Eraclito di Efeso – L’armistizio di Compiègne

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Eraclito di Efeso è una persona qualunque.

Eraclito di Efeso è stato un filosofo greco antico, uno dei maggiori pensatori presocratici, è considerato il Pensatore oscuro per eccellenza ed egli stesso nutriva sfiducia nella possibilità che il suo scritto potesse essere compreso dalla maggior parte degli uomini.

Egli è interpretato in modi differenti a causa del suo stile ermetico, oracolare, criptico e della frammentarietà nella quale è giunta la sua opera già complessa in principio; fu Eraclito a dire: “tutto ha un inizio e tutto ha una fine”, e anche la prima guerra mondiale giunse alla sua fine, come il nostro podcast.

In quest’ultima puntata, vi racconteremo dell’armistizio di Compiègne, l’armistizio che mise la parola fine alla grande guerra.

L’armistizio di Compiègne fu l’accordo sottoscritto alle ore 05:00 dell’11 novembre 1918 tra l’Impero tedesco e le potenze Alleate in un vagone ferroviario nei boschi vicino a Compiègne in Piccardia; l’atto segnò la fine dei combattimenti della prima guerra mondiale.

Precedenti armistizi erano stati concordati con la Bulgaria, l’Impero ottomano e l’Impero austro-ungarico ma la guerra si concluse dopo che il governo tedesco inviò un messaggio al presidente americano Thomas Woodrow Wilson per negoziare i termini sulla base di un suo recente discorso e dei “Quattordici punti” dichiarati precedentemente, che in seguito divenne la base della resa tedesca alla conferenza di pace di Parigi, che ebbe luogo l’anno successivo.

I termini effettivi, che furono in gran parte scritti da Ferdinand Foch, includevano la cessazione delle ostilità sul fronte occidentale, il ritiro delle forze tedesche dall’ovest del Reno, l’occupazione alleata della Renania e delle teste di ponte più ad est, la conservazione delle infrastrutture, la resa di aerei, navi da guerra e materiale militare, il rilascio dei prigionieri di guerra alleati e dei civili internati, eventuali riparazioni, nessun rilascio di prigionieri tedeschi e nessun allentamento del blocco navale della Germania.

L’armistizio venne prorogato tre volte mentre proseguivano i negoziati su un trattato di pace, i combattimenti continuarono fino alle 11:00 dell’11 novembre 1918, con 2.738 uomini che morirono l’ultimo giorno di guerra.

La situazione militare per gli Imperi centrali si deteriorò rapidamente dalla battaglia di Amiens all’inizio dell’agosto 1918, che fece precipitare la ritirata tedesca verso la linea Hindenburg, e la perdita delle conquiste dell’offensiva tedesca di primavera.

L’avanzata alleata, in seguito nota come offensiva dei cento giorni, entrò in una nuova fase il 28 settembre, quando un massiccio attacco di Stati Uniti e Francia aprì l’offensiva della Mosa-Argonne, mentre a nord gli inglesi erano pronti ad assaltare il canale di San Quintino, minacciando un gigantesco movimento a tenaglia.

Nel frattempo, l’Impero ottomano era vicino all’esaurimento, l’Impero austro-ungarico era nel caos e sul fronte macedone la resistenza dell’esercito bulgaro era crollata, portando all’armistizio di Salonicco il 29 settembre.

In Germania, la carenza cronica di cibo causata dal blocco alleato stava portando sempre più a malcontento e disordine, sebbene il morale in prima linea tedesca fosse ragionevole, le vittime sul campo di battaglia, le razioni da fame e l’influenza spagnola avevano causato una disperata carenza di manodopera e le reclute disponibili erano stanche e disamorate della guerra.

La rivolta dei marinai che ebbe luogo durante la notte tra il 29 e il 30 ottobre 1918 nel porto navale di Wilhelmshaven si diffuse in tutto il paese in pochi giorni e portò alla proclamazione di una repubblica il 9 novembre e all’annuncio dell’abdicazione di Guglielmo II.

In alcune zone, i soldati sfidarono l’autorità dei loro ufficiali e in alcune occasioni istituirono consigli dei soldati, come il consiglio dei soldati di Bruxelles istituito dai soldati rivoluzionari il 9 novembre.

Sempre il 9 novembre, Massimiliano di Baden cedette la carica di cancelliere a Friedrich Ebert, un socialdemocratico, il SPD di Ebert ed il cattolico Partito di Centro di Erzberger avevano avuto un rapporto difficile con il governo imperiale sin dall’era di Bismarck negli anni 1870 e 1880.

Erano ben rappresentati nel Reichstag imperiale, che aveva scarso potere sul governo e chiedeva una pace negoziata dal 1917, la loro importanza nei negoziati di pace avrebbe causato la mancanza di legittimità della nuova Repubblica di Weimar agli occhi della destra e dei militaristi.

L’armistizio fu il risultato di un processo affrettato e disperato, la delegazione tedesca guidata da Matthias Erzberger attraversò la linea del fronte in cinque auto e venne scortata per dieci ore attraverso la devastata zona di guerra del nord della Francia, arrivando la mattina dell’8 novembre 1918.

Essi vennero poi portati nella destinazione segreta a bordo del treno privato di Ferdinand Foch parcheggiato in un binario di raccordo nella foresta di Compiègne.

Foch comparve solo due volte nei tre giorni di trattative: il primo giorno, per chiedere alla delegazione tedesca cosa volesse, e l’ultimo giorno, per provvedere alle firme, ai tedeschi venne consegnato l’elenco delle richieste alleate e vennero concesse 72 ore per concordare.

La delegazione tedesca discusse i termini alleati non con Foch, ma con altri ufficiali francesi e alleati, l’armistizio equivaleva alla completa smilitarizzazione tedesca, con poche promesse fatte in cambio dagli alleati, il blocco navale della Germania non venne completamente revocato fino a quando non vennero concordati termini di pace completi.

Ci furono pochissime trattative, i tedeschi furono in grado di correggere alcune richieste impossibili, ad esempio, il disarmo di più sottomarini di quanti ne possedesse la loro flotta, prolungarono il programma per la ritirata e registrarono la loro protesta formale per la durezza dei termini alleati, ma non erano in grado di rifiutarsi di firmare.

Domenica 10 novembre 1918, ai tedeschi vennero mostrati i giornali di Parigi per informarli che il Kaiser aveva abdicato, quello stesso giorno, Ebert incaricò Erzberger di firmare.

Il gabinetto aveva precedentemente ricevuto un messaggio da Paul von Hindenburg, capo dell’Alto Comando tedesco, che richiedeva la firma dell’armistizio anche se le condizioni alleate non potevano essere migliorate.

L’armistizio venne concordato alle 5:00 del mattino dell’11 novembre 1918, con entrata in vigore alle 11:00, per cui l’occasione è talvolta indicata come “l’undicesima ora dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese”.

Il pubblico britannico venne informato dell’armistizio da un comunicato ufficiale aggiunto emesso dall’ufficio stampa alle 10:20 del mattino, quando il primo ministro britannico David Lloyd George annunciò: “L’armistizio è stato firmato stamattina alle cinque e le ostilità cesseranno su tutti i fronti alle 11 di oggi”.

Un comunicato ufficiale venne pubblicato dagli Stati Uniti alle 14:30: “Secondo i termini dell’armistizio, le ostilità sui fronti delle armate americane sono state sospese alle undici di questa mattina”.

La notizia della firma dell’armistizio fu annunciata ufficialmente verso le 9:00 del mattino a Parigi, un’ora dopo, Foch, accompagnato da un ammiraglio britannico, si presentò al Ministero della guerra, dove venne subito ricevuto da Georges Clemenceau, il primo ministro della Francia.

Alle 10:50, Foch emise questo ordine generale: “Le ostilità cesseranno su tutto il fronte a partire dall’11 novembre alle 11. Le truppe alleate non andranno, fino a nuovo ordine, oltre la linea raggiunta in quella data e a quell’ora.”

Cinque minuti dopo, Clemenceau, Foch e l’ammiraglio britannico si recarono al Palazzo dell’Eliseo, al primo colpo sparato dalla Torre Eiffel, il Ministero della guerra ed il Palazzo dell’Eliseo esposero le bandiere, mentre le campane suonavano intorno a Parigi.

Cinquecento studenti si radunarono davanti al Ministero e chiamarono Clemenceau, che apparve sul balcone, Clemenceau esclamò “Vive la France!” – la folla gli fece eco, alle 11:00, dalla Fortezza di Mont-Valérien venne sparato il primo colpo di cannone della pace, che comunicò alla popolazione di Parigi che l’armistizio era concluso, ma la popolazione ne era già a conoscenza dagli ambienti ufficiali e dai giornali.

Nonostante la notizia dell’imminente cessate il fuoco si fosse diffusa nelle ore precedenti tra le forze al fronte, i combattimenti in molti settori del fronte proseguirono fino all’ora stabilita.

Alle 11:00 ci fu una fraternizzazione spontanea tra le due parti ma in generale le reazioni vennero attenuate, un caporale britannico riferì: “[…] i tedeschi sono usciti dalle loro trincee, si sono inchinati davanti a noi e poi se ne sono andati. Ecco. Non c’era niente con cui potessimo festeggiare, tranne i biscotti”.

Da parte degli Alleati, l’euforia e l’esultanza erano rare, ci furono acclamazioni ed applausi, ma la sensazione dominante fu il silenzio e il vuoto dopo 52 estenuanti mesi di guerra, la pace tra gli Alleati e la Germania venne successivamente stabilita nel 1919, dalla Conferenza di pace di Parigi e dal Trattato di Versailles dello stesso anno.

Il mito che l’esercito tedesco fosse stato pugnalato alle spalle, dal governo socialdemocratico che venne formato nel novembre 1918, venne creato dalle recensioni della stampa tedesca che travisavano grossolanamente il libro del maggior generale Frederick Maurice, The Last Four Months. “Ludendorff utilizzò le recensioni per convincere Hindenburg.”

«In un’udienza davanti alla commissione d’inchiesta dell’Assemblea nazionale il 18 novembre 1919, un anno dopo la fine della guerra, Hindenburg dichiarò: “Come ha detto molto sinceramente un generale inglese, l’esercito tedesco è stato ‘pugnalato alle spalle’.”»

Ma questa, è un’altra storia.

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Vittorio e Elena – Re e Regina

S:4-E:99

Vittorio Emanuele III e Jelena Petrović-Njegoš sono due persone qualunque.

In questa penultima puntata del nostro podcast parleremo dei regnanti d’Italia, il Re Vittorio Emanuele e sua moglie Elena, ovviamente durante il periodo della grande guerra.

Vittorio Emanuele III di Savoia nasce a Napoli l’11 novembre 1869 ed è stato Re d’Italia dal 1900 al 1946, Imperatore d’Etiopia dal 1936 al 1943, Primo Maresciallo dell’Impero dal 4 aprile 1938 e Re d’Albania dal 1939 al 1943.

Figlio di Umberto I di Savoia e di Margherita di Savoia, alla nascita ricevette subito il titolo di Principe di Napoli, nell’evidente intento di sottolineare l’unità nazionale, raggiunta da poco.

Vittorio Emanuele soffriva tremendamente per le sue carenze fisiche e ciò lo portò a sviluppare un carattere schivo e riflessivo fino al limite del cinismo: sembra che una volta Margherita gli avesse proposto di passeggiare assieme per Roma ed egli rispose alla madre: «E dove vuoi andare a mostrarti con un nano?».

Per le sue visite al fronte durante la prima guerra mondiale venne appellato “Re soldato”.

Elena del Montenegro, nata Jelena Petrović-Njegoš, nacque principessa del Montenegro a Cettigne l’8 gennaio 1873, fu la moglie di re Vittorio Emanuele III di Savoia e Regina consorte d’Italia fino al 9 maggio 1946, giorno dell’abdicazione al trono del marito.

Figlia del futuro re del Montenegro Nicola I, fu educata ai valori e all’unione della famiglia; era una donna dal fisico a dir poco imponente: era alta circa 180 cm, per un peso di 75 kg e già in tenera età era parecchio corpulenta rispetto ai coetanei, con un fisico longilineo ma allo stesso tempo massiccio, per questo era soprannominata in Italia “la gigantessa slava”.

In Italia la regina Margherita si preoccupava per le sorti dell’unico figlio, futuro re, e in accordo con Francesco Crispi, di origini albanesi e desideroso di una maggiore influenza dell’Italia nei Balcani, combinarono l’incontro tra i due giovani che avvenne al teatro La Fenice di Venezia in occasione dell’Esposizione Internazionale d’Arte.

La scelta può essere vista come il tentativo di arginare gli effetti delle nozze fra consanguinei che affliggevano grande parte della nobiltà europea dell’epoca, favorendo il diffondersi di difetti genetici e di malattie come l’emofilia.

Vittorio Emanuele III, figlio di cugini primi, non avrebbe potuto generare un erede sano con una sposa troppo vicina a lui per albero genealogico ma grazie al matrimonio con Elena, invece, ebbe come erede Umberto II, niente affatto simile al padre per quanto riguardava statura (il padre: 153 cm) e salute.

Dopo un altro incontro in Russia, in occasione dell’incoronazione dello Zar Nicola II, Vittorio Emanuele formulò la richiesta ufficiale al padre di Elena, Nicola I, il fidanzamento venne ufficializzato nel 1896.

Essendo di religione ortodossa, Elena, per motivi di opportunità politica e per assecondare la regina Margherita madre di Vittorio Emanuele, lasciò il Montenegro ed il 21 ottobre 1896 con Vittorio Emanuele sbarcarono a Bari, dove, nella basilica di S. Nicola, prima del matrimonio abiurò il credo ortodosso e si convertì alla fede cattolica, anche se il padre Nicola di Montenegro avrebbe preferito che la conversione fosse proclamata dopo il matrimonio.

La funzione fu celebrata il 24 ottobre 1896: la cerimonia civile si tenne al Quirinale, quella religiosa nella Basilica romana Santa Maria degli Angeli alla quale la madre di Elena non partecipò perché ortodossa osservante, a seguito della sconfitta di Adua, non furono nozze sfarzose e non c’erano reali stranieri tra gli invitati.

Il 14 marzo 1912 il muratore romano Antonio D’Alba, anarchico, sparò due colpi di pistola contro Vittorio Emanuele, mancandolo, poi scoppiò, 2 anni più tardi, la prima guerra mondiale.

Nella prima guerra mondiale, Vittorio Emanuele III sostenne la posizione inizialmente neutrale dell’Italia, era molto meno favorevole del padre alla Triplice alleanza di cui l’Italia era parte con Germania e Impero austro-ungarico ed era ostile all’Austria; promosse la causa dell’irredentismo del Trentino e della Venezia Giulia.

Le vantaggiose offerte dell’Intesa, formalizzate nel Patto di Londra, stipulato in segreto all’insaputa del parlamento, indussero Vittorio Emanuele ad appoggiare l’abbandono della Triplice alleanza passando a combattere a fianco dell’Intesa con Francia, Regno Unito e Russia.

A inizio maggio, l’azione neutralista di Giovanni Giolitti, insieme alla diffusione di notizie circa concessioni territoriali da parte austriaca, aprirono una crisi parlamentare che portò il 13 maggio Salandra a rimettere nelle mani del Re il mandato.

Giolitti fu convocato di conseguenza dal Re, per formare il nuovo governo, questi però, informato dei nuovi impegni presi con la Triplice intesa, decise di rifiutare l’incarico, così come altri politici convocati.

Il 16 maggio Vittorio Emanuele respingeva ufficialmente le dimissioni di Salandra e il 20 e il 21 maggio, a stragrande maggioranza, le due camere del Parlamento votarono a favore dei poteri straordinari al Sovrano e al Governo in caso di ostilità, il 23 maggio l’Italia dichiarava guerra all’Austria-Ungheria.

Fin dall’inizio delle ostilità sul fronte italiano, Vittorio Emanuele fu costantemente presente al fronte, ricevendo allora il soprannome di «Re soldato», durante le operazioni belliche affidò la luogotenenza del Regno allo zio Tommaso, duca di Genova.

Ogni mattina, seguìto dagli aiutanti da campo, partiva in macchina per il fronte o a visitare le retrovie, la sera, quando ritornava, un ufficiale di Stato Maggiore veniva a ragguagliarlo sulla situazione militare e il Re, dopo aver ascoltato, esprimeva i suoi pareri, senza mai scavalcare i compiti del Comando Supremo.

Durante la prima guerra mondiale Regina Elena fece l’infermiera a tempo pieno e, con l’aiuto della Regina Madre, trasformò in ospedali sia il Quirinale sia Villa Margherita; per reperire fondi lei stessa inventò la “fotografia autografata” che veniva venduta nei banchi di beneficenza.

Vittorio Emanuele, dopo la battaglia di Caporetto e per decisione concordata tra i governi Alleati durante la conferenza di Rapallo, sostituì Cadorna con il generale Armando Diaz, e l’8 novembre 1917, al convegno di Peschiera, il re ratificò quanto già sottoscritto dal Governo Orlando facendo sue le decisioni di questo.

Il Consiglio dei Ministri avrebbe voluto conferire al Re la Medaglia d’Oro al Valor Militare, ma il Sovrano la rifiutò con le seguenti parole: «Non ho conquistato alcuna quota difficile; vinto nessuna battaglia, non ho affondato alcuna corazzata; compiuto alcuna gesta di guerra aerea».

«La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi è vinta.»
(Bollettino della Vittoria, 4 novembre 1918)

Il Re, tra il 1914 e il 1918, ricevette circa 400 lettere, anche minacciose e minatorie, di carattere prevalentemente anti-bellicista da individui di qualsiasi estrazione sociale, soprattutto bassa e composta da semi-alfabeti, mentre la Regina Elena, alla fine del conflitto, propose la vendita dei tesori della corona per estinguere i debiti di guerra.

Il 12 aprile 1928, mentre inaugurava la VIII edizione della Fiera Campionaria di Milano, Vittorio Emanuele fu bersaglio di un sanguinoso attentato dinamitardo: una bomba esplosa fra la folla, assiepata in attesa di vedere il re, uccise venti persone fra donne, bambini e militari presenti, ma il re non venne tuttavia colpito.

Vittorio Emanuele detenne un ruolo fondamentale nella fine della neutralità italiana e nell’entrata in guerra durante la prima guerra mondiale, nell’affermazione del fascismo, nelle guerre coloniali e nell’entrata in guerra durante la seconda guerra mondiale, nell’esautoramento di Mussolini a cui seguì la fuga da Roma dopo l’armistizio del 1943.

Nel 1941, durante una visita in Albania, il Re Imperatore fu oggetto di un terzo attentato: un giovane, Vasil Laçi, sparò cinque volte, ma nessuno dei colpi esplosi andò a segno, Vittorio Emanuele III, rimasto impassibile, commentò: “Spara ben male quel ragazzo”.

La caduta del fascismo e la fine della seconda guerra mondiale portò la famiglia reale a scegliere l’esilio, nel 1946 il Re compì un tardivo tentativo di salvare la monarchia abdicando a favore del figlio ed optando per l’Egitto.

Vittorio Emanuele III si ritirò con la moglie, prima della consultazione referendaria, ad Alessandria d’Egitto, con il titolo di «Conte di Pollenzo», durante l’esilio egiziano il sovrano visitò le zone di guerra dove il Regio esercito aveva combattuto pochi anni prima, fra cui El Alamein.

La coppia reale si ritirò a Villa Jela, ad Alessandria d’Egitto, ospite di re Farouk I d’Egitto, che ricambiò così l’ospitalità data a suo tempo dal regno italiano a suo nonno, Isma’il Pascià, durante l’esilio i due coniugi festeggiarono, il 24 ottobre 1946, il cinquantesimo anniversario di matrimonio.

Vittorio Emanuele morì ad Alessandria il 28 dicembre 1947, si spense quindi il giorno dopo la firma della Costituzione italiana che, con la XIII disposizione transitoria e finale, avrebbe visto lo Stato avocare a sé i beni in Italia degli ex re di Casa Savoia e delle loro consorti.

La morte di Vittorio Emanuele III in una casetta della campagna egiziana fu dovuta, come accertarono i medici, a una congestione polmonare degenerata in trombosi, l’ex sovrano ne soffriva ormai da cinque giorni allorché, il 28, giunse la morte; spirò alle 14:20, dopo essersi sentito male un’ultima volta alle 4:30 del mattino.

Le ultime parole dell’ex Re furono: “Quanto durerà ancora? Avrei delle cose importanti da sbrigare”, frase che egli rivolse al medico accorso al suo capezzale dopo il sopraggiungere di una paralisi.

Tre anni dopo Regina Elena si scoprì malata di cancro e si trasferì in Francia, a Montpellier, e nel novembre 1952 si sottopose a un difficile intervento chirurgico nella clinica di Saint Cóm, dove morì il 28 novembre; fu sepolta, com’era suo desiderio, in una comune tomba del cimitero Saint-Lazare a Montpellier.

Ma questa, è un’altra storia.

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Giuseppe Ungaretti – M’illumino d’immenso

S:4-E:98

Giuseppe Ungaretti è una persona qualunque.

Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d’Egitto l’8 febbraio del 1888 da genitori italiani originari della provincia di Lucca, il padre Antonio era un operaio impiegato allo scavo del canale di Suez che morì due anni dopo la nascita del futuro poeta a causa di una malattia contratta negli anni di estenuante lavoro, la madre, Maria Lunardini, mandò avanti la gestione di un forno di proprietà, con il quale riuscì a garantire gli studi al figlio, che si poté così iscrivere presso una delle più prestigiose scuole di Alessandria d’Egitto.

L’amore per la poesia sorse in lui durante questo periodo scolastico, intensificandosi grazie alle amicizie che egli strinse nella città egiziana, così ricca di antiche tradizioni come di nuovi stimoli, derivanti dalla presenza di persone provenienti da tanti paesi del mondo; Ungaretti stesso ebbe una balia originaria del Sudan, una domestica croata e una badante argentina.

In questi anni, attraverso la rivista Mercure de France, il giovane si avvicinò alla letteratura francese e, grazie all’abbonamento a La Voce, anche a quella italiana. Inizia così a leggere, tra gli altri, le opere di Arthur Rimbaud, Stéphane Mallarmé, Giacomo Leopardi, Friedrich Nietzsche e Charles Baudelaire, quest’ultimo grazie all’amico Moammed Sceab.

Iniziò a lavorare come corrispondente commerciale, attività che svolse per qualche tempo, ma realizzò alcuni investimenti sbagliati; si trasferì poi a Parigi per intraprendere gli studi universitari.

Nel 1912, dopo un breve periodo trascorso a Il Cairo, lasciò dunque l’Egitto e si recò in Francia, a Parigi frequentò per due anni le lezioni tenute dal filosofo Henri Bergson, la cui opera superò le tradizioni ottocentesche dello spiritualismo e del positivismo ed ebbe una forte influenza nei campi della psicologia, della biologia, dell’arte, della letteratura e della teologia, fu anche insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1927; ma sempre a Parigi seguì anche le lezioni del filologo Joseph Bédier e di Fortunat Strowski, presso la Sorbona e il Collège de France.

Entrato in contatto con un ambiente artistico internazionale, conobbe Guillaume Apollinaire, poeta, scrittore, critico d’arte e drammaturgo francese con il quale strinse una solida amicizia, Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Aldo Palazzeschi, Pablo Picasso, Giorgio de Chirico, Amedeo Modigliani e Georges Braque.

In Francia, Ungaretti filtrò le precedenti esperienze, perfezionando le conoscenze letterarie e lo stile poetico e dopo qualche pubblicazione su Lacerba, 16 componimenti, avvenute grazie al sostegno di Papini, Soffici e Palazzeschi, decise di partire volontario per la Grande Guerra.

Quando nel 1914 scoppiò la prima guerra mondiale Ungaretti partecipò attivamente alla campagna interventista, arruolandosi in seguito nel 19º Reggimento di fanteria della Brigata “Brescia”, quando, il 24 maggio del 1915, l’Italia entrò nel conflitto, a seguito delle battaglie sul Carso cominciò a tenere un taccuino di poesie che furono poi raccolte dall’amico Ettore Serra, un giovane ufficiale, e stampate, in ottanta copie, presso lo Stabilimento Tipografico Friulano di Udine nel 1916, con il titolo Il porto sepolto.

Trascorse un breve periodo a Napoli, nel 1916, testimoniato da alcune sue poesie, per esempio Natale: “Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo di strade…
e il 26 gennaio del 1917, a Santa Maria la Longa, vicino a Udine, scrisse la nota poesia Mattina: “M’illumino d’immenso”.

Nella primavera del 1918 il reggimento al quale apparteneva Ungaretti si recò a combattere in Francia, nella Champagne, con il II Corpo d’armata italiano del generale Alberico Albricci, nel luglio 1918 scrisse Soldati, composta nel bosco di Courton.

La poesia rientra esattamente nel suo filone tematico ed esprime il dramma e la precarietà del momento storico e della condizione umana, i soldati vengono qui paragonati a foglie autunnali che, ancora appese agli alberi, procedono inevitabilmente verso la caduta e la morte, vittime dello scorrere del tempo.

Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”.

Dopo la fine della prima guerra mondiale Ungaretti restò nella capitale francese, dapprima come corrispondente del giornale Il Popolo d’Italia, diretto da Benito Mussolini, e in seguito come impiegato all’ufficio stampa dell’ambasciata italiana.

Nel 1921 si trasferì con la famiglia a Marino, in provincia di Roma, e collaborò all’ufficio stampa del Ministero degli esteri, gli anni venti segnarono un cambiamento nella vita privata e culturale del poeta, aderì al fascismo firmando il Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925, redatto da Giovanni Gentile e pubblicato sui principali quotidiani dell’epoca, in cui si esaltava il fascismo come un movimento rivoluzionario e proiettato al progresso.

Nel 1923 venne ristampato Il porto sepolto, presso La Spezia, con una prefazione di Benito Mussolini, che aveva conosciuto nel 1915 durante la campagna dei socialisti interventisti:
Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde
Di questa poesia / mi resta / quel nulla / d’inesauribile segreto
”.

L’8 agosto del 1926, nella villa di Luigi Pirandello, Giuseppe Ungaretti sfidò a duello Massimo Bontempelli a causa di una polemica nata sul quotidiano romano Il Tevere: Ungaretti fu leggermente ferito al braccio destro e il duello finì con una riconciliazione, due anni più tardi maturò la sua conversione religiosa al cattolicesimo, come testimoniato anche nell’opera Sentimento del Tempo.

A partire dal 1931 il poeta ebbe l’incarico di inviato speciale per La Gazzetta del Popolo e si recò, pertanto, in Egitto, in Corsica, nei Paesi Bassi e nell’Italia meridionale, raccogliendo il frutto di quest’esperienze vissute nella raccolta Il povero nella città, che sarà pubblicato nel 1949 e nella sua rielaborazione Il deserto e dopo, che vedrà la luce solamente nel 1961, nel 1933 il poeta aveva raggiunto il massimo della sua fama.

Nel 1936, durante un viaggio in Argentina su invito del Pen Club, gli venne offerta la cattedra di Letteratura italiana presso l’Università di San Paolo del Brasile, che Ungaretti accettò; trasferitosi quindi con tutta la famiglia in Brasile, vi rimarrà fino al 1942.

A San Paolo, morirà il figlio Antonietto nel 1939, all’età di nove anni, per un’appendicite mal curata, lasciando il poeta in uno stato di acuto dolore e di intensa prostrazione interiore, evidente in molte delle sue poesie successive, raccolte in Il Dolore del 1947 e in Un Grido e Paesaggi del 1952.

Nel 1942 Ungaretti ritornò in Italia e venne nominato Accademico d’Italia e, “per chiara fama”, professore di Letteratura moderna e contemporanea presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

Nel marzo 1943, Ungaretti tenne una lezione all’Università di Zagabria su “Leopardi iniziatore della lirica moderna”, nell’ambito delle più grandi politiche mussoliniane di penetrazione culturale dell’Italia in Croazia.

Nonostante i suoi meriti letterari e accademici, il poeta sarebbe stato vittima dell’epurazione seguita alla caduta del regime fascista: esattamente dal luglio del 1944, anno in cui il Ministro dell’Istruzione Guido De Ruggiero firmò il decreto di sospensione di Ungaretti dall’insegnamento, fino al febbraio 1947, quando il nuovo Ministro dell’Istruzione Guido Gonella reintegrò definitivamente il poeta come docente, il poeta avrebbe poi mantenuto il suo ruolo di docente universitario fino al 1958 e in seguito, come “fuori ruolo”, fino al 1965.

Attorno alla sua cattedra si formarono alcuni degli intellettuali che si sarebbero in seguito distinti per importanti attività culturali e accademiche, come Leone Piccioni, Luigi Silori, Mario Petrucciani, Raffaello Brignetti, Ornella Sobrero, Franco Costabile, ed Elio Filippo Accrocca.

A partire dal 1942 la casa editrice Mondadori iniziò la pubblicazione dell’opera omnia di Ungaretti, intitolata Vita d’un uomo e nel secondo dopoguerra Ungaretti pubblicò nuove raccolte poetiche, dedicandosi con entusiasmo a quei viaggi che gli davano modo di diffondere il suo messaggio e ottenendo significativi premi, come il premio Montefeltro nel 1960 e il premio Etna-Taormina nel 1966.

Pubblicò un’apprezzata traduzione della Fedra di Jean Racine e nel 1954 sfiorò il premio Nobel per la letteratura, Ungaretti rimase molto amareggiato dalla mancata assegnazione del premio.

Nei suoi ultimi anni Giuseppe Ungaretti intrecciò una relazione sentimentale con l’italo-brasiliana Bruna Bianco, più giovane di lui di cinquantadue anni, conosciuta casualmente in un hotel di San Paolo del Brasile, dove si trovava per una conferenza.

Nel 1968 Ungaretti ottenne particolare successo grazie alla televisione: prima della messa in onda dello sceneggiato televisivo l’Odissea di Franco Rossi, il poeta leggeva alcuni brani tratti dal poema omerico, suggestionando il pubblico grazie alla sua espressività di declamatore.

Sempre nel 1968, per i suoi ottant’anni, Ungaretti venne festeggiato in Campidoglio, in presenza del presidente del Consiglio Aldo Moro; a rendergli onore i poeti Montale e Quasimodo.

Nel 1969 la Mondadori inaugurò la collana dei Meridiani pubblicando l’opera omnia ungarettiana e nello stesso anno il poeta fondò l’associazione Rome et son histoire; nel novembre sempre del ‘69 uscì l’album discografico La vita, amico, è l’arte dell’incontro di Giuseppe Ungaretti, Sergio Endrigo e Vinícius de Moraes.

Nella notte tra il 31 dicembre del 1969 e il 1º gennaio del 1970, Ungaretti scrisse la sua ultima poesia, L’Impietrito e il Velluto, pubblicata in una cartella litografica il giorno dell’ottantaduesimo compleanno del poeta.

Nel 1970 un viaggio a New York, negli Stati Uniti, durante il quale gli fu assegnato un prestigioso premio internazionale dall’Università dell’Oklahoma, debilitò definitivamente la sua pur solida fibra.

Morì a Milano, nella notte tra il 1º e il 2 giugno del 1970, all’età di 82 anni, per una broncopolmonite, il 4 giugno si svolse il suo funerale a Roma, nella basilica di San Lorenzo fuori le mura, ma non vi partecipò alcuna rappresentanza ufficiale del Governo italiano.

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Luigi e Attilio – Fiamme gialle

S:4-E:97

Luigi e Attilio sono due persone qualunque.

La Guardia di Finanza trae le proprie origini nel 1774 dalla Legione Truppe Leggere ed è istituita nel 1862 come Corpo delle Guardie doganali del Regno d’Italia fino al 1881, allorquando divenne Corpo della Regia Guardia di Finanza.

La Guardia di Finanza partecipò alla prima guerra mondiale con un contingente di 12.000 finanzieri, il 40% dell’allora organico del Corpo, inquadrato in 18 battaglioni mobilitati e 4 compagnie autonome, impiegati sul fronte trentino, in Carnia, sull’Isonzo, sul Carso ed in Albania con organico, armamento ed equipaggiamento identico a quelli dei reparti alpini.

Altri “distaccamenti speciali”, invece, erano costituiti da finanzieri dei reparti di confine posti a disposizione dei reparti del Regio Esercito in prima linea, con compiti informativi e di esplorazione.

Reparti di finanzieri sciatori si distinsero inoltre sull’Ortles e sulla Marmolada; inoltre, se l’origine delle truppe d’assalto italiane nella prima guerra mondiale è controversa, è certa comunque la presenza in esse di finanzieri sin dalle prime manifestazioni della specialità, e di due di loro vogliamo raccontarvi oggi, Luigi Bevilacqua e Attilio Pumpo.

Luigi Bevilacqua apparteneva a quell’Arma del Genio che si rese protagonista di grandi opere nel corso del primo conflitto mondiale, furono gli uomini del Genio, gli Zappatori e i Minatori, che scavarono nella roccia, in poco meno di nove mesi, tra il febbraio e il novembre 1917, quelle cinquantadue gallerie che avrebbero messo al riparo dai tiri dell’artiglieria austro-ungarica i rifornimenti e i soldati che percorrevano le strette mulattiere lungo le pendici del Monte Pasubio.

E furono sempre gli uomini del Genio, quest’arma così particolare del Regio Esercito prima e dell’Esercito Italiano poi, chiamata ad assolvere compiti di primaria importanza a livello logistico, che costruirono quel celebre ponte di barche che permise di guadare il Fiume Piave nei giorni dell’offensiva finale.

E tra quanti si distinsero, in qualità di Geniere e all’occorrenza anche di soldato pronto a rispondere agli attacchi nemici balzando fuori dalle trincee, Luigi Bevilacqua, che cadrà alla fine del febbraio 1918 sul fronte del Basso Piave, là su quelle stesse rive che vedranno scritte le pagine di puro eroismo delle Fiamme Gialle.

Era originario di un piccolo paese in provincia di Udine ma era cresciuto nella città di Trieste, Luigi Bevilacqua sentì come un dovere l’essere arruolato nel Regio Esercito Italiano, lui che proveniva e che era cresciuto proprio nella città irredenta.

Con il grado di Caporale prese parte nel luglio 1915 ai combattimenti attorno al Monte Piana, dopo essere stato assegnato al 5° Reggimento Genio Minatori e con tale unità contribuì a più riprese a rinforzare le numerose posizioni italiane, le trincee lungo il Monte San Michele e il tristemente celebre “trincerone” delle Frasche, che vide versare il sangue di tanti Dimonios della Brigata Sassari.

Fu nell’estate del secondo anno di guerra, che il neo promosso Sergente Luigi Bevilacqua, promozione avuta per meriti di guerra, poté dimostrare tutto il suo valore, non solo si prodigò per rendere sicure, con i suoi Genieri, le protezioni dei fanti in trincea, ma fu lui stesso a scendere in battaglia, prendendo parte a più riprese ai furiosi combattimenti che a metà agosto porteranno alla conquista della città di Gorizia.

Proprio durante la battaglia finale per la città, il 16 agosto, rimase gravemente ferito alla testa, passando i mesi successivi in un ospedale per riprendersi dal trauma ma una volta ristabilitosi volle nuovamente essere in linea, prodigandosi, dopo la disfatta di Caporetto e lo stabilimento della nuova linea di resistenza sul Piave, a distruggere tutti i ponti che sarebbero stati utilizzati dal nemico.

Il 24 febbraio 1918, il Sergente Luigi Bevilacqua stava ripristinando alcune fortificazioni italiane nei pressi di San Donà di Piave quando improvvisamente uno sparò riecheggiò lungo la linea del fronte, un unico colpo sparato da un cecchino austriaco lo uccise all’istante.

La Guardia di Finanza Attilio Pumpo cadde ad appena diciannove anni il 4 luglio 1916 mentre, assieme alle Fiamme Gialle della 21a Compagnia Sassari, muoveva all’assalto delle posizioni austriache sulle pendici del Monte Cimone che, con i suoi oltre 1200 metri, domina la cittadina di Arsiero.

Il giovane Attilio, originario di Salerno dove era nato nel 1897, partì volontario nel Corpo della Regia Guardia di Finanza appena compiuti i diciotto anni d’età, dopo aver frequentato il corso di formazione presso il Battaglione Allievi di Maddaloni, venne destinato alla Brigata di Frontiera di Susa, con compiti principalmente di vigilanza dei confini.

Era il 1° dicembre 1915 quando giunse alla sua sede di servizio ma non passò molto tempo che la giovane Guardia di Finanza venisse mobilitata, così come tanti altri suoi colleghi, e aggregato ad uno dei diciotto battaglioni che il Comando Generale aveva destinato alle operazioni belliche contro l’Austria-Ungheria venne assegnato alla 21a Compagnia Sassari, facente parte del 5° Battaglione Mobilitato.

La Compagnia a cui venne assegnato Attilio Pumpo, la Sassari, vedeva provenire gran parte dei suoi ufficiali, sottufficiali e militari di truppa proprio dal capoluogo sardo, da cui prendeva il nome.

Il 5° Battaglione, nel giugno 1915, prese posizione in Val d’Astico, aggregato al 71° Reggimento Fanteria del Regio Esercito, dove iniziò la durissima vita di trincea, alternandola con le altrettante durissime azioni di pattuglia e nei servizi di polizia militare, anche a tutela della popolazione locale.

Ma le Fiamme Gialle si distinsero particolarmente nel secondo anno di guerra, il 1916, quando si resero protagoniste di una serie di azioni ardite ed eroiche proprio su quel Monte Cimone dove il giovane Attilio Pumpo troverà la morte.

Su tale vetta si trovava un munito caposaldo austriaco, la cui difesa era stata affidata al 59° Reggimento Fanteria di Salisburgo, inizialmente il Comando Supremo italiano pensò di tagliare fuori il Monte Cimone, avanzando ai lati e isolando di fatto gli Austriaci sulla vetta.

Il tiro delle artiglierie di Vienna, però, impedirono il compimento di tale piano, restava così solo un’azione da intraprendere, cogliere il nemico di sorpresa cercando di sferrare un colpo di mano per occuparne la vetta.

Il 1° luglio 1916 ebbe inizio la prima scalata, agli ordini del Sottotenente Beniamino Porzio, una trentina di Fiamme Gialle si inerpicarono lungo dirupi, mulattiere e piccoli sentieri riuscendo a giungere sulla vetta, ma la pronta reazione della fucileria austriaca fece desistere, a costo di gravi perdite, dal continuare l’attacco.

Passarono appena due giorni che il 4 luglio l’impresa venne nuovamente tentata, con una pattuglia composta da venti Finanzieri, tra essi anche la Guardia Attilio Pumpo che, partiti dal fondo valle la sera del giorno 3 appoggiati dal fuoco delle artiglierie italiane, quando le prime avanguardie giunsero di fronte alle postazioni austriache un violento fuoco si riversò su di loro.

Non riuscendo nella conquista dei trinceramenti, anche questi uomini dovettero mestamente ritirarsi, solo in cinque uscirono incolumi da questa seconda azione, essendo gli altri morti o feriti, più o meno gravemente.

Fu in questi concitati frangenti che Attilio divenne, suo malgrado, il più giovane militare italiano a cadere per la conquista del Monte Cimone, come ricordato nella motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria, non desistette dall’azione neanche quando venne ferito una prima volta e tutti i suoi compagni lo pregavano di mettesi in salvo.

Si espose ancora di più e, continuando a tenere gli Austriaci sotto tiro con le proprie armi, venne raggiunto da una seconda scarica di fucile nemico che ne stroncò la giovane vita.

I giorni successivi altre due scalate vennero tentate per conquistare la cima tanto difesa dai soldati di Vienna, l’ultima, ancora una volta infruttuosa, fu tentata il 6 luglio e, nuovamente, le Fiamme Gialle della 21a Compagnia Sassari vi presero parte, pagando un ulteriore tributo di sangue.

Soltanto il 23 luglio alcuni battaglioni di Alpini e reggimenti della Fanteria riuscirono nella tanto, agognata, impresa, ma ci fu poco da gioire, gli Austriaci pianificarono una riconquista, che ebbe inizio la notte del 23 settembre 1916.

Alle ore 05.45 il silenzio della notte venne squassato dall’esplosione di una gigantesca mina di oltre 140 quintali di esplosivo, oltre mille soldati persero la vita quella notte mentre la natura venne anch’essa straziata, essendo la cima del Cimone completamente divelta e polverizzata.

A tale distruzione si unì anche la cecità del comando italiano, sebbene gli Austriaci proposero una tregua per salvare i soldati gravemente feriti e sepolti dalle macerie, i combattimenti proseguirono inesorabili e solo 35 Italiani riuscirono a salvarsi grazie all’opera di soccorso dei soldati di Vienna.

Dopo la fine delle ostilità, la Guardia di Finanza, oltre a provvedere alla vigilanza lungo la linea di armistizio ed all’organizzazione del servizio d’istituto nelle nuove province liberate, inviò reparti in Dalmazia, in Albania ed in Anatolia, facenti parte dei rispettivi corpi di spedizione, mentre due compagnie furono autorizzate a permanere a Fiume occupata dai volontari di Gabriele D’Annunzio, uniche unità regolari incaricate della protezione della popolazione civile e del controllo dell’area portuale.

Ma questa, è un’altra storia.

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Marie Curie – Radio e Polonio

S:4-E:96

Maire Curie è una persona qualunque.

Maria Skłodowska nacque nel 1867 a Varsavia, in una Polonia all’epoca sotto la dominazione dell’Impero russo, fu l’ultima di cinque figli e figlie di una famiglia che proveniva da una classe sociale orgogliosa del suo ruolo nel proprio Paese, appartenente alla piccola nobiltà terriera degli szlachta.

Nel 1874, quando Maria aveva appena 7 anni, vide la sorella Zosia morire di tifo, e nel 1878 morì la madre, malata di tubercolosi, questo doppio lutto precoce segnò profondamente la piccola Maria, che sviluppò un tratto caratteriale serio e tendente alla tristezza.

Maria iniziò gli studi con il padre, da autodidatta, proseguendoli poi a Varsavia e infine all’Università di Parigi, laureandosi in matematica e fisica, dalla nascita Maria possedeva tre qualità che presto la renderanno la beniamina degli insegnanti: memoria, capacità di concentrazione e sete di sapere.

All’età di 15 anni Maria Skłodowska concluse gli studi secondari al ginnasio ottenendo la medaglia d’oro che designava i migliori e, tornata a Varsavia, aderì al progetto dell'”Università Volante”, un nome ambizioso che celava un circolo di ragazzi e ragazze, fanatici patrioti, che coltivavano clandestinamente il positivismo.

A 17 anni Maria aveva già rifiutato ogni religiosità; quel che c’era in lei di razionalità e, nello stesso tempo, di fede nel progresso, trovava nel positivismo un’armatura e, nell’interpretazione polacca, una via d’azione.

Maria strinse un patto con la sorella Bronisława, che desiderava studiare medicina a Parigi nonostante le ristrettezze economiche della famiglia, avrebbe lavorato per aiutare la sorella a pagarsi gli studi, e quando la sorella si fosse laureata, sarebbe stata lei ad aiutare Maria, così nel 1885 Maria si presentò in un’agenzia di collocamento per cercare lavoro e trovò un’occupazione come governante presso diverse famiglie.

La relazione che lega le due sorelle è così solida che resteranno unite fino all’ultimo respiro di Maria, Bronisława è esuberante, espansiva, materna e ha un amore sconfinato per la sua sorellina mentre Maria è chiusa, controllata e intransigente; non si abbandonerà che con lei.

È sempre Bronisława che protegge e consola Maria ed è forse proprio da questa fiducia nella solida sorella che nascerà il suo costante atteggiamento verso le donne, il ruolo delle quali non sarà trascurabile nella sua esistenza.

Dopo un primo lavoro a casa di una famiglia di avvocati di Varsavia, a Maria venne offerto un nuovo posto e lei lo accettò perché lo stipendio sarebbe stato più elevato, ma dovette anche accettare l’esilio: l’occupazione era a tre ore di treno e quattro di slitta da Varsavia.

Il 1º gennaio 1886, “la signorina Maria” prese servizio dagli Zorawski e dopo un anno di servizio accade l’imprevedibile: di ritorno dalle vacanze di Natale, Casimiro, il maggiore dei ragazzi Zorawski, si invaghì di questa fanciulla che non assomiglia a nessun’altra, Maria non confidò a nessuno i suoi sentimenti, ma era pronta a sposarlo; i genitori di lui però si opposero al matrimonio.

Casimiro, deluso dalla disapprovazione dei suoi, tornò a Varsavia per proseguire gli studi di ingegneria agraria, mentre Maria fu costretta a restare per aiutare economicamente la sorella Bronia, ma non riuscì a mandar giù l’offesa subita e tre anni dopo, a fine contratto, riuscì finalmente ad andarsene trovando lavoro presso ricchi industriali di Varsavia.

Nel 1891 Maria poté finalmente lasciare il lavoro e trasferirsi a Parigi, ospite di sua sorella Bronisława e del marito Casimiro Dluski, per proseguire i suoi studi, il 3 novembre 1891, Marie attraversò il cortile della Sorbona dove si era iscritta, francesizzando il suo nome, per preparare una laurea in scienze.

Pierre Curie entrò in scena nella vita di Marie nel 1894, era un fisico e matematico nato a Parigi nel 1859, all’epoca del loro incontro Pierre Curie aveva 35 anni e lei 26, lavorava come istruttore di laboratorio alla Scuola di fisica e chimica industriale e stava studiando i fenomeni della piezoelettricità che consistevano nella produzione di cariche elettriche in seguito alla compressione o alla dilatazione dei cristalli.

Fra i due nacque una solida amicizia basata sullo studio, sulla ricerca e sull’aiuto reciproco; basi su cui poi fonderanno il loro matrimonio nel 1895, Marie sarà sensibilmente restia a rinunciare alla sua indipendenza anche per l’uomo che amava, motivo per cui decise di non rinunciare totalmente al suo cognome e di farsi chiamare Marie Curie Skłodowska.

Dedicò la sua vita all’isolamento e alla concentrazione del radio e del polonio, i coniugi Curie-Skłodowska notarono che alcuni campioni erano più radioattivi di quanto lo sarebbero stati se costituiti di uranio puro, riuscirono così, nel luglio del 1898, a isolare una piccola quantità di un nuovo elemento dalle caratteristiche simili al tellurio e 330 volte più radioattivo dell’uranio che fu chiamato polonio, in onore del Paese di origine della scienziata.

Il resoconto di tale lavoro, unitamente a quello immediatamente successivo che portò alla scoperta del radio, divenne la tesi di dottorato di Maria Skłodowska e quando il 28 marzo 1902 annotò sul suo quaderno nero: RA = 225,93, peso di un atomo di radio, fu la fine di un’avventura senza altri precedenti noti nella storia della scienza.

Nei salotti parigini non si parlò d’altro che del radio, l’Accademia delle scienze aprì ai Curie un credito di 20 000 franchi per “l’estrazione delle materie radioattive”, se ne creò una terapeutica, un’industria e una leggenda.

Ma se il nome dei Curie fu conosciuto in tutto il mondo, fu perché venne associato immediatamente alla guarigione del cancro, due ricercatori tedeschi annunciarono che le sostanze radioattive avevano effetti fisiologici e lo stesso Henri Becquerel, che trasportò nella tasca del suo gilet una provetta contenente radio, si ustionò e così osservò e scoprì che una protezione di piombo rendeva il radio inoffensivo.

Insieme al marito Pierre Curie e ad Antoine Henri Becquerel, Maria Skłodowska-Curie ricevette, prima donna della storia, il premio Nobel per la fisica nel 1903 in riconoscimento dei servizi straordinari che essi resero nella loro ricerca sui fenomeni radioattivi.

Alcuni medici si mobilitano, il dottor Daulos cominciò a trattare i suoi malati dell’ospedale Saint-Louis con provette che emanano radio, prestate dai Curie, il radio distrusse le cellule malate nel cancro della pelle e quando l’epidermide distrutta dalla sua azione si riformava, era sana, non rimaneva che estrarre il radio dal minerale su scala industriale.

Con una decisione insolita, Marie Curie Skłodowska intenzionalmente non depositò il brevetto internazionale per il processo di isolamento del radio, preferendo lasciarlo libero affinché la comunità scientifica potesse effettuare ricerche in questo campo senza ostacoli, in maniera tale da favorire il progresso in questo settore scientifico.

Il 19 aprile 1906 Marie si trovava in campagna con le figlie, Pierre era a Parigi e stava percorrendo a piedi rue Dauphine per raggiungere l’Accademia quando venne travolto da una carrozza, morì investito dai cavalli e dalle ruote del carro, la signora Curie Skłodowska divenne la “vedova illustre” e ottenne la cattedra di fisica generale alla Sorbona appartenuta precedentemente al marito, prima donna in assoluto ad averla.

Nel 1911 durante il primo congresso Solvay, Marie intraprese una relazione con il collega scienziato Paul Langevin, i due erano colleghi a Parigi, la relazione divenne scandalosa per il fatto che Langevin era padre di quattro figli e il suo matrimonio andò all’aria, proprio a causa di questa avventura.

La storia d’amore tra la vedova Curie Skłodowska e lo sposato Langevin causò una protesta pubblica tale che l’Accademia svedese, sul punto di assegnare il secondo premio Nobel alla Curie, aveva avuto dei ripensamenti ma malgrado la stampa dell’epoca attaccasse continuamente la donna, l’Accademia assegnò il premio a Marie Curie Skłodowska, con il consiglio tuttavia di non partecipare alla cerimonia, consiglio che lei ignorò.

A Marie fu dato il premio Nobel, questa volta per la chimica, in riconoscimento dei suoi servizi per l’avanzamento della chimica tramite la scoperta del radio e del polonio, per l’isolamento del radio e lo studio della natura e dei composti di questo notevole elemento.

Durante la prima guerra mondiale, Marie Curie operò insieme alla figlia Irène in qualità di radiologa per il trattamento dei soldati feriti dotando un’automobile di un’apparecchiatura radiografica che rese possibili le indagini radiologiche effettuate in prossimità del fronte e partecipò alla formazione di tecnici e infermieri.

Langevin, dal canto suo, ideò, durante la prima guerra mondiale, una tecnica per la produzione e la ricezione degli ultrasuoni, utile a rivelare la presenza di sommergibili e a compiere sondaggi marini.

Tale tecnica, perfezionata negli anni successivi, trovò la sua più ampia applicazione, mediante apparecchi come l’asdic ed il sonar, nel corso della seconda guerra mondiale per la caccia ai sommergibili e, nel dopoguerra, per disegnare esatte mappe dei fondali marini ed oceanici.

Nel 1921, Marie Curie, effettuò un viaggio negli Stati Uniti per raccogliere i fondi monetari necessari a continuare le ricerche sul radio; ovunque fu accolta in modo trionfale ma negli ultimi anni della sua vita fu colpita da una grave forma di anemia aplastica, malattia quasi certamente contratta a causa delle lunghe esposizioni alle radiazioni di cui, all’epoca, si ignorava la pericolosità.

Morì nel sanatorio di Sancellemoz di Passy in Alta Savoia, nel 1934, ancora oggi tutti i suoi appunti di laboratorio successivi al 1890, persino i suoi ricettari di cucina, sono considerati pericolosi a causa del loro contatto con sostanze radioattive e sono conservati in apposite scatole piombate e chiunque voglia consultarli deve indossare abiti di protezione.

9 La figlia maggiore, Irène Joliot-Curie, vinse anch’ella un premio Nobel per la chimica insieme al marito Frédéric Joliot-Curie nel 1935, la secondogenita, Ève Denise Curie, scrittrice, fu tra l’altro consigliere speciale del Segretariato delle Nazioni Unite e ambasciatrice dell’UNICEF in Grecia.

La nipote Hélène Langevin-Joliot fu professoressa di fisica nucleare all’Università di Parigi e un altro nipote, Pierre Joliot, fu un noto biochimico che si occupava dello studio della fotosintesi.

Ma questa, è un’altra storia.

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Hugo e Coco – Gli stilisti di guerra

S:4-E:95

Hugo Ferdinand Boss e Gabrielle Bonheur Chanel sono persone qualunque.

La tragedia della prima guerra mondiale determinò la fine della Belle époque, la vita quotidiana di tutti i paesi coinvolti in quel terribile conflitto venne sconvolta, e con essa cambiarono improvvisamente e radicalmente anche la moda e i costumi sociali.

Ogni ostentazione di lusso ed eleganza raffinata divenne fuori luogo o addirittura offensiva rispetto alla mondanità della Belle époque, necessità ben più urgenti occupavano ora la vita delle persone e divenne fondamentale seguire uno stile di vita più sobrio e rigoroso.

Negli anni della guerra la pesante situazione generale e la scarsità di materiali disponibili portarono la moda a piegarsi ad uno stile più severo, verso nuove esigenze di praticità ed economia, a prediligere pochissimi colori con prevalenza di tinte scure.

Gli abiti edoardiani, quelli che si portavano in Inghilterra durante il regno di Edoardo VII, vennero accorciati e i corsetti furono sostituiti con i più comodi reggiseni, grazie al francese Paul Poiret che lo inventò e spesso le donne indossavano anche pantaloni e completi, si tagliarono i capelli, alcune se li rasero, tanto che nel 1915 l’azienda Gillette mise in commercio la prima confezione di rasoi femminili.

Hugo Ferdinand Boss nacque a Metzingen, era il più giovane dei cinque figli di Luise Münzenmayer ed Heinrich Boss.

Fece un apprendistato come mercante, completò il servizio militare obbligatorio dal 1903 al 1905 e lavorò in una fabbrica di tessitura a Costanza, i genitori di Hugo possedevano un negozio di lingerie e lino a Metzingen, solo uno dei suoi 4 fratelli sopravvisse all’infanzia e Boss, seppure fosse il più giovane, venne scelto come l’erede del commercio di famiglia nel 1908.

In quell’anno, sposò anche Anna Katharina Freysinger da cui ebbe una figlia ma poi scoppiò la prima guerra mondiale e Boss, nel 1914, fu mobilitato nell’esercito e prestò servizio con il grado di caporale, non si sa molto di quel periodo, probabilmente è stato dislocato sul fronte occidentale come la maggior parte dei soldati provenienti dalla regione del Baden-Württemberg.

Hugo Boss nel 1923 fondò nella sua Metzingen, cittadina a sud di Stoccarda, un’azienda tessile a cui diede il suo nome, produceva maglie e giacche e poi abiti da lavoro, abbigliamento sportivo e impermeabili, originariamente impiegò 30 lavoratori.

Ma gli affari non decollarono, anche a causa della congiuntura economica della Germania degli anni venti, e nel 1930 dichiarò bancarotta, rifondò successivamente la compagnia anche grazie all’aiuto del partito nazista a cui aveva da poco aderito, così raggiunse un accordo con i suoi creditori che gli lasciarono alcune macchine per riprendere il suo lavoro.

La prima grande commissione dell’azienda fu per Rudolf Burn, un distributore tessile che approvvigionava abbigliamento per il partito socialista nazionale, il marchio Hugo Boss iniziò a produrre le uniformi nere insieme alle camicie brune delle SA e le uniformi nere e marroni della gioventù hitleriana; durante quegli anni, Boss pubblicizzò il suo business come ‘produttore dell’abbigliamento del Partito dal 1924’.

Hugo Boss aveva aderito al Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori nel 1931, due anni prima dell’avvento di Adolf Hitler al potere ed entro il terzo trimestre del 1932 l’uniforme nera delle SS, per sostituire le camicie brune delle SA, fu progettata dal SS-Oberführer prof. Karl Diebitsch e da Walter Heck (graphic designer), che non avevano alcuna affiliazione con la società di Boss.

Nel 1938, l’azienda ricevette una grande commissione per uniformi dell’esercito e con le entrate che crescevano, l’azienda fece le uniformi per le forze armate tedesche e le SS fino alla fine della seconda guerra mondiale nel 1945.

Dall’aumento del business a partire dagli anni 30’, Boss costantemente ebbe difficoltà di reperimento di operai e quando iniziò la seconda guerra mondiale, la produzione si intensificò a causa delle necessità delle forze tedesche di avere le proprie divise distintive fino a quando Boss dovette impiegare 140 lavoratori forzati polacchi e 40 prigionieri di guerra francesi.

Quando la guerra finì, Boss fu obbligato a sottoporsi alla denazificazione per la quale fu pronunciato colpevole e condannato, le ragioni per la sentenza includevano la sua partecipazione al partito nazionalsocialista, il suo coinvolgimento fiscale con il Nazionalsocialismo e le sue amicizie con i leader del partito.

Il processo di denazificazione vide Boss inizialmente etichettato come un “attivista, sostenitore e beneficiario” del nazionalsocialismo, le cui conseguenze furono una pesante multa, e la privazione del diritto di voto e della capacità di gestire un’impresa.

Ma questa sentenza iniziale fu appellata e Boss fu ri-etichettato come “seguace”, una categoria con una punizione meno severa, tuttavia, gli effetti del divieto portarono il genero di Boss, Eugen Holy, a subentrare sia alla proprietà che alla gestione della società.

La collaborazione con il governo nazista porterà l’azienda a scusarsi pubblicamente (e solamente) nel 2011 esprimendo profondo rammarico “per le persone che hanno subìto un danno e un forte disagio mentre lavoravano nell’azienda di Hugo Ferdinand Boss sotto il regime nazionalsocialista”.

Holy iniziò ad aumentare la produzione nei tardi anni 40’ e dal 1950 l’azienda aveva 128 impiegati, il cui numero continuò a crescere quando ottennero i primi ordini per completi maschili.

La compagnia, quando le richieste di divise militari scemarono, cominciò nel 1953 la produzione di vestiti per uomo, settore in cui divenne leader nazionale e uno dei marchi più prestigiosi in ambito internazionale, grazie anche all’alta qualità degli abiti.

Ma con lo scoppio della prima guerra mondiale i cambiamenti più evidenti si registrarono soprattutto nell’abbigliamento femminile, che si era adeguato all’inedita situazione in cui divennero protagoniste le donne.

In tutti i settori produttivi, industria agricoltura e terziario, per far sopravvivere l’economia dei paesi in guerra, partiti gli uomini per combattere al fronte, vennero impiegate le donne.

L’attività lavorativa, con i suoi ritmi e le sue necessità di movimento e di spostamento non poteva essere svolta con abiti elaborati e ingombranti, perciò le donne scelsero indumenti molto pratici e uno stile disinvolto e spartano, questo generale cambiamento determinò il tramonto di parecchi atelier famosi della Belle époque, ma nello stesso tempo emersero nella moda alcuni importanti fenomeni nuovi, che ebbero un seguito importante anche negli anni successivi: la moda futurista, la moda della Russia post-rivoluzionaria e l’atelier di Coco Chanel.

Coco Chanel, pseudonimo di Gabrielle Bonheur Chanel nacque il 19 agosto 1883 in un ospizio dei poveri a Saumur, da Henri-Albert Chanel e Jeanne De Volle, il padre di Gabrielle era un venditore ambulante che girovagava per i mercati dell’Auvergne, tra i monti della Francia sudorientale.

La prima svolta nella vita di Gabrielle è l’incontro con il suo primo amante, Étienne de Balsan, Chanel incontrò Balsan nel 1904 e quando i due si conobbero, lui aveva 25 anni e lei 21, Balsan fu anche il primo finanziatore della stilista.

Presso la residenza del suo primo amante, Chanel incontrò quello che viene considerato l’amore della sua vita, Boy Capel, Boy era un industriale di Newcastle, che si occupava dell’esportazione del carbone e a differenza di Balsan, incoraggiò e finanziò il lavoro di Chanel.

Nell’estate del 1914 scoppiò la guerra e Chanel Modes decollò, le famiglie più facoltose della Francia trascorrevano il periodo estivo nella località costiera di Deauville, lì le signore potevano acquistare bei cappellini ed abiti leggeri da Gabrielle Chanel.

Capel, grazie ai suoi giacimenti carboniferi, rifornì gli Alleati e venne a contatto con personalità influenti, fece prima parte dello Stato Maggiore e in seguito divenne consigliere del primo ministro francese Georges Clemenceau.

Attraverso i suoi contatti, Capel venne messo a conoscenza di informazioni segrete, la Chanel Modes stava per chiudere, quando Coco ricevette notizie da Capel, che le suggerì di non interrompere l’attività.

In agosto vi fu la dichiarazione di guerra della Germania alla Francia e quella del Regno Unito alla Germania, che aveva invaso il Belgio e raggiunse ben presto la capitale francese, i giovani uomini francesi si arruolarono, mentre le mogli fecero ritorno a Deauville, dove si impegnarono in opere di volontariato per assistere feriti e Chanel era l’unico negozio di abbigliamento rimasto aperto.

Sull’onda del successo di Deauville, il 15 luglio 1915 Chanel Modes aprì anche sulla costa atlantica della Francia, lontano dalle linee del fronte, a Biarritz, al confine con la Spagna neutrale con cui iniziò il commercio.

Nel 1917, in uno dei cinque laboratori che Chanel aveva aperto, 60 sarte erano impegnate a confezionare solo abiti per le ricche signore spagnole e, sempre lo stesso anno e con l’aiuto di Capel, riuscì ad ampliare le sue attività di Parigi e di Biarritz, arrivando a contare cinque laboratori e trecento lavoranti.

Hugo Boss morì per un ascesso dentale nel 1948, il suo stile è famoso per essere raffinato e chic, riconosciuto per un eccellente sartoria e i bei tessuti usati per i suoi completi, il marchio crea capi che sono classici moderni.

Coco Chanel morì il 10 gennaio 1971 in una camera dell’Hôtel Ritz all’età di 87 anni, venne sepolta nel cimitero di Bois-de-Vaux a Losanna, in Svizzera e lasciò il suo patrimonio alla fondazione Coga, creata nel 1965 a Vaduz.

Ma questa, è un’altra storia.

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Enrico Caviglia – L’armistizio di Villa Giusti

S:4-E:94

Enrico Caviglia è una persona qualunque.

Enrico Caviglia nasce a Finale Ligure il 4 maggio 1862, sesto dei tredici figli di Pietro e di Antonietta Saccone, crebbe all’interno di una famiglia agiata e sviluppò una coscienza politica che coniugava le istanze socialiste con gli ideali patriottici di un risorgimento ritenuto non ancora compiuto.

Nel 1877 ottiene l’accesso al Collegio Militare di Milano, denominato oggi Scuola Militare “Teulié”, entrò nell’Accademia militare di Torino nel 1880 uscendone col grado di Sottotenente d’artiglieria tre anni dopo, divenuto tenente, fu inviato in Eritrea dal 1888 al 1889.

Al ritorno in Italia, nel 1890 frequentò per un biennio la Scuola di Guerra ottenendo il grado di capitano nel 1893 e facendo il suo ingresso nello Stato Maggiore dell’Esercito, nuovamente spedito in Eritrea nel 1896, in occasione della campagna d’Africa Orientale, prese parte alla battaglia di Adua.

Nel 1912 fu incaricato dal Ministero della Guerra di condurre le trattative per lo sgombero delle truppe turche e la pacificazione di Arabi e Berberi alla fine della guerra italo-turca e successivamente entrò da vice direttore all’Istituto Geografico Militare di Firenze; nel 1914 diventò colonnello.

Nell’estate 1915, poco dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, ottenne il grado di maggior generale e gli fu assegnata la Brigata Bari, con la quale combatté sul Carso e in Trentino affrontando l’offensiva austriaca del 1916 e guadagnando la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia.

Pur essendo “anticadorniano”, nel giugno del 1917, Caviglia fu promosso generale di corpo d’armata per meriti di guerra e il mese successivo, al comando del XXIV Corpo d’armata, ottenne un’importante vittoria nella battaglia della Bainsizza, che però fu limitata negli effetti da problemi logistici.

Nel corso della battaglia di Caporetto il suo reparto fu solo marginalmente interessato dall’attacco degli eserciti degli Imperi Centrali, Caviglia riuscì ad evitare la cattura, oltre che delle proprie, anche di altre truppe tra cui tre divisioni precedentemente agli ordini di Pietro Badoglio conducendole dall’Isonzo al Tagliamento e quindi sul Piave.

Per il suo comportamento durante la ritirata e la precedente difesa proprio sull’Isonzo ricevette la Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Nel gennaio 1918 fu nominato Membro supplente del Consiglio dell’Ordine Militare di Savoia e successivamente comandò l’artiglieria che, a partire dal giugno di quell’anno, combatté sull’altopiano di Asiago e in seguito sul Piave.

Proprio nel 1918 l’esercito austro-ungarico pianificò una massiccia offensiva sul fronte italiano per l’inizio dell’estate, in giugno, l’attacco, poi definito “battaglia del Solstizio”, fu respinto dalla resistenza del Regio Esercito italiano sul quel famoso fiume Piave.

L’attacco avrebbe costituito l’ultima possibilità austriaca per modificare il corso della guerra: in caso di sfondamento, l’esercito austriaco avrebbe avuto accesso alla Pianura Padana ma in seguito al fallimento dell’attacco, le forze dell’Impero austro-ungarico furono talmente logorate da non riuscire a resistere alla controffensiva italiana, iniziata il 24 ottobre con la Battaglia di Vittorio Veneto.

Dopo tre giorni di combattimento, le sorti del contrattacco italiano non erano definite, né sul monte Grappa né sul Piave, dove, la testa di ponte prevista, non era sufficientemente salda.

Il generale Caviglia allora ordinò l’avanzata e l’VIII armata italiana passò il Piave a Susegana, la cavalleria fu lanciata all’inseguimento degli austro-ungarici in rotta che terminò a Vittorio Veneto, raggiunta la sera del 28 ottobre.

Le conseguenze di questo sfondamento portarono la VI armata austriaca ad abbandonare il monte Grappa e a unirsi alla fuga generale e il 28 ottobre stesso si riunì per la prima volta a Trento la commissione d’armistizio austro-ungarica, sotto la direzione del generale Viktor Weber Edler von Webenau.

Il generale barone Arthur Arz von Straussenburg aveva informato il feldmaresciallo Paul von Hindenburg ed era stato esortato a mandare una delegazione di ufficiali tedeschi, così il capitano austro-ungarico Camillo Ruggera, appartenente alla commissione, la mattina del 29 ottobre si presentò presso Serravalle, situata fra Rovereto e Ala, davanti alle linee italiane ma venne accolto da raffiche di mitragliatrice.

Dopo essere stato identificato e chiarita la sua posizione, raggiunse il comando di divisione italiano, ad Abano.

Nella stessa giornata l’Imperatore Carlo I, avendo ormai deciso di ottenere al più presto un armistizio dato il disfacimento dell’esercito imperiale, telegrafò al Kaiser Tedesco informandolo che, in caso di fine delle ostilità, si sarebbe comunque opposto con truppe austro-tedesche all’avanzata degli Italiani e dei loro alleati se, dal Tirolo, la Baviera fosse stata minacciata.

I ringraziamenti furono spediti da Potsdam, ma non erano ancora giunti, quando il comando austriaco dovette comunicare ai tedeschi che le proprie truppe erano nell’impossibilità di combattere.

Nella prima serata del 30 ottobre il generale Viktor Weber Edler von Webenau poté superare le linee italiane e dopo lunghe soste ai vari sottocomandi, i membri della commissione furono portati a bordo di auto coperte prima a Verona, poi a Padova, e da qui, alle 18 circa del 31 ottobre, raggiunsero la villa del conte Vettor Giusti del Giardino nella frazione Mandria in direzione Abano Terme.

La villa era stata residenza del Re Vittorio Emanuele III dal novembre 1917 al febbraio 1918, e in seguito era rimasta a disposizione del comando del Regio Esercito, qui alle 15:20 del 3 novembre venne infine firmato l’armistizio.

Le condizioni generali dell’armistizio prevedevano che all’Italia venissero consegnati tutti i territori austriaci previsti dal patto di Londra, ma la trattativa era subordinata a quella che si sarebbe tenuta in seguito al Trattato di Versailles.

L’unico punto in discussione era pertanto la data di cessazione delle ostilità: l’Italia non aveva interesse a far entrare in vigore l’armistizio, prima di aver occupato militarmente tutti i territori previsti dal trattato.

Nell’immediato dopoguerra Caviglia fu nominato Senatore del Regno, ricoprì l’incarico di Ministro della Guerra nel primo governo Orlando e ricevette l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Militare di Savoia.

In conseguenza del protrarsi dell’occupazione iniziata il 12 settembre da parte di nazionalisti italiani guidati da Gabriele D’Annunzio della città di Fiume, l’allora Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti designò Caviglia, già comandante dell’8ª Armata, commissario straordinario per il Venezia Giulia, subentrando in questa funzione a Badoglio.

Quando nel 1920 fece ritorno al governo Giovanni Giolitti e fu concluso il Trattato di Rapallo, la successiva dichiarazione di guerra da parte dei legionari all’Italia ebbe come risposta prima un bombardamento e poi l’attacco della città da parte delle truppe agli ordini di Caviglia a partire dal 24 dicembre, le operazioni si conclusero il 31 con la resa degli occupanti e la concomitanza di scontri armati con le festività natalizie vide d’Annunzio definire quei giorni Natale di sangue.

Nei confronti del fascismo, dopo un’adesione sostanziale, ma priva di esplicite prese di posizione, dichiarò nel 1924 il ritiro del suo consenso non verso quelle da lui definite “le idee originali del fascismo”, quanto sugli sviluppi seguenti e assieme ad altri generali, con l’eccezione di Badoglio, Caviglia si allontanò allora dalla scena politica.

Nel 1926 Mussolini gli conferì il grado di maresciallo d’Italia e nel 1930 il re Vittorio Emanuele III lo investì Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, l’ultimo incarico ricevuto fu un’ispezione sulle Alpi nel 1939.

Nelle intenzioni di Dino Grandi, alla vigilia del 25 luglio 1943, data ricordata per la caduta del fascismo, il maresciallo Caviglia era la persona più indicata per succedere a Mussolini nella carica di capo del governo ma, come noto, Vittorio Emanuele III affidò l’incarico al maresciallo Badoglio.

Nonostante fossero iniziati già scontri tra reparti italiani e tedeschi, le grandi difficoltà organizzative e quelle prospettatesi nella possibilità di difendere Roma condussero Caviglia ad accettare l’ultimatum imposto da Albert Kesselring il 10 settembre 1943 che dispose il disarmo delle truppe e la dichiarazione della capitale come città aperta.

Celebri le parole usate da Caviglia a colloquio col feldmaresciallo tedesco, il 13 settembre: «Voi vedete com’è ridotta l’Italia: come Cristo alla colonna. Su di essa tutti possono sputare o schiaffeggiarla e batterla».

Quando si costituì la Repubblica Sociale Italiana, Mussolini pensò di nominarlo capo dell’esercito repubblicano ma Pavolini e Buffarini Guidi gli fecero notare che era troppo anziano per un incarico così gravoso ed il Duce cambiò rapidamente idea.

Con le sue azioni, che portarono all’armistizio di Villa Giusti, firmato il 3 novembre 1918 nella villa del conte Vettor Giusti fra l’Impero austro-ungarico e l’Italia della prima guerra mondiale fino alla caduta del fascismo nella seconda, Caviglia fu un militare astuto e capace, leale ma polemico con ciò che non gli piaceva come quando nell’autunno 1915 fu costretto da Cadorna a lanciare i suoi uomini all’attacco perdendo ben 6500 unità, dove scrisse:

«Costretto a obbedire, non potendo impedire un così orribil sciupìo della vita dei miei soldati, (…) non ho mai sofferto tanto della stupidità della guerra che eravamo obbligati a fare».

Caviglia si ritirò definitivamente a Finale Ligure nella sua villa chiamata Vittorio Veneto, dove morì poco prima di un mese dalla fine dei combattimenti e fu sepolto nella basilica di San Giovanni Battista in Finale Ligure Marina, la salma fu poi traslata nel 1952 nella torre di Capo San Donato alla presenza di Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica, e di Vittorio Emanuele Orlando.

Ma questa, è un’altra storia.

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Richard Fiedler – I flammeri

S:4-E:93

Richard Fiedler è una persona qualunque.

Richard era uno scienziato tedesco che inventò il moderno lanciafiamme, prima della prima guerra mondiale Fiedler studiò ingegneria e lavorò come ingegnere a Berlino, lo sviluppo del lanciafiamme derivò dalla sua attenzione sugli ugelli per spruzzare i liquidi.

Fiedler eseguì originariamente un trucco chiamato “Brennender See” (Lago in fiamme) durante i festival di Berlino-Weißensee, il trucco consisteva nel versare un liquido infiammabile su una superficie d’acqua e dargli fuoco.

Un primo brevetto per lanciafiamme fu concesso nel 1901 e Fiedler si rivolse all’esercito tedesco che gli garantì supporto finanziario per continuare lo sviluppo del dispositivo, così nel 1905, presentò il suo lanciafiamme al Preußisches Ingenieurs-Komitee (comitato di ingegneria prussiano) al Garde-Pionier-Bataillon di Berlino dove ricevette suggerimenti per migliorare il dispositivo.

Il modello più significativo era costituito da un dispositivo trasportabile da un uomo, costituito da un singolo cilindro verticale lungo 1,2 m, diviso orizzontalmente in due, con gas pressurizzato nella sezione inferiore e olio infiammabile nella sezione superiore.

Premendo una leva, il gas propellente spingeva l’olio infiammabile dentro e attraverso un tubo di gomma e sopra un semplice dispositivo di accensione a stoppino in un ugello di acciaio che creava la lingua di fuoco.

L’arma proiettava un getto infiammato con enormi nuvole di fumo a circa 18 m, era un’arma a colpo singolo: per lo sparo a raffica, una nuova sezione di accensione doveva venire attaccata ogni volta che veniva utilizzata.

Ma indipendentemente da Fiedler, anche Bernhard Reddemann aveva iniziato a sviluppare il lanciafiamme, era un ingegnere, soldato e pompiere professionista di Posen, si interessò alle armi lanciafiamme dopo aver letto dell’assedio di Port Arthur durante la guerra russo-giapponese del 1904-1905.

Gli ingegneri da combattimento giapponesi usavano pompe manuali per spruzzare cherosene nelle trincee russe e poi lanciavano fasci di stracci accesi per incendiare il liquido, Reddemann capì che poteva convertire le pompe a vapore dei pompieri in lanciafiamme, cosa che dimostrò a Fort Glowno di Posen nel 1907, utilizzò anche pompe manuali nei suoi esperimenti.

Fiedler e Reddemann si incontrarono per la prima volta nel 1908 e collaborarono all’inizio della prima guerra mondiale per sviluppare ulteriormente il lanciafiamme, Reddemann avanzò al grado di maggiore dei pionieri, fu capo dei vigili del fuoco di Breslavia e Lipsia e fu autore di monografie sulla lotta antincendio.

All’inizio della guerra di posizione, le singole formazioni di pionieri ricevettero lanciafiamme come armi offensive, ad ogni plotone, battaglione o reggimento di pionieri selezionati fu assegnato un Kleif M.1912, gestito da una squadra di due uomini.

I lanciafiamme furono usati per la prima volta in combattimento a Bagatelle-Pavillon nelle Argonne il 4 o 5 ottobre 1914, la 4a Compagnia del Posensches Pionier-Bataillon, assegnata alla 27a Divisione, portò a termine l’attacco senza successo contro le truppe francesi piazzate.

Alla fine dello stesso anno i lanciafiamme furono per lo più richiamati dal servizio, sebbene molte formazioni di pionieri di linea li mantennero fino al 1915 inoltrato; il Comando supremo dell’esercito, l’OHL, riferì al Ministero della Guerra che gli apparati erano inutilizzabili, erano armi che richiedevano un addestramento approfondito e, inoltre, il Kleif M.1912 era troppo fragile, troppo poco maneggevole e non manteneva la pressione.

Il 18 gennaio il Ministero della Guerra e il Comitato del Genio in carica ordinarono la costituzione del Flammenwerfer-Abteilung, la prima unità armata esclusivamente di lanciafiamme.

Il comandante di queste unità era il nostro Reddemann, lui avrebbe sviluppato, assieme a Fiedler, l’arma e creato nuove tattiche, queste nuove squadre di flammeri sarebbero state composte da ufficiali della Posen Fire Brigade e da 48 pompieri e giovani volontari di guerra di Posen.

I flammeri tedeschi effettuarono il loro primo attacco a Malancourt il 26 febbraio 1915, utilizzando 12 piccoli lanciafiamme a pompa manuale e due Grof M.1912 per cacciare i francesi dalle loro trincee.

Dopo che un ufficiale di riserva dei Vigili del fuoco di Lipsia e due sottufficiali e 20 uomini di un’unità non identificata furono assegnati all’Abteilung, un secondo attacco con le fiamme fu effettuato a Vauquois, vicino a Verdun.

Il 15 marzo l’OHL ordinò che fosse istituito un battaglione lanciafiamme sotto il comando di Reddemann e, con l’andare del tempo e della sperimentazione, i numeri crebbero e si arrivò ad avere una forza iniziale di 800 uomini.

Nella primavera del 1915 alcune divisioni tedesche sul fronte occidentale iniziarono a schierare Sturmtrupps, unità ad hoc create per superare i punti forti francesi come rifugi e fortini nascosti nei boschi, le Sturmtrupps erano solitamente composte da uno a tre gruppi di fanteria e un gruppo di pionieri di linea armati di mitragliatrici, mortai da trincea e lanciafiamme Kleif M.1912.

Ma nacque un problema, sebbene alcune missioni ebbero successo, i pionieri lanciafiamme subivano perdite elevate che portarono Reddemann a ritirare il battaglione dal campo e a creare tattiche di assalto più efficaci.

Durante un attacco con lanciafiamme del 9 settembre contro i francesi, vennero utilizzati cinque grandi lanciafiamme chiamati “spruzzatori di benzina”, furono progettati dal tenente Schlayer, gli spruzzatori erano composti ciascuno da un serbatoio che conteneva oltre 250 litri di benzina collegati a due bombole di propellente, un ugello spruzzava la benzina fino a 35 metri di distanza.

All’inizio del 1916 il piano per l’offensiva di Verdun richiese una compagnia di lanciafiamme per ciascuna delle sei divisioni di fanteria che vi prendevano parte, inoltre, due compagnie armate di lanciafiamme grandi e piccole avrebbero attaccato nei boschi di Consenvoye e un’altra compagnia avrebbe assaltato nella Champagne, in totale erano necessarie nove compagnie.

Ogni compagnia di fanteria che avrebbe attaccato a Verdun sarebbe stata formata da una truppa d’assalto composta da 16-20 fanti con un fucile e tre bombe a mano ciascuno; un gruppo di pionieri equipaggiato con asce, accette, seghe, tronchesi e cariche esplosive e una squadra armata con due lanciafiamme, granate incendiarie e bombe a mano.

La battaglia di Verdun iniziò il 21 febbraio e fino al 27 aprile dieci compagnie di lanciafiamme armate con 400 dispositivi eseguirono 57 attacchi, 33 dei quali furono giudicati riusciti.

Il distintivo a forma di testa di morto fu conferito al Garde-Reserve-Pionier-Regiment dal principe ereditario il 28 luglio, indossato sulla manica sinistra inferiore, sul polsino o direttamente sopra di esso e diede al reggimento il suo nome informale di Totenkopfpioniere.

Il 26 settembre 1916 l’11a e la 12a compagnia furono aggiunte al reggimento lanciafiamme, utilizzando ufficiali e uomini dal deposito reclute, inoltre, l’Alto comando della Quinta armata trasferì 500 giovani fanti nel reggimento, ciò portò il numero di effettivi a circa 3000, incluso il personale di supporto e lo staff.

Il 9 novembre i tedeschi lanciarono il più grande attacco di massa con lanciafiamme della storia a Skrobova, in Russia, un intero battaglione lanciafiamme di quattro compagnie utilizzò 24 Grof e 216 Kleif nella “Tattica del coltello” ideata dal maggiore Reddemann per tagliare attraverso le vaste difese russe di bunker di cemento armato, fortini e installazioni di fiancheggiamento.

Le truppe lanciafiamme erano organizzate in lunghe formazioni serpeggianti, lanciatori di granate a mano, mitraglieri leggeri e fucilieri automatici che sparavano di corsa, erano seguiti da truppe d’assalto di fanteria e sei battaglioni di fanteria regolare; l’operazione fu coordinata da ufficiali dell’intelligence a bordo di aerei con radio bidirezionali che lanciarono nuovi ordini alle truppe sottostanti.

I tedeschi conquistarono l’area e oltre 3500 prigionieri, riferirono che l’uso di lanciafiamme portò direttamente alla vittoria ma secondo i russi gli effetti dei lanciafiamme furono trascurabili.

Nel 1917 il reggimento lanciafiamme combatté 169 volte sui fronti occidentale e orientale, 24 operazioni non ebbero successo.

Dal 21 marzo al 17 luglio 1918 i tedeschi lanciarono cinque offensive sul fronte occidentale, tutte fallite.

Il Garde-Reserve-Pionier-Regiment effettuò altri 105 attacchi sul fronte occidentale, i pionieri della Testa di Morto fungevano da truppe d’assalto che guidavano gli attacchi frontali per sfondare la linea nemica, o da squadre di accompagnamento alle fiamme che scortavano la fanteria, rastrellavano o venivano inviate contro specifici punti di resistenza, dopo il 12 agosto 1918 non ci furono più attacchi lanciafiamme su larga scala.

In estate fu utilizzato in combattimento un lanciafiamme aereo tedesco, data e luogo sconosciuti, un testimone oculare, un soldato americano del 371° reggimento di fanteria, ha descritto un aereo che volava a bassa quota e spruzzava fuoco liquido sulle truppe, il che è conforme al brevetto tedesco n. 325694, depositato da Robert e Richard Bunge il 15 febbraio 1918 ma non furono mai state trovate ulteriori informazioni.

Fiedler fondò la Fiedler Flammenapparate, una società a responsabilità limitata che gestì come direttore fino al 1917, a Fiedler furono concessi 11 brevetti tedeschi su lanciafiamme dal 1901 al 1918 e Reddemann, dopo la guerra, scrisse un libro sulla storia del lanciafiamme.

Ma questa, è un’altra storia.

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Guglielmo Marconi – La nascita della radio

S:4-E:92

Guglielmo Marconi è una persona qualunque.

Nasce a Bologna il 25 aprile 1874 nel Palazzo Marescalchi, suo padre, Giuseppe Marconi, era un proprietario terriero che viveva nelle campagne di Pontecchio ed era al secondo matrimonio quando vedovo e con un figlio, conobbe una giovane irlandese, Annie Jameson, nipote del fondatore della storica distilleria Jameson & Sons, in visita in Italia per studiare bel canto, l’anno dopo nacque Alfonso e, nove anni più tardi, Guglielmo.

Marconi, già all’età di vent’anni, cominciò i primi esperimenti lavorando come autodidatta, aiutato dal suo maggiordomo Mignani, così, nell’estate del 1894, costruì un segnalatore di temporali costituito da una pila, un coesore e un campanello elettrico, che emetteva uno squillo in caso di fulmine.

In seguito riuscì, premendo un tasto telegrafico posto su di un bancone, a fare suonare un campanello posto dall’altro lato della stanza e, proseguendo nei suoi esperimenti, anche all’aperto; in campagna aumentava la potenza delle emissioni e la distanza che separava il trasmettitore dal ricevitore, capace di ricevere i segnali dell’alfabeto Morse.

Nella tarda estate o inizio autunno del 1895, dopo vari esperimenti a distanza crescente, l’apparecchio si dimostrò valido nel comunicare e ricevere segnali alla distanza di più di un miglio, ma anche nel superare gli ostacoli naturali; il colpo di fucile che il maggiordomo Mignani sparò in aria per confermare la riuscita dell’esperimento viene considerato l’atto di battesimo della radio.

In parallelo a Marconi stavano lavorando diversi ricercatori tra cui Nikola Tesla, che però non intendeva basarsi sulle onde hertziane, e il russo Aleksandr Popov, che aveva realizzato un ricevitore di onde radio collegate all’arrivo dei temporali, concettualmente simile a quello di Marconi ma molto meno sensibile e non in grado di ricevere segnali Morse.

Nel 1896 Marconi parlò con l’amico di famiglia Carlo Gardini, console degli Stati Uniti d’America a Bologna, dell’idea di lasciare l’Italia per andare nel Regno Unito, a sua volta Gardini scrisse una lettera all’ambasciatore d’Italia a Londra, Annibale Ferrero, per presentare il giovane e le sue straordinarie scoperte e come risposta l’ambasciatore Ferrero consigliò di non rivelare a nessuno i risultati ottenuti, se non dopo la presentazione del brevetto e lo incoraggiò a recarsi nel Regno Unito, dove riteneva che gli sarebbe stato più facile trovare i capitali necessari per l’impiego pratico della sua invenzione.

Il 12 febbraio dello stesso anno Marconi partì con la madre per il Regno Unito; a Londra, il 5 marzo presentò la prima richiesta provvisoria di brevetto, da sottolineare che tale richiesta avvenne con 21 giorni di anticipo rispetto alla data della prima trasmissione radio realizzata dal russo Popov, e il 2 giugno depositò all’Ufficio Brevetti la domanda definitiva per un sistema di telegrafia senza fili, n. 12039, dal titolo “Perfezionamenti nella trasmissione degli impulsi e dei segnali elettrici e negli apparecchi relativi”.

Marconi, intanto, effettuava dimostrazioni pubbliche alla presenza di politici e industriali: collocava un trasmettitore sul tetto dello stabile della direzione delle Poste e un ricevitore in una casa su una banchina del Tamigi, a quattro chilometri di distanza; per l’Ammiragliato stabilisce un contatto attraverso il canale di Bristol, largo 14 chilometri e collabora con il Daily Express in occasione delle regate di Kingstown.

I giornalisti seguono le regate al largo, a bordo di un rimorchiatore, poi passano le notizie a Marconi, che le trasmette a una stazione a terra da dove vengono telefonate rapidamente al giornale.

Marconi effettuò la prima trasmissione senza fili sul mare da Ballycastle nell’Irlanda del Nord, all’isola di Rathlin nel 1898, stabilì un ponte radio tra la residenza estiva della regina Vittoria e lo yacht reale sul quale c’era il principe di Galles, il futuro Edoardo VII, convalescente per una brutta ferita al ginocchio.

Marconi concentra successivamente le sue ricerche verso l’Atlantico, convinto che le onde possano varcare l’oceano seguendo la curvatura della Terra e nel novembre del 1901 a Poldhu, in Cornovaglia, installa un grande trasmettitore munito di un’antenna di 130 metri, poi, s’imbarca per St. John’s di Terranova con gli assistenti Kemp e Paget, i due luoghi, separati dall’oceano Atlantico, distano fra di loro oltre 3 000 chilometri.

Il 12 dicembre 1901 ha luogo la comunicazione che costituisce il primo segnale radio transoceanico, il messaggio ricevuto è composto da tre punti, la lettera S del codice Morse.
Dal foglio matricolare custodito presso il distretto militare di Bologna risulta inoltre che il giovane Marconi aveva scelto di fare il soldato nell’Esercito per un anno; lo espletò invece nella Regia Marina, pur essendo nato in una città dell’entroterra, svolse il servizio militare all’ambasciata di Londra dal 1º novembre 1900, trasferito poi in Italia fu congedato il 1º novembre 1901.

Nel 1903 Marconi installò un analogo trasmettitore a scintilla nel Centro Radio di Coltano, presso Pisa, che verrà poi utilizzato fino alla seconda guerra mondiale, prima per comunicare con le colonie d’Africa, quindi con le navi in navigazione; in seguito il trasmettitore venne ampliato e potenziato tanto da diventare una delle più potenti stazioni radio d’Europa.

Marconi completò gli esperimenti per ottenere comunicazioni transoceaniche attendibili fino al 1907 e nell’ottobre dello stesso anno la Marconi Company inaugurò il primo servizio pubblico regolare di radiotelegrafia attraverso l’oceano Atlantico, dando la possibilità alle navi transatlantiche di lanciare l’SOS senza fili.

Il 10 dicembre 1909, a Stoccolma, Guglielmo Marconi ricevette il premio Nobel per la fisica, condiviso con il fisico tedesco Carl Ferdinand Braun, Marconi era già stato nominato altre volte prima e Braun era tuttavia un grande scienziato cui si deve fra l’altro l’invenzione del tubo catodico.

Quando, nel 1912, il Titanic affondò dopo avere lanciato il segnale SOS via radio, Marconi si trovava negli Stati Uniti d’America e accorse al porto di New York per ricevere i 705 superstiti, egli avrebbe dovuto essere a bordo poiché invitato al viaggio inaugurale con tutta la famiglia, ma, per motivi diversi, né lui né la moglie Beatrice salirono su quella nave, intervistato dalla stampa a New York, disse: «Vale la pena di avere vissuto per avere dato a questa gente la possibilità di essere salvata».

Il 25 settembre 1912, alle ore 12:30, Marconi transitava alla guida della sua automobile, una Fiat 50 HP, nel paese di Borghetto Vara in direzione di Genova, per attraversare il passo del Bracco, appena fuori dall’abitato in prossimità di una curva secca, la sua vettura si scontrò frontalmente con un’altra automobile, l’urto fu molto violento e Marconi venne ferito all’occhio destro dalle schegge di vetro del parabrezza della sua vettura, frantumatosi nello scontro.

Ricoverato presso l’Ospedale militare della Spezia, Marconi venne operato, dopo un consulto di vari luminari e a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni, i medici si videro costretti a estirpare l’occhio leso.

In data 19 giugno 1915 Marconi si arruolò come volontario nel Regio Esercito con il grado di tenente di complemento del Genio, promosso poi capitano il 27 luglio 1916 e, benché ufficiale dell’esercito, prestò servizio nell’Istituto Radiotelegrafico della Marina; in seguito a regolare domanda venne nominato Capitano di Corvetta; congedato con tale grado il 1º novembre 1919 venne poi promosso Capitano di Fregata in congedo e poi Capitano di Vascello, ambedue tali promozioni rientravano nelle norme di avanzamento degli ufficiali di complemento in congedo.

Il periodo bellico, con tutte le sperimentazioni da lui compiute, fruttò a Marconi la convinzione che si dovevano abbandonare le onde lunghe a favore di quelle corte.

Il 30 dicembre 1914 Marconi venne nominato senatore del Regno d’Italia e acquistò una certa importanza politica, compì varie missioni per il governo italiano che ne sfruttò la popolarità e quella più significativa fu sicuramente la partecipazione alla Conferenza di pace di Parigi.

Nel 1920 venne mandato in missione a Fiume con il suo panfilo Elettra da Gabriele D’Annunzio ma invece di convincerlo a rinunciare, mandò messaggi radio assieme a lui dalla nave Elettra.

Venne poi nominato presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e poi della Regia Accademia d’Italia diventando automaticamente membro del Gran consiglio del fascismo, pur partecipando a una sola seduta.

La questione dell’adesione di Guglielmo Marconi al fascismo è molto complessa ed è tuttora oggetto di studio, certamente fu fortemente corteggiato, fin dall’inizio, dal regime, come d’altronde lo era stato dai governi precedenti, e decise di aderire, non tanto per i posti di rilievo negli organi nazionali, che arrivarono in seguito, quanto per lo spirito patriottico che rappresentava in principio.

Il 17 giugno 1929 Vittorio Emanuele III conferisce a Marconi il titolo ereditario di marchese e sempre lo stesso anno, su richiesta di Pio XI, si incarica di sovrintendere alla costruzione della prima stazione radio del Vaticano.

Dal 1933 alla morte fu presidente dell’Istituto Treccani, sempre nel ‘33 mostra nelle vicinanze di Castel Gandolfo ad alcuni alti ufficiali dell’esercito un apparato radio che permette di rilevare oggetti metallici nelle vicinanze (il passaggio di automobili), di fatto un primo abbozzo del radar che Marconi aveva preconizzato già nel 1922.

Gli saranno conferite sedici lauree honoris causa di cui due in legge, venticinque onorificenze di alto rango, tredici cittadinanze onorarie e con Regio Decreto del 18 luglio 1936, Marconi venne promosso contrammiraglio nella riserva per meriti eccezionali.

A Roma, la mattina del 19 luglio 1937, Guglielmo Marconi accompagnava alla stazione la moglie, diretta a Viareggio per festeggiare il settimo compleanno della figlia Elettra, facendo poi ritorno nella casa del suocero dove lo colpì una crisi cardiaca.

Dopo che il suo medico personale, il dottor Cesare Frugoni, gli comunicò la gravità delle sue condizioni, Marconi fece chiamare un sacerdote, ricevette l’estrema unzione e morì alle 3:45 del mattino del 20 luglio a 63 anni.

Ai funerali di Stato, tenutisi a Roma il 21 luglio nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, partecipa la gran parte delle autorità politiche e del mondo accademico, compreso il capo del governo Benito Mussolini, oltre a un’impressionante folla di 500 000 persone.
I rapporti fra il Duce e l’inventore non furono tuttavia semplici, soprattutto verso la fine, quando Marconi tentò di convincerlo invano a non pensare a una guerra contro il Regno Unito, Marconi morì proprio alla vigilia di un incontro col Duce a questo proposito.

Inoltre, visto l’uso nella propaganda di guerra che i regimi fascisti e totalitari fecero della radio, pare che Marconi abbia detto della sua invenzione: “Ho fatto del bene al mondo o ho aggiunto una minaccia?

Ma questa, è un’altra storia.

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Felix von Luckner – Il diavolo del mare

S:4-E:91

Felix è una persona qualunque.

Il corsaro, a cavallo tra il XVI ed il XVII secolo, era colui che, munito di una lettera di corsa fornita da un governo, poteva catturare navi nemiche, spesso i mercantili delle compagnie coloniali, e trattenere per sé una parte del bottino.

Celebri sono rimasti i corsari inglesi Francis Drake ed Henry Morgan che, su mandato della Corona britannica, assaltavano i porti e i grandi galeoni spagnoli che trasportavano oro e argento dalle Americhe.

Durante la Prima Guerra Mondiale, la Kaiserliche Marine fece largo uso delle navi corsare, per lo più incrociatori ausiliari, piccoli e veloci, che portavano l’assalto ai mercantili che incrociavano nell’Oceano Atlantico e nel Mar Baltico rifornendo di materie prime la Gran Bretagna.

Questa è la storia di una di queste navi corsare, unica nella sua specie: il Seeadler, veliero a tre alberi, l’unico che la Germania armò per questo tipo di guerra, comandato da un nobile bavarese, Felix von Luckner.

La famiglia Luckner era una famiglia di nobili bavaresi, di loro sappiamo che era anche popolata da gente sregolata e inquieta, sempre a caccia di avventure poco ortodosse.

Nicolas Luckner, per esempio, scappò di casa a 15 anni, nel 1737, per combattere contro i turchi, poi arruolò a sue spese un esercito di ussari per la Guerra dei sette anni e infine morì ghigliottinato durante la Rivoluzione francese, essendosi stabilito in Francia per servire il Re di quel paese.

I Luckner, persi i beni in Baviera, si erano stabiliti a Holstein, divenendo momentaneamente danesi, per via dei possedimenti che erano parte della moglie di uno di loro, ma ben presto questa terra venne annessa alla Germania, nel 1850.

Il padre di Felix era una persona particolare, combatté contro i danesi e in varie guerre come quella del 1864, ’66 e ’70, la sua vita era quella di un nobile che si potrebbe definire ‘decadente’, vissuta tra le varie guerre da gran signore, ma che agli altri appariva sregolata e irrazionale, tanto che lo chiamavano Luckner il matto.

Persi i suoi beni in spese al di sopra delle sue possibilità, si fece ospitare dal cugino di Dresda, anche lui era a dire il minimo, strano, percorreva le strade di questa bellissima città sassone con una carrozza tirata da sei splendidi cavalli bianchi, e non disdegnava di salirci anche le scalinate esterne dei palazzi; quando il Re lo diffidò da usare quel tiro di cavalli, obbedì sostituendo uno di loro con un mulo.

Felix von Luckner non era certo esente dalle stranezze e dallo spirito di ribellione della casata, a 15 anni decise che la scuola, che frequentava con malavoglia, era una perdita di tempo e scappò di casa, si imbarcò come mozzo su di una nave in partenza da Amburgo e girò il mondo come forse solo in quegli anni si poteva fare, lavorando duramente a bordo di questo fino a quando decise di averne abbastanza e scappò pure da questo.

Si imbarcò in Africa su di un altro veliero e alla fine venne promosso marinaio, per diventare poi marinaio scelto, ma quando sbarcava a terra non era estraneo dal vivere di una vasta gamma di espedienti.

Fece il lavapiatti ma anche il lottatore e pure il membro dell’Esercito della Salvezza, girò tutti i mari del mondo, tra quelli del Nord e l’Australia, si interessò anche di quello che potremmo definire culturismo, vantando di avere bicipiti grandi come la coscia di un uomo normale.

Alla fine di queste esperienze di mare, tornò ad Amburgo nel 1910 con un certo quantitativo di denaro e la volontà di mettere l’esperienza accumulata come base per una carriera da capitano della marina mercantile.

Felix studiò alacremente per entrare in possesso del brevetto di capitano, e dopo una serie di lezioni private riuscì a superare l’esame in una sede tra le più isolate e modeste; sebbene affermasse che le conoscenze teoriche fossero inutili per una persona della sua esperienza, e che tutto quello che poteva diventare dipendeva solamente dalle sue forze, non vi furono mai molti dubbi sul fatto che la famiglia lo sostenesse in maniera discreta, almeno dal momento del suo ritorno in Germania.

Con questo aiuto superò l’esame e trovò subito un posto nella linea Amburgo-Sud America per il tirocinio richiesto, poi venne accettato come volontario annuale per la Marina Militare tedesca ed ebbe anzianità convenzionale aumentata di 3 anni “motu proprio” da parte del Kaiser, cose che erano alquanto difficili da spiegare solamente con le proprie forze, più probabile che qualche ricco parente altolocato fosse intervenuto in questo.

Promosso Ufficiale Effettivo nella Kaiserliche Marine, Felix tornò finalmente in famiglia e godette di un periodo in cui visse a tutti gli effetti come il Conte von Luckner, ma durò poco, venne presto destinato alla SMS Panther (1901), una piccola cannoniera coloniale tedesca già protagonista di vari episodi controversi compresa la crisi di Agadir.

Tutto questo era accaduto in appena 4 anni, quando poi scoppiò la guerra Felix fu fortunato, la sua nave era appena tornata in Germania per i lavori di manutenzione e non potendo essere rinviata in Africa, la piccola nave a 2 fumaioli fece la sua comparsa in pattugliamenti nel Baltico.

Con un’operazione di appendicite non necessaria, riuscì a farsi sbarcare per riprendere poi il mare con la nave da battaglia SMS Kronprinz, con cui partecipò alla Battaglia dello Jutland, ma insofferente alla disciplina com’era, si fece finalmente assegnare il comando di una nave tutta sua, che con la sua esperienza di vela non poteva essere più adatta: il Pass of Balamha, che ribattezzò Seeadler.

Dotata, oltre che delle vele, anche di un motore diesel per incrementarne la velocità, la Seeadler iniziò la sua guerra di corsa il 16 dicembre 1916, dopo essere stata abilmente camuffata da mercantile norvegese, con i cannoni e le mitragliatrici di bordo con cui era armata nascoste all’interno di vani mobili ricavati sul ponte di coperta; inoltre, per avvalorare la tesi del semplice mercantile neutrale, era stato scelto un equipaggio che parlasse il norvegese, questo per trarre in inganno eventuali controlli della Royal Navy.

Ma ecco arrivare il 9 gennaio 1917 la prima preda: avvistato un Piroscafo inglese, il Gladis Royale, il Comandante Felix von Luckner diede ordine di dirigere a tutta velocità verso la nave spiegando le vele e scambiato dagli Inglesi per un mercantile di una nazione neutrale, quando l’equipaggio della nave corsara issò sul pennone la bandiera da guerra della Kaiserliche Marine, era ormai troppo tardi.

Catturato l’intero equipaggio di ventisei uomini, requisite le provviste di bordo e parte del carico di carbone, il Gladys Royale di 3268 tonnellate di stazza lorda venne fatto affondare con cariche esplosive, stessa sorte toccò il giorno seguente ad un altro Piroscafo inglese, il Lundy Island, 3095 tonnellate.

Ma una nave in particolare resterà impressa nella memoria di Felix von Luckner, il Veliero Pinmore, anche questo di nazionalità inglese, catturato il 19 febbraio 1917 perché su questa nave, un giovane Felix, vi aveva servito come mozzo girando mezzo mondo, così dopo aver portato l’equipaggio inglese sul Seeadler, von Luckner volle salire a bordo del Pinmore ancora una volta, da solo, prima di farlo affondare.

In totale, furono sedici le navi catturate e affondate dalla nave corsara tedesca, solcando il Mar Baltico, l’Oceano Atlantico ed il Pacifico, tra queste anche il Veliero italiano Buenos Aires, di 1811 tonnellate, catturato e in seguito affondato il 9 febbraio 1917.

Ma è nell’immenso oceano che la storia del Seeadler e del suo comandante divennero un mito e una leggenda; il 2 agosto 1917 un movimento tellurico sottomarino provocò onde gigantesche che fecero naufragare il veliero e il suo equipaggio sull’Isola di Mopelia, nella Polinesia Francese.

Von Luckner era deciso a continuare la sua guerra e attrezzata come poteva una scialuppa, assieme a sei marinai, prese il largo intenzionato a catturare qualche nave straniera, salvare il suo equipaggio e tornare a solcare i mari del mondo.

Ma, si sa, le storie più belle, prima o poi, finiscono, scorta una possibile preda dopo aver raggiunto le Isole Figi, von Luckner e i suoi uomini tentarono di catturare un mercantile, ma scoperti, vennero catturati.

Interrogato da un ufficiale giapponese che era un ammiratore dei tedeschi e ascoltava con delizia le avventure della Seeadler, ma voleva anche informazioni sui marinai di Mopelia, Luckner venne poi mandato in Nuova Zelanda in un campo di prigionia di Mutuili, dove altri tedeschi, provenienti dalla Polinesia, erano già presenti dal 1914.

Dal momento che i prigionieri erano notevolmente liberi, e che sull’isola era attraccato la Pearle, il motoscafo del comandante del campo prigionieri, Luckner non ci mise molto a convincerlo che poteva fidarsi di lui, dato che il pilota impiegato già era tedesco, ebbe disponibili all’azione 7 cadetti di una nave civile così, assieme a loro, organizzò l’evasione.

Radunarono provviste e benzina per un lungo periodo di tempo, costruirono bombe a mano, pugnali veri come anche armi finte, e il 23 dicembre 1917 scapparono, fingendo una normale navigazione di collegamento.

Il giorno dopo scattò l’allarme, ma ci si rese conto che la radio era stata sabotata, la mattina dopo partì una flottiglia di imbarcazioni alla caccia dei fuggiaschi, ma la Pearle riuscì in 3 giorni a raggiungere l’isola di Red Mercury, nascondersi agli inseguitori, e a quel punto, riprendere la missione di corsaro.

Luckner abbordò un paio di velieri, uno venne lasciato andare mentre la Moa venne presa, ma sebbene i corsari avessero trovato un deposito di viveri d’emergenza sull’isola Curtis, l’errore di lasciare libero l’altro vascello si rivelò pienamente fatale quando un battello militare neozelandese, dopo essere stato informato da questo, riuscì a intercettare la Moa e gli fece terminare la sua avventurosa fuga.

Luckner venne mandato in un forte militare, poi di nuovo a Moutili, che però aveva nel frattempo cambiato comandante, e non riuscì più a portare a termine altre fughe, anche perché ormai la sua fama lo aveva preceduto al campo di prigionia.

Nel frattempo, i superstiti di Mopelia erano riusciti a impossessarsi di una nave francese, ma, una volta nell’oceano, naufragarono sull’Isola di Pasqua, l’armistizio venne firmato l’11 novembre 1918, e Luckner venne rimpatriato, nonostante tutto, prima dei compagni, il 29 luglio 1919, prese poi servizio nella piccola marina militare tedesca nel dopoguerra.

Ma questa, è un’altra storia.

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