Francesco Baracca – Il cavallino rampante

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Francesco Baracca era ancora una persona qualunque.

Nell’episodio precedente avevano tristemente lasciato il maggiore Baracca al comando della 91ª Squadriglia quando il 19 giugno 1918 dopo il ritorno da una missione a Quinto di Treviso con il suo SPAD S.XIII che aveva il rivestimento in tela delle ali e della fusoliera danneggiato, decise di decollare nuovamente con il suo aereo di riserva, uno SPAD S.VII, per la quarta missione del giorno.

Assieme a lui, dovevano decollare l’esperto pilota Costantini e il novizio gregario Osnago, ma al momento della partenza si scoprì che Costantini era già partito, lasciando a Baracca la sola scorta del giovane inesperto Franco Osnago.

In quel momento a bordo del primo aereo c’era il più celebre e decorato Asso dell’Aviazione del Regio Esercito Italiano, Francesco Baracca, e sul secondo il Tenente Franco Osnago, un pilota appena arrivato nelle fila della famosissima 91a, la “Squadriglia degli Assi”.

La missione per la quale partirono era di appoggio alle truppe italiche di terra con mitragliamento sulle linee nemiche, la Grande Guerra volgeva ormai al termine, con l’esercito Austroungarico in grande difficoltà ed i cieli ormai quasi completamente in mano italiana.

Vennero scelti due SPAD VII per questa missione, più vecchi e meno armati dei XIII appena ricevuti ma considerati più stabili e duri da abbattere dall’espertissimo pilota che guidava la piccola pattuglia e che si stava occupando dell’addestramento sul campo del giovane Osnago.

Era la quarta partenza nello stesso giorno per l’Asso, che vantava fino a quel momento 34 vittorie, decollando cominciò la missione, l’Asso davanti e il suo gregario al di sopra di lui a coprirgli le spalle.

Giunti su territorio occupato dal nemico, l’aereo di Baracca si abbassò per far fuoco sulle linee asburgiche per risalire velocemente ma in modo decisamente innaturale, Osnago vide una sottile scia di fumo bianco uscire dall’aereo del suo Comandante, Baracca in quel momento fece una brusca virata a sinistra, il giovane Tenente, per evitare una collisione, virò a destra compiendo un giro completo ma perdendo di vista immediatamente lo SPAD di Baracca.

Osnago fece altri volteggi sulla zona ma non ottenne nulla di più, allora si gettò col suo aereo sulla via del ritorno, atterrò come un pazzo sul campo della 91a e comunicò agli altri piloti presenti ciò che aveva visto, o meglio, non più visto.

Dal campo volo si riusciva ad intravedere in lontananza la velata di fumo dove, presumibilmente, Baracca era precipitato, ma il tramonto stava togliendo la luce naturale del sole e i membri della squadriglia degli assi, pur pronti al decollo per raggiungere il proprio comandante, non ricevettero il permesso necessario.

Partirono le ricerche il giorno dopo, ma solo il 23 giugno, in un boschetto nei pressi dell’Abbazia di Nervesa della Battaglia, alle pendici del Montello, l’Asso Ferruccio Ranza, in compagnia dello stesso Osnago e del giornalista del “Secolo” Raffaele Garinei, aiutati dai fanti del regio esercito italiano che stavano avanzando sul campo, rinvennero i rottami dello SPAD ed il corpo del loro Comandante, praticamente intatto in quanto sbalzato fuori dall’abitacolo.

Durante quei terribili 4 giorni il re Vittorio Emanuele III aveva fatto inviare ai genitori dell’asso un telegramma in cui auspicava una risoluzione positiva, speranza che si infranse con il ritrovamento del cadavere e dell’aereo caduto.

Arduo definirne la vera causa della morte, come detto in precedenza, perché nei giorni del ritiro delle truppe austro-ungariche da Bavaria e Nervesa per raggiungere la riva sinistra del Piave, Raffaele Garinei, il giornalista di guerra al seguito delle truppe italiane, disse che fu difficile localizzare l’aereo caduto poiché era finito in una fitta selva di alberi: di qui la certezza che il nemico non lo avesse trovato; inoltre la stampa austro-ungarica, in quei giorni di combattimento, non se ne era occupata, tanto che qualcuno sperava di trovare Baracca ancora in vita, magari ferito e nascosto da qualche parte.

Non fu chiaro se fosse stato abbattuto da un aereo austriaco o dai proiettili ricevuti dai mitraglieri al suolo che sì, non avevano pallottole incendiarie, ma che comunque forarono con due colpi il suo serbatoio pieno con una forte possibilità di scaturirne un incendio, e, oltre a questo, Osnago al rientro negò che vi fossero altri velivoli, tesi subito sposata dal comando italiano.

Un altro fatto che resta davvero impossibile da discernere, a causa della mancata autopsia, è sapere con certezza se Baracca si sia davvero ucciso per non bruciare vivo oppure sia stato ucciso dalle mitragliate del MAI visto aereo austriaco, o dalle pallette dello shrapnel, o ancora dalle postazioni di mitraglieri al suolo, l’unico fatto certo era che l’asso degli assi italiano, Francesco Baracca, era deceduto in battaglia.

L’insegna personale di Baracca, che il comandante faceva dipingere sulla fiancata sinistra del proprio velivolo dove sulla destra trovava posto quella della 91ª Squadriglia, un grifone, era il famoso cavallino rampante, sulle cui origini e sul cui stesso colore esiste un altro piccolo mistero.

Diversi indizi sembrano infatti indicare che il colore originario del cavallino fosse il rosso, tratto per inversione dallo stemma del 2º Reggimento cavalleria “Piemonte Reale” di cui l’asso romagnolo faceva parte, e che il più famoso colore nero sia stato invece adottato in segno di lutto solo dopo la morte di Baracca dai suoi compagni di squadriglia che rinunciarono alle proprie insegne personali.

L’attaccamento al Reggimento di provenienza è peraltro confermato dal fatto che Baracca conservò sull’uniforme i baveri rossi e sul berretto la granata a fiamma dritta, cui aggiunse una piccola elica, propri dei Cavalieri di Piemonte Reale.

Secondo un’altra tesi, il cavallino rampante di Baracca deriverebbe invece non dallo stemma del suddetto reggimento bensì da quello della città tedesca di Stoccarda, gli aviatori di un tempo, infatti, venivano considerati “assi” solo dopo l’abbattimento del quinto aereo, di cui assumevano talvolta le insegne in onore del nemico sconfitto.

Baracca, noto per la sua lealtà e il suo rispetto per l’avversario già evidenziato dai fatti raccontati nell’episodio precedente del nostro podcast, avrebbe quindi fatto dipingere sulla carlinga del suo velivolo il cavallino rampante, già nero, secondo questa tesi, visto su quella del quinto aereo da lui abbattuto, un Aviatik tedesco, probabilmente guidato da un aviatore di Stoccarda.

Se così fosse, allora i cavallini, o meglio le giumente Stutengarten – da cui Stuttgart, il nome tedesco di Stoccarda da cui l’arma fa riferimento, che compaiono negli attuali stemmi della Ferrari e della Porsche, quest’ultimo desunto direttamente dallo stemma della città tedesca, avrebbero, benché leggermente diversi nella grafica, la medesima origine.

In ogni caso, qualche anno dopo il termine della prima guerra mondiale, nel 1923, la madre di Francesco Baracca diede ad Enzo Ferrari l’autorizzazione a utilizzare l’emblema usato da suo figlio, disse: “Ferrari, metta sulle sue macchine il cavallino rampante del mio figliolo. Le porterà fortuna“.

“Conservo ancora la fotografia di Baracca, con la dedica dei genitori con cui mi affidano l’emblema”, scriveva Enzo Ferrari il 3 luglio 1985 allo storico lughese Giovanni Manzoni – “Il cavallino era ed è rimasto nero; io aggiunsi il fondo giallo canarino che è il colore di Modena”.

Il Cavallino, modificato nella posizione della coda e nel colore dello sfondo ora giallo, apparve per la prima volta sulle due Alfa Romeo 8C 2300 “Mille Miglia Zagato Spider” passo corto, schierate dalla Scuderia alla 24 Ore di Spa del 9 luglio 1932: le due Alfa si classificarono al 1º e 2º posto con gli equipaggi Brivio/Siena e Taruffi/D’Ippolito.

Enzo Ferrari utilizzò il Cavallino rampante anche nella squadra che fondò subito dopo la seconda guerra mondiale: ancora oggi è il simbolo dell’omonima casa automobilistica e meno conosciuto è il fatto che anche la Ducati utilizzò il cavallino rampante, pressoché identico a quello della Ferrari, sulle proprie moto dal 1956 al 1961, il marchio fu scelto dal celebre progettista della Ducati Fabio Taglioni, che era nato a Lugo, proprio come Baracca.

Ma quel Cavallino Rampante tornò ad apparire anche come stemma della 91ª squadriglia aerea negli anni ’20, che subito dopo la sua morte venne ribattezzata “Squadriglia Baracca”, per ricevere poi una definitiva consacrazione quale insegna del 4º Stormo della Regia Aeronautica per volere di Amedeo d’Aosta che allora lo comandava.

Francesco Baracca incarnò in tutto e per tutto l’immagine dell’Eroe cavalleresco di quei tempi, figlio di nobili, alto di statura e nei canoni della bellezza maschile dell’epoca, si racconta che fece girare la testa a molte donne nobili o dell’alta borghesia, ma nessuno “scandalo” sulla sua vita privata venne mai a galla per oscurare la sua fama, anche perché lui stesso per primo era molto riservato.

Infatti solo nel 1995 divenne di pubblico dominio la storia d’amore di Francesco Baracca con Norina Cristofoli, nata nel 1902 a Tolmezzo, i due si erano conosciuti a Udine il 20 settembre 1917 pochi giorni prima della disfatta di Caporetto.

La giovanissima Norina si rifugiò a Milano, dove diventerà cantante lirica di un certo successo e vi morì nel 1978, qui ricevette numerose lettere da Francesco Baracca, l’ultima delle quali datata 4 giugno 1918.

Vincitore di concorsi ippici, quando abbatté il primo nemico aereo cominciò la sua ascesa, ma la fama e gli onori non intaccarono mai il suo spirito, Francesco Baracca era prima di tutto un Soldato e fece sempre il suo dovere.

Era anche un fervente sostenitore dell’Onore al nemico, tutti gli aviatori che abbatté e che sopravvissero ricevettero una visita sua personale in Ospedale, dove l’Asso si sincerava delle condizioni di salute, più volte recapitò oltre le linee nemiche messaggi per le famiglie di questi aviatori.

Le esequie di Baracca si svolsero il 26 giugno a Quinto di Treviso e l’elogio funebre fu pronunciato da Gabriele D’Annunzio che, in un passo, lo dipingeva così: «Non era se non un punto nel cielo immenso, non era se non una vibrazione invisibile nell’azzurro infinito. Ed ora è per noi tutto il cielo, è per noi tutto l’azzurro».

Ma questa, è un’altra storia.

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Francesco Baracca – L’asso degli assi

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Francesco Baracca è una persona qualunque.

Francesco Luigi Giuseppe Baracca nacque a Lugo, il 9 maggio 1888, da Enrico, uomo d’affari e proprietario terriero e dalla contessa Paolina de Biancoli, studiò dapprima nella città natale di Lugo, quindi a Firenze per poi scegliere la carriera militare all’Accademia militare di Modena, dove fu ammesso nel 1907 e da cui due anni dopo ne uscì come sottotenente dell’Arma di cavalleria del Regio Esercito.

Nel 1909 frequentò il corso di specializzazione presso la Scuola di Cavalleria di Pinerolo e l’anno successivo venne assegnato al 2º Reggimento cavalleria “Piemonte Reale” di stanza a Roma nella caserma “Castro Pretorio”, dove dimostrò le sue doti di cavaliere vincendo il concorso ippico di Tor di Quinto.

Nel 1912, affascinato da un’esercitazione aerea presso l’aeroporto di Roma-Centocelle, passò in aviazione, che allora era parte dell’esercito, la sua domanda fu accettata il 24 aprile così frequentò i corsi della scuola di pilotaggio a Bétheny in Francia con un Nieuport 10 e, il 9 luglio 1912, conseguì il brevetto di pilota numero 1037.

Si distinse presto per l’eccezionale abilità nelle tecniche acrobatiche, nel 1914 venne assegnato al Battaglione Aviatori, prima presso la 5ª e poi con la 6ª Squadriglia e alla vigilia della prima guerra mondiale Baracca fu inviato a Parigi dove si addestrò sul caccia Nieuport 10.

Rientrato in Italia nel luglio del 1915 all’8ª Squadriglia da ricognizione e combattimento su Nieuport-Macchi Ni.10, cominciò i voli di pattugliamento il 25 agosto con la 2ª Squadriglia da ricognizione e combattimento.

Dopo ripetuti infruttuosi combattimenti, gli venne assegnato un Nieuport 11 “Bébé” con il quale – in forza dal 1º dicembre alla 1ª Squadriglia caccia che diventò il 15 aprile 1916 70ª Squadriglia caccia – entrò ripetutamente in azione nella seconda metà del 1915.

Il suo primo abbattimento venne effettuato sopra il cielo di Gorizia: il 7 aprile 1916, ai comandi di un Ni 11 presso Medeuzza, dopo vari minuti di ingaggio riuscì a portarsi con una cabrata in coda a un ricognitore Hansa-Brandenburg C.I austro-ungarico che, ricevuti quarantacinque colpi, fu costretto ad atterrare; l’equipaggio, composto dal Sergente Adolf Ott e dal Tenente osservatore Franz Lenarcic (che in seguito morirà per le ferite) della Flik 19, venne fatto prigioniero.

Per l’azione Baracca venne decorato con la medaglia d’argento al valor militare, la sua prima vittoria fu anche la prima in assoluto dell’aviazione italiana, da sottolineare che in quell’occasione, tornato a terra, incontrò uno dei due aviatori nemici abbattuti e gli strinse la mano, mostrando simili atteggiamenti di conforto e cavalleria anche verso altri nemici nel prosieguo della guerra; egli, infatti, sosteneva: «è all’apparecchio che io miro, non all’uomo».

Sarà decorato di altre due medaglie d’argento, delle quali, l’ultima, sarà convertita in medaglia d’oro nel maggio 1918; altre vittorie seguirono presto la prima, e all’inizio di maggio, aveva ottenuto già sette vittorie individuali e tre in collaborazione, diventando di fatto uno dei pochi assi dell’aviazione con tutta la celebrità che ne conseguiva.

Promosso capitano nel giugno 1916, rimase sempre nella stessa squadriglia, anche quando questa divenne la 70ª, quando il 28 novembre abbatté in battaglia il suo quinto aereo, ottenne di diritto l’iscrizione nell’Albo degli Assi.

Quel giorno Baracca conseguì la sua vittoria nella tarda mattinata a Tolmezzo con 30 colpi di mitragliatrice ai danni del Brandenburg C.I della Flik 16 dell’osservatore Kálmán Sarközy che rimase ferito e prigioniero e di Fritz Fuchs, il quale non sopravvisse al duello.

Il 1º gennaio 1917 Baracca abbatté un aereo Brandenburg austriaco vicino a Castagnevizza volando sull’Ni 17 e l’11 febbraio assieme a Fulco Ruffo di Calabria, il serg. Giulio Poli ed il caporale Antonio Pagliari abbatterono il Br. C.1 del caporale Ludwig Fleck con l’osservatore Tenente Wilhelm Siemienski che riuscì in un atterraggio di fortuna urtando un albero e rovinando le ali dopo una battaglia sul cielo di Udine, battaglia alla quale assiste Vittorio Emanuele III di Savoia che il giorno dopo si recò al campo per complimentarsi personalmente con i piloti.

Il 25 aprile Baracca volò in ricognizione strategica su Brunico e Bressanone con lo SPAD S.VII dotato di macchina fotografica, il giorno seguente abbatté il Br. C.1 di Josef Majsai e Emmerich Treer arrivando ad 8 vittorie e ricevendo la croce dell’Ordine militare di Savoia.

Il 1º maggio successivo si trasferì alla 91ª Squadriglia, soprannominata “La squadriglia degli assi” perché costituita da grandi assi dell’aviazione scelti da Baracca in persona, quali Pier Ruggero Piccio, Fulco Ruffo di Calabria, Gaetano Aliperta, Bartolomeo Costantini, Guido Keller, Giovanni Sabelli, Enrico Perreri e Ferruccio Ranza.

L’unità aveva in dotazione il nuovo Nieuport 17 costruito in Italia dalla Macchi, sul suo aereo in onore alla sua Arma di appartenenza, Baracca dipinse il cavallino nero rampante destinato a diventare una delle insegne più care agli italiani.

Nel mese di maggio 1917 Baracca abbatté l’Hansa-Brandenburg D.I di Zugsführer Rudolf Stöhr, il Br. C.1 dell’asso Julius Busa e un ricognitore Brandenburg con pallottole incendiarie che precipitò a quota 363 di Plava a pochi metri dalle trincee italiane, a giugno l’Hansa-Brandenburg C.I di Johann Rotter.

Presso poi alla 91ª Squadriglia, di cui divenne il comandante, il 6 settembre il Br.C.1 di Stefan Morth che rimase ferito e Béla Gerey che morì, furono abbattuti dall’asso italiano e nel settembre 1917, con diciannove vittorie al suo attivo, era l’asso italiano con il maggior numero di abbattimenti.

Il 6 di quel mese venne promosso maggiore e con quel grado conseguì altri cinque successi, con due doppi abbattimenti in due singoli giorni, la seconda di queste duplici vittorie venne conseguita il 26 ottobre, ai danni di due Aviatik tedeschi.

Quando gli austro-ungarici, rinforzati da forze germaniche, incluse tre squadriglie di caccia (Jagdstaffeln, più semplicemente Jastas), lanciarono la loro offensiva che portò alla disfatta di Caporetto, la 91ª Squadriglia venne riequipaggiata con lo SPAD S.XIII.

Pilotando questo nuovo aereo, Baracca portò il totale delle sue vittorie a trenta, ma subito dopo venne messo a riposo, nonostante questo il 6 novembre abbatté a Fossalta di Portogruaro l’asso Rudolf Szepessy-Sokoll.

Ritornò in azione nel maggio 1918, dopo che il 5 gli fu commutata una medaglia d’argento in medaglia d’oro e il 15 giugno, con l’abbattimento di altri due aerei, conseguì le sue ultime vittorie, abbattendo per ultimo un caccia Albatros D.III con uno SPAD S.XIII nei pressi di San Biagio di Callalta.

Era la sua vittoria ufficiale numero trentaquattro riportata in sessantatré combattimenti aerei, Il 19 giugno, dopo aver compiuto una missione, il trentenne Baracca rientrò al campo di Quinto di Treviso; lo SPAD S.XIII con cui aveva compiuto i primi voli della giornata aveva il rivestimento in tela delle ali e della fusoliera danneggiato, perciò egli decollò con il suo aereo di riserva, uno SPAD S.VII, per la quarta missione del giorno.

Altri due aerei della 91ª Squadriglia sarebbero decollati con lui, il giovane Osnago e il più esperto Costantini ma al momento della partenza si scoprì che Costantini era già partito, lasciando a Baracca la sola scorta dell’inesperto Osnago.

Mentre i piloti erano impegnati in un’azione di mitragliamento a volo radente sopra Colle Val dell’Acqua, sul Montello, l’asso italiano venne abbattuto.

Verrà ritrovato qualche giorno dopo, il 23 giugno, dal capitano Osnago, compagno dell’ultimo volo, che su segnalazione dell’ufficiale Ambrogio Gobbi raggiunse le pendici del Montello (località “Busa delle Rane”) con il tenente Ranza ed il giornalista Garinei del Secolo di Milano, qui, accanto ai resti del velivolo, si trovava il corpo di Baracca: ustionato in più punti, presentava una ferita nell’incavo dell’occhio destro, alla radice del naso, le ali e la carlinga dello SPAD S.VII erano carbonizzati, il motore e la mitragliatrice infissi nel suolo e il serbatoio forato da due pallottole.

Le esequie si svolsero il 26 giugno a Quinto di Treviso, alla presenza di autorità civili e militari, e l’elogio funebre venne pronunciato da Gabriele D’Annunzio, ammiratore del pilota di Lugo, la salma di Baracca verrà poi inumata in una cappella sepolcrale nel cimitero di Lugo in un sarcofago fuso col bronzo di cannoni austriaci del Carso.

È stata avanzata una tesi secondo la quale Baracca, piuttosto che bruciare con il velivolo o essere fatto prigioniero, avrebbe preferito suicidarsi, il corpo, ustionato in più punti, presentava una profonda ferita nell’orbita destra, alla radice del naso e si trovò la fondina della sua pistola vuota, con l’arma scoppiata nella caduta.

Ma non è affatto chiaro se la ferita all’orbita sia da colpo di pistola oppure da pallette di shrapnel, questo proiettile consisteva in un colpo di cannone cavo ripieno di esplosivo e di piccoli pallini, che al momento dell’esplosione sarebbero stati scagliati tutt’intorno al luogo dell’esplosione.

A causa dei bombardamenti d’artiglieria che imperversarono nei tre giorni prima che ritrovassero il corpo di cui alcune pallette shrapnel hanno lasciato persino traccia sul motore dello SPAD, lascia ombre sull’ipotesi del suicidio; da tempo, inoltre, esiste la rivendicazione dell’abbattimento da parte di un pilota austro-ungarico.

Un biplano austro-ungarico mai visto, con a bordo il pilota Max Kauer e l’osservatore Arnold Barwig, hanno fornito una documentazione che sarebbe stata sufficiente a far accreditare loro la vittoria verso chiunque altro, ma continuamente rifiutata dalle autorità italiane, forse per motivi propagandistici o forse no.

Fonti austriache riportano come le truppe di terra non fossero dotate di munizioni incendiarie ma la vampata che si sprigionò dal velivolo di Baracca, decollato da soli 15 minuti col pieno di carburante, fu talmente vivida e intensa da essere avvistata dai suoi compagni nell’aerodromo di Quinto di Treviso, distante svariati chilometri; essi pensarono, sulle prime, che Baracca e Osnago avessero intercettato e abbattuto un velivolo nemico.

Ma questa, è un’altra storia.

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