primo scontro tra Russia e Austria-Ungheria lungo il fronte galiziano, la battaglia vide la vittoria dell’esercito asburgico guidato dal generale Viktor Dankl, mentre la battaglia di Komarów fu un episodio sul fronte orientale nel quale l’Imperiale e regio Esercito austro-ungarico sconfisse, anche in questo caso, le truppe russe.

Nonostante il giro di informazioni vendute da Redl ai russi, in queste due battaglie, gli austroungarici ebbero la meglio, non era ancora guerra di trincea ma una guerra di movimento, persero comunque la vita più di 60.000 soldati di entrambi gli schieramenti, per colpa di Redl, per colpa degli austroungarici che non vollero rimandare l’invasione credendo che i russi fossero meno armati e forti di loro, per colpa dei russi che credevano di avere la situazione in pugno sapendo dove i nemici si sarebbero appostati ma, soprattutto, per colpa della guerra.

Questo è il destino delle spie.


Il nostro podcast “Le Spie della grande guerra” è dedicato alle spie della prima guerra mondiale, persone nascoste nell’ombra che hanno salvato vite studiando, indagando e nascondendosi agli occhi dei nemici.

Questo libro raccoglie le loro vicende reali, avventurose e drammatiche per restituire voce a chi visse la guerra non con le armi, ma con l’intelligenza, l’inganno e la determinazione di chi sfidò il proprio tempo.

Lawrence d’Arabia

SP:1-E:7

Il dizionario Treccani definisce spia “chi con l’inganno o la dissimulazione cerca di venire in possesso di notizie riguardanti altre persone allo scopo di riferirle, per malevolenza o per invidia o per interesse personale, a chi possa valersene per punire o, comunque, danneggiare le persone interessate”, ma è veramente sempre così?

Iniziamo con questo primo episodio una serie di 4 puntate sulle spie della prima guerra mondiale, abbiamo già parlato di Luisa Zeni e Mata Hari, ma gli uomini?

Dopo Erik Weisz, al secolo Houdinì, in questo primo episodio dedicato, racconteremo la storia dell’unica spia che potrebbe mettere perfino in discussione la descrizione della Treccani, Thomas Edward Lawrence.

Secondo di cinque figli illegittimi, nati fuori dal matrimonio da una relazione del padre, Sir Thomas Robert Tighe Chapman, VII baronetto, proprietario terriero anglo-irlandese, l’ultimo dei baronetti Chapman del castello di Killua in Irlanda con Sarah Lawrence.

Per molti anni visse sotto il nome di Thomas Robert Lawrence, prendendo il cognome della madre, madre anche dei suoi quattro fratelli, Thomas era, secondo i dati riportati dell’epoca, di esile costituzione, non molto alto, di carnagione chiara, con occhi azzurri e biondo di capelli.

Trasferitosi nel 1899 con la famiglia a Oxford, s’iscrisse nello stesso anno alla scuola superiore, nel 1907, entrato nelle grazie di David George Hogarth, un influente esponente dell’associazione Round Table (Tavola rotonda) che lo aveva appoggiato negli studi al Jesus College dell’Università di Oxford e introdotto nell’esclusivo quanto misterioso circolo, di cui praticamente niente si sa ai giorni nostri, incominciò a viaggiare fra la Francia e il Medio Oriente, visitando la Palestina, la Giordania e l’Egitto.

Due anni dopo, nel 1909, rientrò da un lungo viaggio in Siria, presentando una tesi di dottorato sui castelli crociati e l’anno successivo, nel 1910, andò a Karkemish, situato fra la Siria e la Turchia, dove sulle rive dell’Eufrate effettuò ricerche sotto la guida di Sir Leonard Woolley, un archeologo britannico considerato uno dei primi archeologi moderni, entrambi dipendenti del British Museum.

Arruolato nel 1914 allo scoppio della prima guerra mondiale, fu designato al servizio cartografico dello stato maggiore dell’esercito inglese in Egitto, qui passò, due anni dopo, all’intelligence militare e politica; nello stesso anno esplorò Shivta, un’antica città situata nel deserto del Negev, in Israele, a circa 43 chilometri a sud-ovest di Be’er Sheva.

Nel 1916, quando la prima guerra mondiale era in pieno corso, scoppiò quella che verrà definita, nell’area orientale, la “rivolta araba”; sul fronte africano il Regno Unito tentava di tenere testa e porre un freno alle forze dell’Impero ottomano e in questo contesto, a Londra, sembrò cosa utile cercare di sfruttare il malcontento di una parte degli arabi nei confronti dei turchi.

L’anello debole su cui concentrarsi sembrava essere costituito dagli elementi tribali che vivevano da nomadi fra i territori siro-transgiordanici e quelli della penisola araba, dove il controllo ottomano si limitava alle sole due città sante di La Mecca e Medina e ai punti costieri d’interesse strategico navale.

Da quelle parti una grandissima popolarità circondava la figura di al-Husayn, sceicco della Mecca che, essendo un hascemita, e quindi discendente del profeta Maometto, poteva avere l’autorevolezza necessaria a realizzare la riscossa araba contro gli ottomani, meglio se fatto sotto l’occhio vigile degli inglesi.

L’alto commissario britannico, Sir Henry McMahon, fu incaricato di avviare discreti contatti diplomatici con al-Husayn, al termine dei quali si trovò l’accordo che prevedeva il riconoscimento del Foreign Office nell’indipendenza degli arabi all’interno di confini tuttavia non meglio identificati, lo sceicco li intese come definiti dall’area geografica in cui si parlava la lingua araba, mentre Londra preferì rimanere volutamente nel vago e nell’ambiguità.

Ma all’indomani della loro vittoriosa rivoluzione, i sovietici diffusero notizie che accusavano la Gran Bretagna e la Francia per quel che volevano veramente attuare in Arabia, secondo i russi le due potenze avevano programmato di portare avanti una cinica politica a “doppio binario”, su uno di questi erano ben intenzionati a spartirsi fra loro i domini ottomani una volta che Istanbul e i suoi alleati degli imperi centrali fossero stati sconfitti, mentre sull’altro fecero generose offerte d’indipendenza agli arabi per ritrovarseli come alleati.

Thomas Edward Lawrence, profondo conoscitore dei costumi e della cultura araba, operava come agente dell’Intelligence britannica al Cairo ed era a conoscenza di questa doppia situazione ma sperava che se gli arabi si fossero trovati in una posizione dominante alla fine della guerra “il buon senso avrebbe consigliato alle Grandi Potenze una giusta risoluzione per le loro rivendicazioni”.

Credendo in questo e molto motivato, Thomas fu accettato e assunto con funzioni di “consigliere militare” presso il figlio dello sceicco della Mecca, Fayṣal, futuro primo monarca del Regno d’Iraq, delegato dal padre a guidare militarmente la rivolta araba che egli aveva nel frattempo proclamato, e dove Thomas Lawrence passò alla storia come “Lawrence d’Arabia”.

Come truppe arabe combattenti, Faysal poteva contare su un buon numero di elementi tribali, fra cui un ruolo importante ebbe ʿAwda Abū Tayy, della tribù dei Banū Tayy, oltre che su un certo numero di volontari, impregnati per lo più di cultura europea e di quegli stessi ideali nazionalistici che si erano imposti nel Vecchio Continente nel corso di tutto il XIX secolo e che, in un qualche modo, erano arrivati fin laggiù.

Alla fine l’esercito arabo, o anche esercito dell’Hegiaz, fu una forza armata araba formata durante la rivolta del 1916 dal re al-Husayn, nominato “sultano degli Arabi” nello stesso anno, per combattere contro l’Impero ottomano al fianco del Regno Unito nell’ambito del teatro mediorientale della prima guerra mondiale allo scopo di liberare la penisola arabica dal giogo turco e riunificarla in un’unica nazione.

Thomas Edward Lawrence si distinse come comandante di questo esercito e divenne noto per le sue azioni, sotto il suo comando le milizie arabe, addestrate sotto l’ordinamento britannico, presero parte attivamente ai combattimenti e riportarono numerose vittorie contro gli ottomani come nella battaglia di Aqaba.

La prima guerra mondiale poi seguì il suo corso, l’Impero ottomano e tutti gli imperi centrali persero la guerra, questo è un fatto risaputo come è risaputo che la sconfitta degli ottomani in guerra nel 1918 fu determinante per la successiva dissoluzione dell’impero stesso, ora era il turno dei vincenti di spartirsi il proprio premio.

Amareggiato dagli eventi post-bellici, in cui nonostante il successo agli arabi non venne riconosciuta l’indipendenza e i territori furono alla fine spartiti da Gran Bretagna e Francia, Lawrence, con un gesto clamoroso, dopo aver preso parte alla Conferenza per la pace del 1919, si dimise dalla carica di consigliere politico degli Affari Arabi e dall’esercito giungendo a rifiutare anche la carica di “viceré” delle Indie.

Non accettò nemmeno la prestigiosa Victoria Cross per le sue brillanti azioni militari proprio mentre Sua Maestà Giorgio V stava per consegnargliela, lasciando sbigottito il sovrano che lasciò letteralmente “con la scatola in mano”.

Dopo questo, Lawrence decise di ritirarsi a vita privata in Inghilterra e per qualche tempo vi riuscì, dedicandosi alla stesura de I sette pilastri della saggezza, libro di memorie, ma anche racconto poetico, che avrà una pubblicazione in forma ridotta con il titolo La rivolta nel deserto nel 1927.

Nel 1936 fu pubblicata postuma una versione, la più conosciuta a dir la verità, più vicina a quella integrale, la quale finalmente arrivò alla pubblicazione; nell’opera si raccontava l’impresa compiuta con Faysal e altri capi delle tribù arabe, appoggiando la rivolta antiturca proclamata da Hussein, sceicco della Mecca, nella più totale assimilazione dello stile di vita beduino nel deserto d’Arabia, teatro della guerra, fino alla conquista di Damasco insieme con Allenby.

In un “capitolo cancellato” dei Sette pilastri, che è riapparso solamente quasi un secolo più tardi, nel 2022, in occasione di un’asta tenutasi in Inghilterra, Lawrence rivela di provare “amara vergogna” per il trattamento ricevuto dagli arabi suoi amici e alleati, alla fine della guerra, da parte del Regno Unito.

In quello stesso periodo venne pubblicata anche la sua tesi di laurea, Castelli crociati, mentre l’esperienza vissuta sotto falso nome, nel 1922, come semplice aviere nella RAF, sarà invece raccontata in un altro libro, The Mint, pubblicato anch’esso postumo nel 1955; in Italia uscì con il titolo: L’aviere Ross.

Nel 1935 Lawrence venne congedato definitivamente e si ritirò a Clouds Hill, presso Bovington, nella contea del Dorset.

Tanti segreti avvolgevano Lawrence d’Arabia, alcuni poi scritti e spariti dai suoi libri ed altri tenuti per sé, ma da documenti resi pubblici dal Public Record Office britannico ci fu un carteggio composto da vari diari e lettere consegnate dopo la sua morte alla Bodleian Library di Oxford dal fratello Arnold.

Si venne a conoscenza di rimesse di denaro che Lawrence, per il tramite della RAF, fece a più riprese dal 1924 fino alla sua morte, nel 1935, quando venne congedato definitivamente, a favore di diverse persone, fra cui vi erano due signore, con una delle quali, un’insegnante di nome Ruby Bryant, con cui si dice avesse contratto matrimonio.

Il 13 maggio 1935, sempre l’anno del suo congedo definitivo, mentre percorreva sulla sua motocicletta Brough Superior una piccola strada di campagna, Lawrence rimase vittima di un incidente, secondo molti non casuale, le cui dinamiche non sono mai state chiarite pienamente.

La versione ufficiale fu che fosse uscito fuori strada per evitare due bambini in bicicletta che apparvero improvvisamente in mezzo alla strada, andò in coma e morì pochi giorni dopo, il 19 maggio, nella casa di campagna dove abitava, venendo commemorato con dei funerali di Stato e seppellendo, assieme alla salma, anche i suoi segreti.

Thomas Edward Lawrence Conosciuto con lo pseudonimo di Lawrence d’Arabia, ebbe diversi altri alias, tra cui quelli di T. E. Smith, T. E. Shaw e John Hume Ross, oggi riposa nella chiesa di San Nicola a Moreton, nel Dorset.

Questo è il destino delle spie.


Il nostro podcast “Le Spie della grande guerra” è dedicato alle spie della prima guerra mondiale, persone nascoste nell’ombra che hanno salvato vite studiando, indagando e nascondendosi agli occhi dei nemici.

Questo libro raccoglie le loro vicende reali, avventurose e drammatiche per restituire voce a chi visse la guerra non con le armi, ma con l’intelligenza, l’inganno e la determinazione di chi sfidò il proprio tempo.

F.Doktor

SP:1-E:6

Dopo l’episodio 52 nel quale avevamo parlato degli agenti segreti donna della prima guerra mondiale, e dopo l’episodio su Margaretha Zelle, meglio conosciuta come Mata Hari, oggi, nell’ultimo episodio della nostra seconda serie concluderemo raccontando le storie di Fräulein Doktor e Gertrude Bell, due altre donne uniche della prima guerra mondiale.

Iniziamo da Fräulein Doktor, nota in francese come Mademoiselle le docteur e in italiano come La signorina dottoressa, che fu il soprannome di una efficiente e misteriosa spia al servizio della Germania durante la prima guerra mondiale.

Non fu un agente segreto nel vero senso del termine, bensì l’organizzatrice di un’estesa rete spionistica tedesca, essenzialmente volta a carpire informazioni sui movimenti della flotta inglese, al tempo la più imponente del mondo.

L’espediente adottato per comunicare le informazioni al quartier generale prevedeva che due agenti olandesi, i Paesi Bassi erano una nazione neutrale durante il primo conflitto mondiale, ragion per cui due persone di nazionalità olandese non avrebbero dovuto destare sospetti di sorta, ispezionassero, di volta in volta, un diverso porto inglese, annotandone il movimento navale.

Veniva trasmesso il rapporto alla centrale tedesca di Amsterdam in codice cifrato, figurando gli agenti in qualità di commercianti di sigari, il codice veniva trasmesso non crittografato, con un linguaggio commerciale, e quindi non destava sospetti, almeno all’inizio.

Il gioco ebbe infatti breve durata e la rete spionistica cadde in quanto questi continui telegrammi che richiedevano sigari d’importazione, beni non comuni in periodo di ristrettezze belliche, insospettirono l’intelligence britannica e la rete venne dopo qualche tempo smantellata.

Mentre il resto dell’Europa, belligerante o neutrale che fosse, pullulava letteralmente di spie, in Gran Bretagna, entro la prima settimana di guerra, il 94% degli agenti segreti stranieri era stato neutralizzato, ma, poiché mai presente sul suolo britannico, Fräulein Doktor si salvò.

La vera identità di Fräulein Doktor resta tuttora avvolta nel mistero, per i motivi sopra citati e per via del fatto che il servizio segreto militare germanico, l’Ufficio III- B, era estremamente riservato in materia di collaboratori e fiancheggiatori e non permetteva la consultazione storica dei suoi archivi anche quando la persona interessata fosse già deceduta.

Detto questo, due sono i nominativi più frequentemente associati a questo personaggio, ed entrambi sono di sesso femminile, i nomi più probabili associati alla spia sono Elsbeth Schragmüller e Annemarie Lesser.

Elsbeth Schragmüller è la persona che viene indicata in base ai maggiori riscontri storici noti, i servizi segreti statunitensi hanno confermato la sua identità in base a documenti sequestrati al termine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1945, ma mai resi pubblici, sarebbero entrati in possesso di un dossier riguardante Elsbeth da parte del maggiore generale della Reichswehr, Friedrich Gempp, che quasi certamente conobbe la spia e ne conosceva la vera identità.

Il problema è che il diretto interessato non ha potuto confermare o smentire l’indiscrezione: effettivamente dipendente dall’Ufficio di Spionaggio e Controspionaggio militare, Gempp fu arrestato l’11 agosto 1946 nella città occupata di Rostock da agenti del servizio segreto militare sovietico.

Il rapporto che avrebbe consegnato agli statunitensi era stato archiviato presso la National Archives and Records Administration a Washington fino alla sua restituzione alla Germania a metà degli anni ’70, ora si troverebbe custodito nell’archivio militare di Friburgo, ma non è accessibile agli storici.

Nata a Schlüsselburg, oggi un quartiere di Minden, città del Land del Baden-Württemberg, Elsbeth Schragmüller era la figlia maggiore del capitano dell’esercito prussiano Carl Anton Schragmüller e della nobile prussiana Gattin Valeska Cramer von Clausbruch.

Visse l’infanzia con la nonna paterna e studiò presso un prestigioso collegio femminile di Weimar dove si diplomò nel 1908, laureatasi poi in Scienze Politiche all’Università di Friburgo in Brisgovia, nel 1913, fu una delle prime donne laureate in Germania.

Nel giugno 1914, in una conferenza dell’Ufficio Centrale per il Benessere del Popolo a Berlino, fu notata e pochi giorni dopo contattata dai servizi segreti prussiani, e, quindi, arruolata.

Durante l’occupazione militare germanica del Belgio fu impiegata al comando della guarnigione tedesca di stanza a Bruxelles occupata e successivamente passò all’agenzia di informazioni militare del fronte occidentale, dopo un breve periodo di formazione, fu arruolata nel dipartimento III-B dello stato maggiore a Lilla, nella Francia occupata.

Nel 1915 passò alle dipendenze dell’Ufficio di Spionaggio e Controspionaggio Militare, su incarico del Direttore Generale dell’Ufficio III – B diresse una rodata scuola di spionaggio, ad Anversa, volta soprattutto a carpire segreti militari ed economici in Gran Bretagna ed in Francia e venne nominata “Capo della sezione francese” del servizio segreto prussiano, col grado di tenente colonnello, fatto sensazionale per una donna al tempo.

Molto professionale e riservata, era la classica “donna-ombra”, fu anche la mentore e la referente di Mata Hari, famosa ballerina ed agente doppiogiochista franco-tedesca di cui abbiamo già detto tanto nell’episodio 19 del nostro podcast.

Annemarie Lesser è l’altro nominativo che da sempre viene associato al personaggio in questione, molto poco si conosce della sua vita, nativa del quartiere berlinese di Tiergarten, a sedici anni fu cacciata di casa a causa di una gravidanza frutto di una relazione con un ufficiale dell’esercito prussiano.

Poliglotta, venne introdotta nei servizi segreti tedeschi verso il 1912, rispetto alla Schragmüller, la Lesser era un’operativa, ovvero raccoglieva le informazioni segrete in prima persona.

Dedita all’uso di droghe pesanti, la spia nel 1929 fu ricoverata d’urgenza in una clinica-sanatorio svizzera, dove morì diversi anni dopo, in realtà non è certo che la Lesser fosse morfinomane e nemmeno che ai suoi funerali fossero presenti molti alti esponenti dei vertici politici e militari della Repubblica di Weimar come alcuni testi storici riportano.

Tornando ad Elsbeth, alla fine della prima guerra mondiale, nel 1918, la Schragmüller riprese la sua carriera accademica e nel 1921, succedendo al professor Götz Briefs, divenne la prima professoressa assistente donna a Friburgo presso l’economista politico Karl Diehl.

Notizie non attendibili o, quanto meno, non verificabili, frutto di confidenze di provenienza dal suo ex superiore, affermano che il soprannome “Fräulein Doktor” le venne affibbiato proprio in virtù del titolo del suo intervento alla conferenza di Berlino del giugno 1914 che la mise in evidenza presso i servizi segreti, che il nome “Annemarie Lesser” era utilizzato come copertura e, quindi, non sarebbe proprio esistita una “Annemarie Lesser” e che avesse continuato a lavorare per lo spionaggio della Repubblica di Weimar e per l’Abwehr della Germania Nazista.

Nel 1924 si sposò e si trasferì a Monaco di Baviera, dove morì nel 1940, pare di tubercolosi; sembra che avesse rivelato la sua attività in due occasioni, dapprima nel 1929 nel suo contributo al libro dello scrittore Hans Rudolf Berndorff dal titolo “Dal Servizio Segreto Tedesco” e poi, nel 1931, quando trapelò la notizia che avesse riferito ad una commissione di ufficiali a Friburgo circa una riunione della “Associazione berlinese delle donne tedesche mogli degli ufficiali della flotta”, dove avrebbe attestato circa il suo lavoro per il servizio di spionaggio tedesco e del suo legame con Mata Hari.

Di Fräulein Doktor, alla fine, si conosce ben poco, meglio si è saputo di Gertrude Bell, che nacque il 14 luglio del 1868 a Washington New Hall, la tenuta di famiglia a Washington nella contea inglese di Durham.

La famiglia era molto benestante, il nonno Sir Isaac Lowthian Bell era un industriale del ferro e del carbone che tra il 1875 e il 1880 fu anche membro del parlamento per il partito liberale.

Allo scoppio della prima guerra mondiale, la richiesta della Bell di un posto operativo in Vicino Oriente fu inizialmente respinta, si offrì quindi volontaria per la Croce Rossa in Francia ma nel novembre del 1915, tuttavia, fu convocata al Cairo dall’appena costituito Arab Bureau, guidato dal generale Gilbert Clayton.

Inizialmente non le fu assegnato alcun ruolo ufficiale ma il 3 marzo 1916 il generale Clayton inviò Gertrude Bell a Bassora, che le forze britanniche avevano conquistato nel novembre del 1914, per consigliare il funzionario politico Percy Cox su come comportarsi nell’area che la Bell aveva maggiormente visitato e che conosceva molto bene.

Gertrude approntò carte topografiche per aiutare l’esercito di Sua Maestà britannica a raggiungere in relativa sicurezza Baghdad, divenne la sola donna ad aver assunto l’incarico di funzionario politico nelle forze armate britanniche e ricevette l’incarico di ufficiale di collegamento, presso Il Cairo.

A Baghdad la Bell lavorò fino alla sua morte nell’alto commissariato consultivo britannico, era chiamata dagli iracheni “al-Khatun”, una dama di corte che con occhi e orecchie ben aperti lavorava per il bene dello Stato e, sottovoce, «la regina senza corona d’Iraq»; ella godette della piena fiducia del re Faysal, che aiutò a essere ben accolto dai capi delle tribù irachene all’inizio del suo regno e che le permise di avere voce in capitolo nell’educazione del suo erede, Ghazi.

Le fatiche per produrre un’eccezionale mole di pubblicazioni, saggi e articoli di corrispondenze, di rapporti d’intelligence, di lavori di buon contenuto scientifico, di libri bianchi d’inchiesta e le ricorrenti bronchiti cui andava sempre più soggetta a causa del suo prolungato e smodato vizio del fumo, i ricorrenti attacchi di malaria e infine il clima caldo-umido dell’estate a Baghdad ebbero alla fine la meglio sulla sua tempra, tanto che divenne sempre più emaciata e sofferente.

Morì il 12 luglio 1926, forse per suicidio con un’overdose di sonniferi.

Questo è il destino delle spie.


Il nostro podcast “Le Spie della grande guerra” è dedicato alle spie della prima guerra mondiale, persone nascoste nell’ombra che hanno salvato vite studiando, indagando e nascondendosi agli occhi dei nemici.

Questo libro raccoglie le loro vicende reali, avventurose e drammatiche per restituire voce a chi visse la guerra non con le armi, ma con l’intelligenza, l’inganno e la determinazione di chi sfidò il proprio tempo.

Ewing

SP:1-E:5

Alfred nasce a Dundee, in Scozia, era il terzo figlio del reverendo James Ewing, un ministro della Chiesa libera di Scozia, studiò alla West End Academy e alla High School di Dundee, mostrò un precoce interesse per la scienza e la tecnologia.

In una famiglia i cui interessi principali erano clericali e letterari, traeva piacere dalle macchine e dagli esperimenti, il poco denaro che possedeva veniva speso in utensili e prodotti chimici, la soffitta domestica era diventata il suo laboratorio personale.

Ewing vinse una borsa di studio all’Università di Edimburgo, dove studiò fisica sotto Peter Guthrie Tait prima di laurearsi in ingegneria, durante le vacanze estive lavorò alla posa di cavi telegrafici, tra cui una linea in Brasile.

Nel 1878, su raccomandazione di Fleeming Jenkin, Ewing fu reclutato per aiutare la modernizzazione del Giappone dell’era Meiji come uno degli o-yatoi gaikokujin (stranieri assunti), in qualità di professore di ingegneria meccanica presso la Tokyo Imperial University, ebbe un ruolo determinante nella fondazione della sismologia giapponese, portò avanti molti progetti di ricerca sul magnetismo e le sue indagini sui terremoti lo portarono a contribuire allo sviluppo del primo sismografo moderno.

Nel 1883, Ewing tornò nella sua nativa Dundee per lavorare presso l’ University College Dundee e nel 1890 assunse l’incarico di professore di meccanica e meccanica applicata all’Università di Cambridge, era un caro amico di Sir Charles Algernon Parsons e collaborò con lui allo sviluppo della turbina a vapore, nel 1898 Ewing fu eletto professore associato al King’s College.

L’8 aprile 1903, il Times annunciò che il Consiglio dell’Ammiragliato aveva selezionato Ewing per il nuovo incarico di Direttore dell’Istruzione Navale a Greenwich.

All’inizio della prima guerra mondiale, nell’agosto 1914, né la Germania né il Regno Unito possedevano una stabile organizzazione per l’intercettamento dei messaggi radio del nemico e la decodifica di quelli che risultavano cifrati; la Royal Navy britannica possedeva un’unica stazione di ascolto per l’intercettazione situata a Stockton, ma un certo appoggio venne fornito dagli impianti del servizio postale e della Marconi Company, nonché da semplici privati che avevano accesso ad apparecchiature radio personali.

Un gran numero di messaggi tedeschi intercettati prese ad affluire alla Naval Intelligence Division dell’Ammiragliato, ma non vi erano molte idee su come gestire questo afflusso di informazioni: il retroammiraglio Henry Oliver, alla direzione della Intelligence Division dal 1913, non disponeva di personale esperto nella decifratura delle comunicazioni in codice e decise quindi di rivolgersi a un amico, il nostro protagonista: Alfred Ewing, direttore della Naval Education, professore di ingegneria e radioamatore dilettante il quale coltivava come hobby l’elaborazione di cifrari.

Visto che la formazione di personale esperto non era ritenuta una priorità, stante la supposta breve durata del conflitto in corso, a Ewing fu chiesto di mettere assieme un proprio gruppo di collaboratori di fiducia che lo aiutasse nel compito di decifrare i messaggi tedeschi intercettati.

Ewing si rivolse inizialmente al personale delle accademie navali di Osborne House e Dartmouth, stante il periodo di vacanze scolastiche e l’assegnazione degli studenti a compiti attivi; tra i primi a essere selezionati vi fu il professor Alastair Denniston, reclutato per la sua conoscenza del tedesco ma divenuto poi braccio destro di Ewing e secondo in comando nella nascente struttura; vari altri collaboratori vennero poi reclutati temporaneamente alla nascita del nuovo centro di decifratura, tra cui il direttore dell’accademia di Osborne – Charles Godfrey, i due istruttori navali Parish e Curtiss e lo scienziato e professore di matematica Henderson del Greenwich Naval College.

Questi volontari lavorarono alla violazione dei cifrari tedeschi a fianco delle loro normali occupazioni e l’intera organizzazione dovette inizialmente operare dall’ufficio ordinario di Ewing il quale continuò a esercitare le sue funzioni di direttore della Naval Education.

Due delle prime reclute di Ewing furono anche R. D. Norton, ex funzionario del Foreign Office, e Lord Herschell, linguista ed esperto conoscitore della Persia: nessuno di loro aveva una qualche conoscenza in materia di crittografia, ma furono selezionati per la loro conoscenza del tedesco e l’affidabilità dimostrata nel mantenere i segreti.

Un’organizzazione simile a quella messa in piedi da Ewing fu sviluppata dalla Military Intelligence del War Office: la struttura, nota come MI1b, era diretta dal colonnello Macdonagh il quale propose che le due organizzazioni lavorassero assieme.

Poco successo fu ottenuto dalle due strutture tranne che nell’organizzazione di un sistema di raccolta e archiviazione dei messaggi, almeno fino a quando i servizi di intelligence francesi non ottennero delle copie dei cifrari militari tedeschi; le due organizzazioni britanniche lavorarono quindi di concerto nella decifratura delle comunicazioni dell’esercito tedesco riguardanti le operazioni sul fronte occidentale.

Un amico di Ewing, un avvocato di nome di Russell Clarke, e un suo amico, il colonnello Hippisley, avvicinarono Ewing per spiegargli di come avevano intercettato dei messaggi radio tedeschi; Ewing li reclutò entrambi e insieme a un altro volontario, Leslie Lambert, li assegnò a una stazione di guardia costiera vicino a Hunstanton nel Norfolk: Hunstanton e la stazione di Stockton divennero poi il cuore del sistema di intercettazioni radio britannico il quale crebbe a tal punto da riuscire a intercettare praticamente tutte le comunicazioni radio ufficiali dei tedeschi.

Alla fine di settembre, tuttavia, gran parte del personale reclutato presso le scuole navali tornò alle sue normali occupazioni: senza alcun mezzo per decodificare i messaggi della marina tedesca c’era poco lavoro da fare.

Il primo successo dei decrittatori navali britannici si ebbe nell’ottobre 1914, il 26 agosto 1914 una formazione navale tedesca compì una scorreria contro i russi all’imboccatura del golfo di Finlandia: persosi nella nebbia, l’incrociatore leggero SMS Magdeburg finì per arenarsi contro la costa dell’isola di Odensholm, nell’odierna Estonia, e sotto l’attacco di due incrociatori russi intervenuti sul luogo il comandante dell’unità, capitano di corvetta Richard Habenicht, ordinò di evacuare l’equipaggio su uno dei cacciatorpediniere di scorta e di predisporre la nave per l’autoaffondamento.

Nella confusione creatasi le cariche di demolizione furono fatte detonare prematuramente provocando feriti tra l’equipaggio ancora a bordo, e prima che i documenti segreti di bordo fossero distrutti Habenicht e altri cinquantasette tedeschi furono fatti prigionieri dai russi.

Ispezionando il relitto del Magdeburg, i russi rinvennero tre copie del Signalbuch der Kaiserlichen Marine (“Libro dei segnali della Marina imperiale” o SKM), il libro codice contenente le chiavi di cifratura del sistema di codifica delle comunicazioni radio della flotta tedesca, unitamente a una carta geografica grigliata del mar Baltico e al diario di guerra dell’unità.

I russi trattennero per sé le copie del SKM numerate con 145 e 974, ma decisero di cedere una terza copia del libro, numerata con 151, ai britannici: il libro stesso fu formalmente consegnato al primo lord dell’Ammiragliato Winston Churchill il 13 ottobre seguente.
Lo SKM di per sé era incompleto come mezzo di decodifica dei messaggi, visto che essi erano normalmente cifrati così come codificati, e quelli che potevano essere immediatamente tradotti erano per lo più rapporti meteorologici.

Un modo per risolvere il problema fu ottenuto da una serie di messaggi trasmessi dalla stazione radio tedesca di Norddeich, la cifratura fu rotta, di fatto, due volte di seguito visto che fu cambiata dai tedeschi un paio di giorni dopo che i britannici l’avevano risolta una prima volta, e fu stabilito un protocollo generale per interpretare i messaggi.

La cifratura adottata dai tedeschi era una semplice cifratura a sostituzione dove ogni lettera era sostituita con un’altra secondo una precisa tabella, così i messaggi intercettati risultarono rapporti dell’intelligence tedesca sulle sortite delle navi alleate, il che era interessante ma non vitale, ma Russell Clarke osservò che simili messaggi in codice venivano trasmessi su onde corte e non venivano intercettati a causa della carenza di apparecchiature riceventi; il centro di ascolto di Hunstanton ricevette quindi istruzione di smettere di ascoltare i segnali militari dell’esercito tedesco e di concentrarsi invece sul monitoraggio delle onde corte per un periodo di prova di un fine settimana.

I britannici intercettarono preziose comunicazioni sui movimenti della flotta d’alto mare tedesca, di primaria importanza da un punto di vista navale, Hunstanton fu quindi destinato unicamente all’intercettazione di quei messaggi e il personale navale fu immediatamente ritirato dalla collaborazione con i colleghi dell’esercito per concentrarsi unicamente su questo nuovo compito.

Visto che la rottura del cifrario SKM era stata rigorosamente tenuta segreta, questo improvviso cambiamento provocò cattivi rapporti tra i servizi di decodifica della marina e dell’esercito, che come risultato non collaborarono più tra di loro almeno fino al 1917.

Le stesse dimensioni del SKM furono una delle ragioni per cui esso non poteva essere facilmente cambiato dai tedeschi, e pertanto il codice rimase in uso senza variazioni fino all’estate del 1916 quando fu introdotto il nuovo FFB ma anche allora, tuttavia, diverse navi si rifiutarono di impiegare il nuovo codice perché la sua introduzione si rivelava troppo complicata, e il FFB non divenne di uso comune almeno fino al maggio 1917.

Non ci fu alcuna immediata cattura del codice FFB che potesse aiutare l’Ammiragliato nella sua decifratura, ma una serie di pazienti studi su vecchie comunicazioni, ora che il sistema era stato capito, permisero agli specialisti della Room 40 di rompere una nuova chiave di cifratura nel giro di tre o quattro giorni dalla sua introduzione.

La Room 40 era la sezione dell’Ammiragliato britannico incaricata delle attività di crittoanalisi; il suo nome era dovuto alla collocazione della struttura, appunto la stanza 40 del palazzo dell’Ammiragliato a Londra.

La perdita del Magdeburg ingenerò negli stessi tedeschi alcuni dubbi sul fatto che lo SKM potesse essere caduto in mano nemica e lo stesso principe Enrico di Prussia scrisse al comando dicendosi sicuro che varie carte riservate, ivi compreso lo SKM, erano cadute in mano ai russi dopo la perdita dell’incrociatore.

Il secondo più importante codice per le comunicazioni navali utilizzato dai tedeschi cadde parimenti in mano ai britannici molto presto nel conflitto, l’11 agosto 1914; le autorità australiane catturarono il mercantile tedesco Hobart mentre era all’ancora nella baia di Port Phillip vicino a Melbourne: lo Hobart non aveva ricevuto notizia dello scoppio del conflitto e una squadra d’abbordaggio australiana riuscì a salire a bordo indisturbata con la scusa di una ispezione di quarantena.

Il capitano del mercantile fu posto sotto sorveglianza perché scoperto nottetempo mentre cercava di nascondere alcuni documenti, gli australiani misero quindi le mani sul Handelsverkehrsbuch (HVB), il libro codice impiegato dalla marina tedesca per comunicare con la sua flotta di mercantili e utilizzato anche dalla Hochseeflotte; la notizia del ritrovamento non raggiunse Londra fino al 9 settembre seguente e una copia del testo arrivò materialmente nel Regno Unito solo alla fine di ottobre.

Il HVB fu inizialmente assegnato nel 1913 a tutte le navi da guerra dotate di radio, ai comandi navali e alle stazioni costiere; fu inoltre assegnato anche agli uffici direttivi delle diciotto compagnie di navigazione della Germania per le comunicazioni via radio con i loro mercantili in mare.

Il codice era impiegato in particolare dalle forze leggere come le unità di pattuglia e per compiti di routine come le manovre di entrata e uscita dai porti; fu poi adottato anche dagli U-boot ma con una chiave di cifratura più complessa; tuttavia, le complicanze del loro essere in mare per lunghi periodi faceva sì che i codici fossero modificati mentre erano lontani e molto spesso i messaggi dovevano essere ripetuti con la vecchia chiave, fornendo quindi informazioni immediate su quella nuova.

Lo HVB fu rimpiazzato nel 1916 dall’Allgemeinefunkspruchbuch (AFB), unitamente all’introduzione di un nuovo metodo di cifratura, i britannici ottennero una buona comprensione della nuova cifratura da trasmissioni di prova fatte prima della sua introduzione ufficiale: una copia del libro fu rinvenuta poi sul relitto di uno Zeppelin abbattuto, seguita da altri esemplari catturati su U-boot affondati.

Un terzo libro codice dei tedeschi fu rinvenuto dai britannici al termine della battaglia al largo di Texel del 17 ottobre 1914, quattro cacciatorpediniere tedeschi furono intercettati al largo dell’isola nel Mare del Nord da una formazione navale britannica e tutti affondati al termine di un duro scontro; il 30 novembre un peschereccio britannico, al lavoro nella zona, rinvenne una cassa sigillata gettata in mare dal comandante della flottiglia tedesca, il capitano di corvetta Georg Thiele del cacciatorpediniere S119, perito nello scontro: la cassa conteneva una copia del Verkehrsbuch (VB), un libro codice normalmente usato dagli ufficiali comandanti della marina tedesca.

Il codice VB era utilizzato nelle comunicazioni via cavo transnazionali con gli addetti navali presso le ambasciate e i consolati all’estero, ma era utilizzato anche dagli ufficiali anziani come codice alternativo di codifica dei propri messaggi.

La sua cattura rappresentò un importante successo per i britannici, che ebbero così modo di decodificare le comunicazioni tra Berlino e i suoi addetti navali nelle ambasciate in Paesi neutrali, a Madrid, Washington, Buenos Aires e Pechino.

Nel 1917 gli addetti navali passarono a un nuovo codice, ma nonostante solo 70 messaggi basati su di esso fossero stati intercettati, anch’esso fu violato dagli specialisti britannici; il VB rimase comunque in uso per tutta la durata della guerra: più volte ricifrato, fu ripetutamente violato nel giro di pochi giorni.

All’inizio del novembre 1914 il capitano William Hall sostituì nella carica di direttore dell’intelligence navale britannica l’ammiraglio Oliver, trasferito alla segreteria del primo lord dell’ammiragliato; Hall era stato il comandante dell’incrociatore da battaglia Queen Mary, ma aveva dovuto rinunciare al suo incarico a causa della sua salute malferma: a dispetto della natura accidentale della sua nomina, il capitano si rivelò comunque un eccellente direttore dell’intelligence navale.

Il telegramma Zimmermann fu un documento inviato via telegrafo il 16 gennaio 1917, al culmine della prima guerra mondiale, dal Ministro degli Esteri dell’Impero tedesco Arthur Zimmermann all’ambasciatore tedesco in Messico Heinrich von Eckardt; venne decrittato da William Hall che lo consegnò all’ambasciatore statunitense a Londra Walter Page.

Il messaggio di Zimmermann comprendeva proposte per un’alleanza tedesca con il Messico mentre la Germania avrebbe cercato di mantenere la neutralità con gli Stati Uniti, e se questa politica avesse dovuto fallire, veniva suggerito nel messaggio, il governo messicano avrebbe dovuto fare causa comune con la Germania, cercando di persuadere il governo giapponese ad unirsi alla nuova alleanza ed attaccare congiunti gli USA.

La Germania da parte sua prometteva supporto economico e la restituzione al Messico degli ex-territori di Texas, Nuovo Messico e Arizona, persi durante la guerra messico-statunitense del 1846-1848.

Un generale incaricato dal presidente messicano Venustiano Carranza, valutò le reali possibilità di una conquista delle ex-province del Texas, dell’Arizona e del Nuovo Messico, e giunse alla conclusione che la cosa non avrebbe funzionato.

Occupare i tre stati avrebbe con tutta probabilità causato futuri problemi e la guerra con gli USA; il Messico non sarebbe stato inoltre in grado di accogliere una numerosa popolazione di discendenza inglese all’interno dei suoi confini e la Germania non sarebbe stata in grado di fornire gli armamenti necessari per le ostilità che sarebbero sicuramente sorte.

Il telegramma venne intercettato e decifrato in maniera sufficiente a comprenderne il senso dai decifratori della Marina Militare britannica denominata Room 40, comandata da Hall e il governo britannico, che voleva rendere pubblico il telegramma incriminante, si trovò ad affrontare un dilemma: se avesse prodotto apertamente il telegramma i tedeschi avrebbero sospettato che il loro codice era stato decifrato; se non lo avesse fatto, avrebbe perso un’opportunità promettente di trascinare gli Stati Uniti nel conflitto.

Ci fu anche un ulteriore problema, i britannici non potevano nemmeno mostrarlo in via confidenziale al governo statunitense a causa della sua importanza, il messaggio era stato inviato da Berlino all’ambasciatore tedesco a Washington, il Conte Johann von Bernstorff, per inoltrare la trasmissione all’ambasciatore in Messico attraverso tre strade diverse.

I britannici lo avevano ottenuto da una di queste, gli statunitensi avevano dato accesso alla Germania alle loro linee telegrafiche private diplomatiche nel tentativo di incoraggiare l’iniziativa di pace del presidente Wilson, il cavo telegrafico andava dall’ambasciata statunitense di Berlino fino a Copenaghen, e da lì via cavo sottomarino negli USA, passando dalla Gran Bretagna (dove veniva tenuto sotto controllo).

Per i britannici, rivelare la fonte del telegramma agli USA avrebbe anche significato ammettere che stavano intercettando le comunicazioni diplomatiche statunitensi, così il governo britannico insinuò che l’ambasciata tedesca a Washington avesse inviato il messaggio all’ambasciata in Messico attraverso il sistema telegrafico commerciale e quindi ne doveva esistere una copia all’ufficio telegrafico pubblico di Città del Messico.

Se potevano ottenerne una copia, potevano passarla al governo statunitense dichiarando che l’avevano scoperta grazie allo spionaggio in Messico, a questo scopo contattarono un agente britannico in Messico, noto solo come Mr. H., che riuscì ad ottenerne una copia.

Per la gioia dei decifratori britannici, il messaggio era stato inviato da Washington nel Messico utilizzando il vecchio cifrario e poté quindi essere decifrato completamente, il telegramma venne consegnato dall’ammiraglio Hall al Ministro degli Esteri britannico, Arthur James Balfour, che a sua volta contattò l’ambasciatore statunitense a Londra, Walter Page, e gli consegnò il telegramma il 21 febbraio.

Due giorni dopo quest’ultimo lo consegnò al presidente statunitense Woodrow Wilson, Wilson rispose chiedendo al Congresso di armare le navi americane, così che potessero difendersi dai potenziali attacchi sottomarini dei tedeschi.

Il sentimento popolare negli Stati Uniti a quell’epoca era generalmente anti-messicano ed antitedesco, il generale John J. Pershing aveva per lungo tempo dato la caccia al bandito-rivoluzionario Pancho Villa, che aveva compiuto diverse incursioni oltre confine.

Questa era una grossa spesa per il governo statunitense, e Wilson era incline a interrompere la ricerca fino a quando in Messico non si fossero tenute nuove elezioni, insediato un nuovo governo, e promulgata una nuova costituzione, la notizia del telegramma esacerbò la tensione tra USA e Messico, poiché un tale trattato, se in vigore, avrebbe ostacolato l’elezione di un nuovo governo messicano più amichevole nei confronti degli interessi statunitensi.

La pubblicazione del telegramma Zimmermann è generalmente accreditata come l’evento scatenante che portò gli americani nella Grande Guerra, di fatti pochi giorni dopo, il 2 aprile 1917, Wilson chiese al Congresso di dichiarare guerra alla Germania e il 6 aprile il Congresso votò l’ingresso degli Stati Uniti nella grande guerra.

Per la cronaca, il presidente messicano Venustiano Carranza declinò la proposta di Zimmermann il 14 aprile 1917, ma gli USA avevano già dichiarato guerra alla Germania.
Nel maggio 1916 Alfred Ewing, colui che iniziò tutto questo, accettò l’invito a diventare preside dell’Università di Edimburgo, nel corso del quale istituì una vasta serie di riforme efficaci e che mantenne fino al suo pensionamento nel 1929.

29 Nel 1927 tenne una conferenza all’Edinburgh Philosophical Institution che conteneva la prima divulgazione semi-ufficiale del lavoro svolto dalla Room 40.

Questo è il destino delle spie.


Il nostro podcast “Le Spie della grande guerra” è dedicato alle spie della prima guerra mondiale, persone nascoste nell’ombra che hanno salvato vite studiando, indagando e nascondendosi agli occhi dei nemici.

Questo libro raccoglie le loro vicende reali, avventurose e drammatiche per restituire voce a chi visse la guerra non con le armi, ma con l’intelligenza, l’inganno e la determinazione di chi sfidò il proprio tempo.

Sarah, Gabrielle e Marthe

SP:1-E:4

In questo episodio parleremo degli agenti segreti donna della prima guerra mondiale, quei pochi che ci è dato a sapere e per quel poco che sappiamo, d’altronde, che agenti segreti sarebbero stati altrimenti.

Dopo l’episodio su Margaretha Zelle, meglio conosciuta come Mata Hari, oggi racconteremo le storie di Sarah, Gabrielle e Marthe, tre donne uniche della prima guerra mondiale.

Sarah Aaronshon nacque e morì a Zikhron Ya’aqov, in Palestina, che a quel tempo era una provincia dell’Impero ottomano, visse per un breve periodo a Istanbul, fino al 1915, epoca in cui ritornò a casa per fuggire da un matrimonio infelice.

Sulla via del ritorno tra Istanbul e Haifa Sarah assistette personalmente al genocidio armeno, nella sua testimonianza descrisse di aver visto centinaia di corpi di uomini, donne, bambini e malati armeni caricati su treni ed di un massacro di circa 5.000 armeni scagliati su piramidi di rovi in fiamme, episodio che la convinse ad aiutare le forze britanniche.

Sarah, i suoi fratelli Aaron ed Alex e il loro amico Avshalom Feinberg fondarono e guidarono il Nili, un acronico della frase tradotta dall’ebraico in: “La Gloria di Israele non cadrà”, era un’organizzazione spionistica ebraica che lavorava per il Regno Unito nei combattimenti in Palestina contro l’Impero ottomano durante la prima guerra mondiale.

Sarah sovraintendette alle operazioni del gruppo di spionaggio e passò informazioni agli agenti britannici e quando Aaron Aaronsohn era fuori guidava le operazioni di spionaggio in Palestina.

Viaggiò spesso lungo il vasto territorio dell’Impero ottomano raccogliendo importanti indicazioni utili per i britannici e portandole direttamente in Egitto; nel 1917 Alex discusse con lei sull’opportunità di rimanerci in Egitto, all’epoca sotto controllo britannico, poiché temeva ritorsioni da parte delle autorità ottomane, ma lei preferì ritornare a Zichron Ya’aqov per continuare le attività del Nili.

Nel settembre del 1917 gli ottomani catturano il suo piccione viaggiatore mentre portava un messaggio ai britannici e decriptarono il codice Nili, in ottobre gli ottomani circondarono Zikhron Ya’aqov ed arrestarono molte persone, Sarah inclusa.

Dopo quattro giorni di tortura si suicidò sparandosi un colpo di pistola per evitare altre angherie e per proteggere i suoi colleghi, nella sua ultima lettera espresse la speranza che con le sue attività nel Nili si sarebbe avvicinata la realizzazione di una nazione ebraica nella terra di Israele.

Gabrielle Petit, invece, nacque a Tournai da Jules Petit, rappresentante commerciale e Aline-Irma Ségard, la nonna paterna era figlia del barone Doncquers e la famiglia Petit era legata a quella del ministro della giustizia Jules Bara.

La famiglia aveva gravi problemi economici e Gabrielle, all’età di nove anni e dopo la perdita della madre, venne messa prima in un collegio gestito dalle suore del Sacré-Cœur a Mons e poi in un orfanotrofio a Brugelette, dove restò per sette anni.

Quando il padre si risposò, la seconda moglie accolse prima il fratello e, solo in un secondo tempo e dopo aver scoperto dell’esistenza di altre due sorelle, cercò di riunire la famiglia; così Gabrielle lasciò l’orfanotrofio nell’agosto del 1908 ma le relazioni con il padre erano molto difficili e, dopo pochi mesi, si trasferì a Bruxelles, dove trovò lavoro in un negozio di abbigliamento, cambierà poi lavoro molte volte.

Nel 1914 il Belgio fu invaso e il suo fidanzato, Maurice Gobert, venne ferito nei primi scontri, seguirono mesi molto difficili per entrambi; la ragazza non era ben vista dalla famiglia di lui, che si oppose alla relazione, ed il giovane dovette nascondersi per non essere arrestato dai tedeschi.

Sempre in quei mesi Gabrielle iniziò a lavorare per la Croce Rossa belga, i due fidanzati riuscirono ad attraversare la frontiera e raggiunsero i Paesi Bassi, da lì passarono poi in Inghilterra, dove nel mese di luglio Gabrielle ricevette una formazione allo spionaggio dagli alleati.

Dopo soli quindici giorni, lei e gli altri tre belgi che avevano seguito la sua stessa formazione furono rinviati in patria e nell’agosto del 1915 rientrò con il compito di fornire informazioni sui movimenti tedeschi nell’Hainaut e nel nord della Francia.

Le informazioni venivano inviate nei Paesi Bassi o direttamente a Londra, all’inizio usava dei corrieri, molti dei quali lavoravano per la Croce Rossa e così gli inglesi iniziarono a considerarla tra i loro agenti più affidabili in Belgio.

Passò poi a scrivere i messaggi su foglietti sottilissimi, che infilava nel doppio strato delle cartoline che poi rincollava e spediva; oltre allo spionaggio, che eseguiva con il nome di battaglia di Legrand, trasmetteva messaggi ai soldati prigionieri, organizzava il passaggio della frontiera per i soldati olandesi rimasti bloccati oltre le linee nemiche e distribuiva giornali clandestini.

Fu arrestata una prima volta ad Hasselt, ma riuscì a scappare, il 20 gennaio 1916 venne nuovamente arrestata a Bruxelles e trasferita alla Kommandantur, lì fu sottoposta a interrogatorio e la sua residenza perquisita, ma non ci furono prove di un suo coinvolgimento nello spionaggio.

Le venne offerta l’amnistia se avesse rivelato il nome dei suoi compagni, ma Gabrielle rifiutò e il 2 febbraio venne trasferita nella prigione di Saint-Gilles, il 3 marzo fu condannata a morte.

La condanna venne eseguita il 1º aprile in un complesso militare situato nel comune di Schaerbeek, al soldato che le offrì la benda per gli occhi rispose: “Non ho bisogno del tuo aiuto. Vedrai che una giovane donna belga sa morire”, al momento della fucilazione gridò: “Lunga vita al Belgio. Lunga vita al re”, aveva solamente 23 anni.

L’ultima storia di oggi riguarda la quattordicenne Marthe Betenfeld, che si impiegò nel 1903 a Nancy come apprendista sarta, ma già a sedici anni fu registrata dalla polizia come prostituta, a seguito della denuncia presentata da un soldato che l’accusò di avergli trasmesso la sifilide fu costretta a lasciare la città e a esercitare la prostituzione a Parigi, nel bordello di rue Godot-de-Mauroy.

Lì, nel 1907, a diciotto anni, conobbe e sposò Henri Richer, ricco industriale che lavorava a Les Halles: il nome con cui divenne nota, Richard, proviene dall’adattamento del suo cognome da sposata.

Nel 1914 partecipò alla fondazione dell’Unione Patriottica delle Aviatrici francesi e due anni dopo, nel 1916, perse suo marito in guerra, una volta vedova, fu reclutata come agente segreto da un suo amante, un giovane anarchico russo, che lavorava per il Secondo Reparto della difesa francese, da cui dipendeva anche la famosa Mata Hari, agli ordini di Ladoux, un capitano dell’intelligence militare francese.

Il suo compito fu quello di carpire informazioni all’addetto navale tedesco a Madrid von Krohn, e per far ciò si finse la sua amante, di ritorno in Francia, scoprì che Ladoux era stato accusato di doppio gioco con i tedeschi e arrestato.

Nel 1926 Marthe Richer sposò Thomas Crompton, uomo d’affari britannico, direttore finanziario della fondazione Rockefeller ma il matrimonio durò pochissimo, perché Crompton morì a Ginevra nel 1928, lasciando Marthe vedova per la seconda volta a 39 anni.

Quando la Francia fu coinvolta nella seconda guerra mondiale e occupata dalla Germania di Hitler, Marthe Richard riuscì a rendersi invisibile alla Gestapo diventando amante di François Spirito, gangster marsigliese che, dopo la guerra, si scoprì essere collaborazionista dei nazisti, poté così continuare la sua attività spionistica, anche se non mancarono a posteriori critiche e aspetti controversi dovuti alle sue frequentazioni.

Eletta nel 1945 al consiglio del quarto arrondissement di Parigi, si batté per la chiusura delle case di tolleranza in quel distretto cittadino, riuscita nel suo intento, fece di quella locale una battaglia nazionale e nel 1946 fu abolito il registro nazionale della prostituzione.

Tutti i quasi 180 bordelli di Parigi, molti anche storici, furono chiusi e analoga sorte toccò a quelli dell’intero Paese, moltissime case furono riconvertite e le tenutarie divennero proprietarie alberghiere, la legge non rese illegale la prostituzione, ma ne proibì l’istigazione e lo sfruttamento.

Tale legge è nota tuttora in Francia come “legge Richard” e, nel suo impianto, è sostanzialmente analoga a quella che dodici anni più tardi, su iniziativa della senatrice socialista Lina Merlin, abolì in Italia le case di tolleranza e penalizzò lo sfruttamento della prostituzione e che divenne nota come “Legge Merlin”.

Nel 1948 Marthe Richard fu oggetto di uno scandalo relativo alla cittadinanza, in seguito al citato matrimonio con Thomas Crompton, essa avrebbe perso la cittadinanza francese per aver acquisito quella britannica: dunque, sia il suo voto, che la sua elezione, che tutti gli atti da lei effettuati durante la sua carica pubblica avrebbero dovuto essere considerati illegali.

In difesa di Marthe Richard accorse il direttore di Crapouillot Jean Galtier-Boissière, che ne sottolineò i non meglio precisati servizi alla nazione. e in aggiunta nel 1952, la Richard fu accusata di furto e ricettazione in seguito alla sua citata familiarità con il malvivente marsigliese Spirito.

Ma un ispettore della Sûreté, Jacques Delarue, esperto in “falsi eroi di guerra” e millantatori, dopo due anni di indagini giunse alla conclusione che nulla poteva essere sollevato a carico di Marthe Richard.

Negli anni sessanta, una volta intrapresa l’attività letteraria, fondò un premio di letteratura erotica, in seguito Marthe Richard ammise di aver rivisto parzialmente le sue posizioni sulla prostituzione e fino alla sua morte tenne conferenze e dibattiti pubblici sulla sua carriera di agente segreto.

Marthe Richard morì a Parigi nel 1982 all’età di 93 anni, unica delle sopracitate, compresa Mata Hari, a non venire uccisa dalla sua attività di agente segreto donna della prima guerra mondiale.

Questo è il destino delle spie.


Il nostro podcast “Le Spie della grande guerra” è dedicato alle spie della prima guerra mondiale, persone nascoste nell’ombra che hanno salvato vite studiando, indagando e nascondendosi agli occhi dei nemici.

Questo libro raccoglie le loro vicende reali, avventurose e drammatiche per restituire voce a chi visse la guerra non con le armi, ma con l’intelligenza, l’inganno e la determinazione di chi sfidò il proprio tempo.

Pompeo Aloisi

SP:1-E:3

Nato a Roma il 6 novembre 1875 da Paolo e Irène, nata contessa de Belloy, Pompeo Aloisi appartiene ad una di quelle antiche famiglie che gravitano attorno alla Curia Romana, se i fratelli maggiori raggiunsero l’esercito, Pompeo invece si destina in un primo tempo alla marina come addetto navale all’ambasciata di Parigi dove farà il suo ingresso nel mondo diplomatico e dove svolgerà una carriera delle più brillanti per oltre trent’anni.

Nel 1899 Aloisi sposa Maria Federiga de Larderel, discendente di François Jacques de Larderel, un ingegnere e imprenditore francese che promosse lo sfruttamento industriale dei soffioni boraciferi della Toscana e cognata del principe Piero Ginori Conti, un nobile, imprenditore e politico italiano che fu il primo al mondo a sfruttare l’energia geotermica per la produzione industriale di corrente elettrica.

Pompeo, dopo essere uscito primo al concorso di diplomazia nel 1902, venne mandato di nuovo a Parigi, dove vede nascere nel 1907 l’unico figlio che ebbe, Folco, destinato in futuro a seguire le orme del padre, ed infatti diventerà una tradizione di famiglia avverata tutt’oggi nella persona di Francesco Aloisi de Larderel, un tempo ambasciatore d’Italia in Egitto.

Ma torniamo alla grande guerra, più precisamente al 27 settembre 1915, la prima guerra mondiale è cominciata da quattro mesi, la Regia marina italiana costringe la flotta imperiale austriaca alla fonda nei porti dell’Adriatico.

Nel mare di Brindisi si staglia la figura della corazzata Benedetto Brin, l’ammiraglia della flotta italiana, alle otto un’esplosione tremenda squassa la nave che viene avvolta da una coltre di fumo giallo e rossastro alta cento metri, metà dell’equipaggio rimane ucciso nella tragedia, 21 ufficiali e 433 tra sottufficiali e marinai.

Il 2 agosto 1916 la nave da battaglia Leonardo da Vinci, altro fiore all’occhiello italiano, è scossa anch’essa da un’esplosione, seguita da altre che la faranno a pezzi, anche qui una tragedia, muoiono 249 marinai e 21 ufficiali.

Questi sono i colpi più eclatanti dei servizi segreti austriaci e tedeschi in territorio italiano che uccideranno più di 1.000 militari, i cui sabotatori riescono anche a distruggere una intera calata del porto a Genova, un hangar di dirigibili ad Ancona, il piroscafo Etruria a Livorno e un’intera fabbrica, il dinamitificio di Cengio sopra a Savona e subisce gravi danni anche la centrale idroelettrica di Terni, ma l’evento più devastante è l’esplosione di un carro ferroviario carico di proiettili navali vicino alla Spezia, dove muoiono altre 265 persone.

Aloisi, promosso capo dei servizi segreti della marina durante la Prima Guerra mondiale, si distinguerà nell’occasione del famoso colpo di Zurigo; nonostante inizialmente lo stato italiano tentò di far passare questi eventi come sfortunate casualità, anche se si trattava chiaramente di sabotaggi e di spionaggio nemico, la Regia Marina si mise all’opera con il proprio controspionaggio che scoprì una fitta rete di spie che facevano capo al capitano di corvetta austriaco Rudolph Mayer.

Poco più di un secolo fa si compiva una epica missione di agenti segreti della Marina italiana, chiamata, per l’appunto, il “Colpo di Zurigo”, tutto iniziò quando un uomo, italiano, venne arrestato dai carabinieri mentre stava piazzando una potente carica di dinamite sotto la diga del bacino idroelettrico delle Marmore Alte, presso Terni, si intuì che gli austriaci avevano iniziato a fare leva su nostri concittadini disposti a tradire per denaro la propria patria.

Dagli interrogatori dei sabotatori arrestati, e dalle confidenze e dalle notizie fornite dagli informatori, il servizio informazioni italiani capì che il centro organizzativo dell’azione terroristica si trovava in Svizzera, a Zurigo, nella sede del consolato austriaco.

Rudolph Mayer, console austriaco, Capitano di Corvetta della Imperial Regia Marina di Vienna, comprava uomini, soprattutto italiani, con listini da star ed una disponibilità economica quasi illimitata.

Fu inviato un ufficiale italiano, Pompeo Aloisi a Zurigo, studiò la situazione, fece sorvegliare la palazzina del consolato austriaco ed intanto organizzava un piano, ma non poteva fare tutto da solo, aveva bisogno di un gruppo di uomini.

Il piano che preparava, oggigiorno sarebbe da film, entrare nell’ufficio di Mayer, aprire la cassaforte, portar via i progetti dei sabotaggi e le cartelle dei sabotatori e far saltare l’intera organizzazione, ma doveva essere fatto senza nessuna copertura ufficiale del governo e della Marina.

Si preparò il gruppo di uomini: il primo fu il tenente Ugo Cappelletti, inviato sotto copertura diplomatica, subito a Zurigo; giunto nella città elvetica Ugo Cappelletti cominciò a frequentare il locale di un marchigiano anarchico, che aveva conosciuto a Vienna quando studiava all’università e con il quale era rimasto in contatto.

Il padrone presentò a Cappelletti un cliente che non veniva spesso ma sembrava bene informato: l’avvocato Livio Bini, che divenne il secondo uomo del gruppo.

Fu in questo modo che Bini, astuto e opportunista, a seguito di una denuncia ai suoi fiduciari che vennero arrestati dal Reparto Informazioni della Regia Marina, gli tornò utile collaborare per uscirne ricco e pulito, Bini conosceva Mayer e faceva il doppio gioco.

Mayer reperiva informazioni da Bini e a sua volta, l’ufficiale austro-ungarico, continuò a fornirne, non sapendo che collaborava col Servizio italiano ma continuando a tenere sul proprio libro paga l’avvocato fiorentino che aveva in cambio il vantaggio di essere pagato da due parti.

Il terzo componente della squadra fu un ingegnere triestino, ottimo agente segreto: Salvatore Bonnes , irredento, volontario di guerra ed ingegnere del genio navale, conoscitore della lingua tedesca che venne nominato addetto commerciale alla legazione italiana di Berna.

Infine, gli “uomini di mano”: l’esperto tecnico Stenos Tanzini di Lodi, sottufficiale di marina, specialista torpediniere transitato nel servizio informazioni che fornì a Bronzin importanti indicazioni circa le abitudini e gli orari di sorveglianza del guardiano della palazzina obiettivo; e Remigio Bronzin, irredento triestino, alias “Remigio Franzioni (o Brausin)”, era un operaio della ditta Stigler di Milano che fabbricava ascensori, esperto di serrature, disposto a combattere l’Austria con ogni mezzo e che accettò senza chiedere nulla in cambio.

Ma il reclutamento più bizzarro fu quello dell’ultimo uomo, Natale Papini, era di Livorno e andarono a pescarlo in carcere dove si trova per avere svaligiato una banca di Viareggio, era uno specialista nell’aprire casseforti, la sua paga?

Libero in caso di esito positivo dell’azione.

L’avvocato Bini suggerì il luogo in cui si trovava la cassaforte, ma avvertì anche che bisogna passare attraverso sedici porte, di ognuna delle quali occorreva possederne la chiave, ma il doppiogiochista fiorentino ne fornì anche le impronte.

Fatte le copie delle chiavi, il gruppo decise che si sarebbe tentato la notte del 22 febbraio 1917, perché era Carnevale e in quell’occasione la sorveglianza della polizia sarebbe stata allentata e così gli uomini del commando arrivarono nella palazzina, superarono le sedici porte, ma…ne trovarono, inaspettatamente, una diciassettesima chiusa, la missione fallì al primo tentativo.

Compiendo autentici miracoli, l’agente doppiogiochista Bini riuscì a fornire anche lo stampo della diciassettesima porta a tempo di record, se ne fabbricò la chiave e si decise di ritentare nella notte del 24, sabato grasso.

Al secondo tentativo, dopo diciassette porte, arrivarono finalmente nell’ufficio del console, dove si trovava la cassaforte, si era calcolato un’ora di lavoro con la fiamma ossidrica ma ce ne vollero più di quattro.

Finalmente riuscirono a mettere le mani sul bottino: documenti, codici di cifratura, l’elenco completo delle spie austriache in Italia, il numero dei conti correnti dove venivano depositate le somme pagate per i sabotaggi, i piani per i futuri attentati, una grossa somma di denaro, gioielli e una preziosa collezione di francobolli, subito tutti depositati presso il ministero della Marina a Roma.

Il gruppo di assaltatori fuggì con il materiale e riuscì a ritornare rapidamente in Italia, il “colpo di Zurigo”, difficilissimo nell’esecuzione, era stato di eccezionale portata.

Seguirono varie operazioni congiunte, arrivarono retate, processi senza grandi risultati, alcuni documenti interessanti vennero persi o distrutti, personaggi conniventi rimasero nell’ombra e la verità non giunse mai a galla del tutto e ogni cosa finì, purtroppo, in un insabbiamento generale.

Un anno dopo la guerra finì ma Pompeo Aloisi, dopo essersi guadagnato il titolo di barone il 15 agosto 1919 per i servizi resi alla patria, tornò ad una carriera diplomatica di alto livello che culminò nel 1932, quando venne chiamato da Benito Mussolini, che aveva assunto a titolo momentaneo il ministero degli Esteri, come suo capo di gabinetto.

Inviato successivamente quale ministro plenipotenziario a Copenaghen, Bucarest e Tokyo, occupò l’ultimo mandato ad Ankara, prima di sostituire Dino Grandi a palazzo Chigi.

Dal 1932 al 1936, il barone Aloisi partecipò allo sviluppo dell’amicizia italo-tedesca ed all’estensione dell’impero italiano attraverso le varie conferenze internazionali sull’Etiopia e la Saar, che porteranno ineluttabilmente l’Italia alla rottura con Francia e Inghilterra, nonostante la spontanea simpatia nutrita che il barone, per metà francese e sposato con una discendente di Francesi, aveva nei confronti di entrambi questi paesi, così come del resto lo erano tutti i diplomatici della vecchia scuola.

Venne sostituito il 9 giugno 1936 da Galeazzo Ciano al ministero degli Esteri ma venne nominato senatore nel ‘39 e non rivestì più alcun incarico pubblico se non quello di comandante di un settore della difesa costiera durante la Seconda Guerra mondiale.

Assolto da ogni accusa di collaborazionismo durante i giudizi di epurazione dal fascismo, morì a Roma il 15 gennaio 1949.

Pur non negandone l’implicazione profonda nel regime fascista, occorre sottolineare l’importanza e la qualità dell’attività diplomatica di Pompeo Aloisi: uomo asciutto e privo di retorica, riuscì con il suo tatto ed il suo fascino personale ad avviare l’Italia verso una posizione internazionale, facendone, anche se col sacrificio dell’amicizia con l’Inghilterra e la Francia, una vera potenza almeno fino al 1940.

Questo è il destino delle spie.


Il nostro podcast “Le Spie della grande guerra” è dedicato alle spie della prima guerra mondiale, persone nascoste nell’ombra che hanno salvato vite studiando, indagando e nascondendosi agli occhi dei nemici.

Questo libro raccoglie le loro vicende reali, avventurose e drammatiche per restituire voce a chi visse la guerra non con le armi, ma con l’intelligenza, l’inganno e la determinazione di chi sfidò il proprio tempo.

Mata Hari

SP:1-E:2

Figlia di Adam Zelle che possedeva un negozio di cappelli ed era proprietario di un mulino e di una fattoria e di Antje van der Meulen, aveva tre fratelli.

Margaretha aveva una carnagione scura e i capelli e gli occhi neri, caratteristiche fisiche che la differenziavano notevolmente dai suoi connazionali olandesi.

Nel 1889 gli affari del padre incominciarono ad andar male, tanto da costringerlo a cedere la sua attività commerciale ed il dissesto economico provocò dissapori nella famiglia che portarono alla separazione dei coniugi e al trasferimento del padre ad Amsterdam, la madre morì l’anno dopo.

Nel 1895 Margaretha rispose all’inserzione matrimoniale di un ufficiale, il capitano Rudolph Mac Leod che viveva ad Amsterdam, in licenza di convalescenza dalle colonie d’Indonesia e l’11 luglio 1896, ottenuto anche il consenso paterno, Margaretha sposò il capitano Mac Leod.

Abitarono inizialmente ad Amsterdam, ebbero un figlio e poi si trasferirono a Giava dove il capitano riprese il servizio attivo.

L’anno dopo si spostarono vicino a Malang, dove il 2 maggio 1898 nacque una figlia ma presto la famiglia venne sconvolta dalla tragedia della morte del piccolo primogenito Norman, che morì avvelenato.

La causa non fu mai scoperta pienamente, pare una medicina somministrata dalla domestica indigena ai figli della coppia, moglie di un subalterno del neo promosso al grado di maggiore Mac Leod che gli aveva inflitto una punizione.

Rudolph, Margaretha e la piccola Non, si dislocarono nuovamente a Giava, dove il maggiore Mac Leod, raggiunta la maturazione della pensione, il 2 ottobre 1900 diede le dimissioni dall’esercito e cedendo forse alle richieste della moglie, riportò, agli inizi del 1902, la famiglia nei Paesi Bassi.

Sbarcati ad Amsterdam i due coniugi tornarono per breve tempo a vivere nella casa di Louise Mac Leod, sorella del maggiore, e poi per loro conto in un appartamento ma Margaretha fu lasciata dal marito, chiedendo la separazione e affidando la figlia al padre di lei.

Decisa a tentare l’avventura della grande città, nel marzo del 1903, Margaretha andò a Parigi, dove non conosceva nessuno: molto bella d’aspetto cercò di mantenersi facendo la modella presso un pittore e cercando scritture nei teatri, ma con risultati alquanto deludenti.

Forse giunse anche a prostituirsi per sopravvivere, nella vana attesa del successo.

Il fallimento dei suoi tentativi la convinse a tornare nei Paesi Bassi, ma l’anno seguente tornò nuovamente a Parigi e prese alloggio al Grand Hotel, divenendo l’amante del barone Henri de Marguérie.

Presentatasi dal signor Molier, proprietario di un’importante scuola di equitazione e di un circo, Margaretha, che in effetti aveva imparato a cavalcare a Giava, si offrì di lavorare e, poiché una bella amazzone può essere un’attrazione, fu accettata.

Ebbe successo e una sera si esibì durante una festa in casa del Molier in una danza giavanese, o qualcosa che sembrava somigliarle: Molier rimase entusiasta di lei.

La sua danza era, a suo dire, quella delle sacerdotesse del dio orientale Shiva, che mimavano un approccio amoroso verso la divinità, fino a spogliarsi, un velo dopo l’altro, del tutto, o quasi.

Trasferitasi in un più modesto alloggio, una pensione presso gli Champs-Élysées, sempre a spese del Marguérie, il suo vero esordio avvenne nel febbraio 1905 in casa della cantante Kiréevsky, che usava invitare i suoi ricchi amici e conoscenti a spettacoli di beneficenza.

Il successo fu tale che i giornali arrivarono a parlarne: lady Mac Leod, come ora si faceva chiamare, replicò il successo in altre esibizioni, ancora tenute in case private dove più facilmente poteva togliersi i veli del suo costume, e la sua fama di «danzatrice venuta dall’Oriente» incominciò a estendersi per tutta Parigi.

Notata da monsieur Guimet, industriale e collezionista di oggetti d’arte orientali, ricevette da questi la proposta di esibirsi in place de Jéna, era però necessario cambiare il suo nome, troppo borghese ed europeo: così Guimet scelse il nome, d’origine malese, di Mata Hari.

Mata Hari alternò le esibizioni tenute nelle case esclusive di aristocratici e finanzieri, agli spettacoli nei locali prestigiosi di Parigi, appariva vestita con sottili veli traslucidi dei quali si spogliava uno dopo l’altro durante l’esibizione, finché non le rimanevano solo i gioielli orientali che portava e, sebbene il suo numero consistesse nello spogliarsi lentamente, lei non mostrò mai il suo piccolo seno nudo, perché la imbarazzava.

Mentre l’esercito tedesco invadeva il Belgio per svolgere quell’operazione a tenaglia che, con l’accerchiamento delle forze armate francesi, avrebbe dovuto concludere rapidamente la guerra, Mata Hari era già partita per la Svizzera, da dove contava di rientrare in Francia; tuttavia, mentre i suoi bagagli proseguirono il viaggio verso la terra francese, lei venne trattenuta alla frontiera e rimandata a Berlino.

Il 14 agosto 1914, il funzionario del consolato olandese rilasciò a Margaretha Geertuida Zelle, «alta un metro e settantacinque», di capelli, in quell’occasione, biondi, il visto per raggiungere Amsterdam.

Divenuta prima l’amante del banchiere van der Schalk e poi, dopo il trasferimento a L’Aia, del barone Eduard Willem van der Capellen, il 24 dicembre 1915 Mata Hari tornò a Parigi, per recuperare il suo bagaglio e tentare, nuovamente invano, di ottenere una scrittura da Djagilev, ebbe appena il tempo di divenire amante del maggiore belga Fernand Beaufort che, alla scadenza del permesso di soggiorno, il 4 gennaio 1916, dovette fare ritorno nei Paesi Bassi.

Furono frequenti le visite nella sua casa de L’Aia del console tedesco Alfred von Kremer, che proprio in questo periodo l’avrebbe assoldata come spia al servizio della Germania per avere informazioni sull’aeroporto di Vittel, in Francia, dove ella poteva recarsi col pretesto di far visita al suo ennesimo amante, il capitano russo Vadim Masslov, ricoverato nell’ospedale di quella città.

Ma la ballerina in quel periodo era già sorvegliata dal controspionaggio inglese e francese quando, il 24 maggio 1916, partì per la Spagna e da qui, il 14 giugno, per Parigi dove tramite un ex-amante, il tenente di cavalleria Jean Hallaure, che era anche, senza che lei lo sapesse, un agente francese, il 10 agosto si mise in contatto con il capitano Georges Ladoux, capo di una sezione di controspionaggio francese, per ottenere il permesso di recarsi a Vittel.

Ladoux le concesse il visto e le propose di entrare al servizio della Francia, proposta che Mata Hari accettò, chiedendo l’enorme cifra di un milione di franchi, giustificata dalle conoscenze importanti che ella vantava e che sarebbero potute tornare utili alla causa francese.

Qui, oltre a inviare informazioni sulla sua missione agli agenti tedeschi nei Paesi Bassi e in Germania, ricevette anche istruzioni dal capitano Ladoux di tornare nei Paesi Bassi via Spagna, ma durante una sosta della nave a Falmouth, nel Regno Unito, fu arrestata perché scambiata con una ballerina di flamenco, Clara Benedix, sospetta spia tedesca.

Interrogata a Londra e chiarito l’equivoco, dopo accordi presi con Ladoux, Scotland Yard la respinse in Spagna, sbarcò l’11 dicembre 1916.

A Madrid continuò il doppio gioco, mantenendosi in contatto sia con l’addetto militare all’ambasciata tedesca, Arnold von Kalle, sia con quello dell’ambasciata francese, il colonnello Joseph Denvignes, al quale riferì di manovre dei sottomarini tedeschi al largo delle coste del Marocco.

Il von Kalle comprese che Mata Hari stava facendo il doppio gioco e telegrafò a Berlino che «l’agente H21» chiedeva denaro ed era in attesa di istruzioni: la risposta fu che l’agente H21 doveva rientrare in Francia per continuare le sue missioni e ricevervi 15 000 franchi.

Il 2 gennaio 1917 Mata Hari rientrò a Parigi e la mattina del 13 febbraio venne arrestata nella sua camera dell’albergo Élysée Palace dal capo della polizia Priolet con cinque ispettori e rinchiusa nella prigione di Saint-Lazare, von Kalle l’aveva venduta ai francesi.

Di fronte al titolare dell’inchiesta, Mata Hari adottò inizialmente la tattica di negare ogni cosa, dichiarandosi totalmente estranea a ogni vicenda di spionaggio, ma poi, con il passare dei giorni, Mata Hari non riuscì a giustificare agli occhi della Corte le somme che il van der Capelen, suo amante, le inviava dai Paesi Bassi, né le somme ricevute a Madrid dal von Kalle, che tentò di giustificare come semplici regali.

Dovette anche rivelare un particolare inedito, ossia l’offerta ricevuta in Spagna di lasciarsi ingaggiare come agente dello spionaggio russo in Austria.

Riferì anche della proposta fattale dal capitano Ladoux di lavorare per la Francia, una proposta che cercò di sfruttare a suo vantaggio, come dimostrazione della propria lealtà nei confronti della sua amata Francia.

L’accusa non aveva, fino a questo momento, alcuna prova concreta contro Mata Hari, la quale poteva anzi vantare di essersi messa a disposizione dello spionaggio francese.

Il fatto è che il controspionaggio non aveva ancora messo a disposizione del capitano Bouchardon le trascrizioni dei messaggi tedeschi intercettati che la indicavano come l’agente tedesco H21.

Quando lo fece, due mesi dopo, Mata Hari dovette ammettere di essere stata ingaggiata dai tedeschi, di aver ricevuto inchiostro simpatico per comunicare le sue informazioni, ma di non averlo mai usato e di non avere trasmesso nulla ai tedeschi, malgrado i 20.000 franchi ricevuti dal console von Kramer che ella, sostenne, considerò solo un risarcimento per i disagi patiti durante la sua permanenza in Germania nei primi giorni di guerra.

I tanti ufficiali francesi dei quali fu amante, interrogati, la difesero, dichiarando di non averla mai considerata una spia.

Al contrario, il capitano Georges Ladoux negò di averle mai proposto di lavorare per i servizi francesi, avendola sempre considerata una spia tedesca.

Il processo, tenuto a porte chiuse, ebbe inizio il 24 luglio e dopo meno di un’ora venne emessa la sentenza secondo la quale l’imputata era colpevole di tutte le otto accuse mossele: «In nome del popolo francese, il Consiglio condanna all’unanimità la suddetta Zelle Marguerite Gertrude alla pena di morte».

Il 15 ottobre, ricambiato più volte il saluto con cortesi cenni del capo, fu blandamente legata al palo; rifiutata la benda, poté fissare di fronte a sé i dodici fanti ai quali era stato assegnato il compito di giustiziarla: uno di essi, secondo regola, aveva il fucile caricato a salve, ma gli altri no.

Morì per fucilazione portando con sé i suoi segreti.

Questo è il destino delle spie.


Il nostro podcast “Le Spie della grande guerra” è dedicato alle spie della prima guerra mondiale, persone nascoste nell’ombra che hanno salvato vite studiando, indagando e nascondendosi agli occhi dei nemici.

Questo libro raccoglie le loro vicende reali, avventurose e drammatiche per restituire voce a chi visse la guerra non con le armi, ma con l’intelligenza, l’inganno e la determinazione di chi sfidò il proprio tempo.

Luisa Zeni

SP:1-E:1

Quella di Luisa Zeni è una storia che forse non tutti conoscono, ma che fa parte della nostra memoria storica trentina e di quella di Arco, la città dove nacque nel 1896, al tempo sotto dominio asburgico.

Luisa Zeni proveniva da una famiglia qualunque, il padre faceva il fabbro, la madre morì quando lei era ancora piccola, aveva 3 anni, e dovette imparare fin da subito a contare sulle proprie forze e su quelle dal padre e del nonno garibaldino

Visse nei primi anni del Novecento nel clima di crescente tensione fra italiani e tedeschi all’interno dell’Impero austro-ungarico, Luisa era di sentimenti irredentisti, forse grazie anche al trascorso militare del nonno, e viveva in un Trentino lacerato fra la secolare fedeltà agli Asburgo ed il richiamo nazionalistico dell’Italia,

Nel volume che pubblicherà poi nel 1926, Briciole, ricordi di una donna in guerra, si racconta l’aneddoto di come rispose al suo ispettore scolastico Prospero Marchetti, fratello di Tullio Marchetti, personaggio fondamentale del servizio informazioni italiani.

Quando Prospero le chiese: «Che faresti se l’Italia movesse in guerra contro l’Austria?»
«Andrei sul Brione a gettar giù sassi»
«Ma contro chi?» «Contro i tedeschi, così gli italiani avanzerebbero».

Luisa Zeni era una donna qualunque, di bassa statura, fisico minuto e di certo non era una di quelle donne che attirava l’attenzione su di sé per la sua bellezza, occhi piccoli e scuri, capelli scuri, dentatura leggermente pronunciata.

Luisa passò il confine nel 1914, appena ebbe compiuto i 18 anni, e si unì al gruppo di irredentisti trentini che, poco prima dello scoppiare della prima guerra mondiale, si diressero a Milano per evitare di entrare in guerra con l’esercito austriaco, in fin dei conti volevano essere italiani, non volevano combatterli.

Tale gruppo, condotto da Cesare Battisti, va a formare il Comitato fra irredenti adriatici e trentini con sede in via Silvio Pellico, 14.

Alla vigilia dell’entrata in guerra, il Comando della 1ª Armata, schierata sul fronte trentino, svolge un’azione di reclutamento per trovare dei trentini disposti, una volta passato nuovamente il confine, a compiere un’azione informativa atta a conoscere i movimenti nemici da Ala fino al Brennero.

Luisa, reclutata nel 1915 all’età di 19 anni dall’allora capo del Servizio Ufficio Informazioni, il colonnello Tullio Marchetti, si offre volontaria per compiere tale pericolosa impresa, «unica persona, fra le molte interpellate di ambo i sessi, che accettò senza titubanza il pericoloso incarico».

Il 22 maggio 1915, due giorni prima della dichiarazione ufficiale di guerra da parte dell’Italia, Luisa Zeni da Milano va a Verona, da qua passa il confine entrando in territorio austriaco nella zona di Ossenigo a Peri.

Con sé aveva soltanto dell’inchiostro simpatico, qualche soldo necessario per vivere, alcuni contatti utili, tra cui il barone Silvio a Prato, un agente italiano in Svizzera a cui avrebbe dovuto indirizzare la sua corrispondenza, e dei documenti falsi per convalidare il suo alias, il suo alter ego austriaco: Josephine Müller.

Intercettata e fermata due volte da pattuglie austriache, Luisa ebbe subito la prontezza, quella prontezza che la salverà in altre occasioni, di pronunciare il suo falso nome e raccontare di essere un’austriaca che vuole ricongiungersi alla sua patria.

Si presenta come Josephine Muller, dichiara di essere fuggita dall’Italia per rientrare in Austria e accompagnata ad Ala viene perquisita.

Temeva che venisse scoperto che era una spia: tra le animelle dei bottoni teneva infatti nascosti gli indirizzi e i contatti degli svizzeri ai quali avrebbe dovuto trasmettere le informazioni mentre nella borsetta aveva l’inchiostro simpatico e il reagente.

Tutto andò liscio, i documenti falsi ressero all’esame e venne fatta proseguire rilasciandogli un foglietto per prendere quella sera stessa insieme ad altri evacuati il treno per Innsbruck.

Il 24 maggio, all’età di vent’anni, raggiunse finalmente Innsbruck in treno e scese all’Union Hotel, luogo pericoloso, ma anche miniera di informazioni frequentato com’è dagli ufficiali dei comandi stanziati in città.

Si era insinuata nel nido del nemico ed ora poteva iniziare il suo lavoro.

Conoscendo perfettamente tanto il tedesco che il territorio trentino, nel corso delle settimane seguenti la Zeni svolge a Innsbruck una preziosa opera informativa, con grande cautela ascoltava tutto ciò che poteva esserle utile, raccoglieva informazioni che appuntava su foglietti di carta che nascondeva con cura all’interno dei bottoni degli abiti.

Le sue relazioni precise e dettagliate venivano inviate in Svizzera, al barone a Prato, che notò quanto fosse efficiente quella giovane agente trentina, la persona adatta per quella missione.

A volte Luisa si spingeva fino alla frontiera, in Pusteria; nei suoi giri attraversava ponti, posti di controllo, depositi e caserme, dove si accattivava le simpatie dei soldati portando loro tabacco e cioccolata in regalo.

Dopo qualche tempo, per non farsi scoprire abbandonò l’Hotel andando a stare in una casa privata, e iniziò a frequentare un gruppo di Trentini innamorati dell’Italia, mantenendo sempre il suo segreto.

Ma i sospetti iniziarono a circolare e le pattuglie austriache cominciarono le perquisizioni, irrompendo anche nelle case private.

Una sera piombarono anche nella casa dove si trovavano Luisa e gli amici trentini. Terrorizzati, riuscirono a nascondersi dove capitava, ma qualcuno venne ammanettato e portato via.

Di loro la ragazza non seppe più nulla.

Dato che le perquisizioni diventavano sempre più frequenti, nella sua stanzetta Luisa si era ingegnata per nascondere i suoi “corpi del reato”, le boccette d’inchiostro chimico e il reagente.

Dietro l’armadio, con un trapano e uno scalpello aveva forato il pavimento di legno, ricavando uno spazio dove aveva nascosto le boccette.

Se fossero state trovate sarebbe stata condannata a morte.

Tenendosi informata sulla sorte dei suoi compatrioti, con il cuore in gola, la ragazza andava avanti nel suo gioco pericoloso, fino a che, alla fine di luglio, non venne smascherata dalla polizia nemica e dall’Evidenzbüro, il servizio di intelligence militare austroungarico. Una mattina quattordici uomini armati si presentarono a casa sua per condurla alla Kloster Kaserme.

Conservando il suo sangue freddo e un atteggiamento di sfida Luisa li seguì.

Fu gettata in una stanza, nuda, al buio.

Nonostante temesse per la sua sorte, si sentiva orgogliosa di aver servito la sua patria, che ora invocava in quella cella umida.

Quando la presero per interrogarla sulla sua identità sfoderò la scusa che si era preparata.

Disse di servirsi del nome tedesco per non rischiare di essere maltrattata, come capitava a chi portava un nome che suonava italiano.

Raccontò poi la verità sulla sua famiglia: il padre prestava servizio come soldato in Panarotta, suo fratello in Galizia, mentre lo zio sacerdote era al fronte nel Regio Esercito come cappellano militare; il resto dei parenti confinato in Moravia, ma lei non li avrebbe raggiunti.

Anche questa volta la giovane trentina dallo spirito acuto se la cavò, ma non poteva uscire fuori dai confini della città e l’avrebbero tenuta sotto stretta sorveglianza.

La piccola spia di Arco rimase in Austria per tre mesi, quando dalle perquisizioni si era passati agli arresti di massa: i Verräter, i traditori, gli irredenti, venivano catturati e giustiziati.

Il 7 agosto 1915 infatti i poliziotti tornarono a cercarla.

La padrona di casa avvisò la ragazza che erano passati e sarebbero tornati a prenderla.

Non c’era tempo da perdere, l’avrebbero uccisa.

Luisa doveva fuggire, lasciare Innsbruck e l’Austria.

Era notte.

La giovane donna si travestì da uomo, aiutata dalla stessa padrona di casa che gli tagliò i capelli e gli donò un costume tirolese.

A piedi raggiunse la piccola stazione di Hall, appena fuori città e salì su un treno diretto a Feldkirch, in territorio neutrale, per cambiare successivamente e dirigersi in Svizzera.

La corsa arrivò a destinazione, Luisa doveva ora superare i controlli.

C’erano gendarmi dappertutto.

Tenuta sotto sguardo da due di loro che sorvegliavano i binari, si fece strada tra i rimpatriandi italiani in coda e presentò un inservibile foglio di legittimazione, che le era stato rilasciato al Municipio di Innsbruck, ma venne respinto.

Fingendo che fosse tutto in regola, la ragazza si mosse, foglio alla mano bene in vista, verso la stazione, passando tra i gendarmi che non le chiesero nulla.

Esausta, impaurita e preoccupata attese con ansia il treno per la Svizzera.

Era fatta.

Dichiarandosi al servizio della Prima Armata riuscì a raggirare anche i controlli a Zurigo ed arrivò finalmente in Italia per raggiungere il colonnello alpino Tullio Marchetti che andò ad accoglierla a Milano il 15 agosto per sentire direttamente da lei le ultime notizie.

Il giorno seguente Luisa Zeni cessò di essere alle sue dipendenze.

Successivamente, frequentò nell’inverno di quello stesso 1915, la scuola per infermiere della Croce Rossa Italiana, venendo assegnata a diversi ospedali dove prestò servizio fino alla fine della guerra quando, in ricompensa del servizio reso al Paese le venne concessa la medaglia d’argento al valor militare, caso più unico che raro per una donna.

«… è certo che essa, conscia dei pericoli sui quali andava incontro, diede prova di grande ardimento, arrischiando la vita, soprattutto nella sua qualità di trentina, e ciò per puro amore di patria e non per denaro, avendo essa compiuto fino al limite del possibile il suo servizio con il minimo di spesa e senza guadagno di sorta, né diretto né indiretto…. Il suo agire arditissimo e nobile ebbe ed ha un valore maggiore che se fosse stato compiuto da un uomo, dato che nessun uomo si è sentito di fare quanto la Zeni ha fatto. »

Nel 1918 la guerra terminò ma Luisa non si fermò, nel 1920 partecipò all’impresa di Fiume dove si adopera come crocerossina, ciò che aveva studiato e fatto terminando il suo lavoro da spia.

Questa volta si guadagna l’ammirazione dello stesso Gabriele D’Annunzio che parla di lei come “creatura ammirabile”.

Della Zeni, poi, non si seppe granché, forse perché aderì successivamente al fascismo, si sposò, ebbe una vita qualunque come ci si aspetta da una donna qualunque di quei tempi.

Morì a Roma nel 1940. Altre donne seguiranno il suo esempio negli anni, nella buona e nell’avversa fortuna, soprattutto nella Seconda Guerra Mondiale.

Questo è il destino delle spie.


Il nostro podcast “Le Spie della grande guerra” è dedicato alle spie della prima guerra mondiale, persone nascoste nell’ombra che hanno salvato vite studiando, indagando e nascondendosi agli occhi dei nemici.

Questo libro raccoglie le loro vicende reali, avventurose e drammatiche per restituire voce a chi visse la guerra non con le armi, ma con l’intelligenza, l’inganno e la determinazione di chi sfidò il proprio tempo.