Gabriele d’Annunzio – Fiume e il fascismo

S:2-Ep:48

Gabriele D’Annunzio NON è una persona qualunque.

Nell’episodio precedente abbiamo parlato dell’infanzia del Vate e, principalmente, del suo periodo legato alla prima guerra mondiale, ma va da sé che una sola puntata non avrebbe mai reso pienamente onore a Gabriele D’Annunzio, quel Gabriele che non si accontentò del termine del conflitto ma che lo mosse verso quella che rimase impressa nei libri di storia come l’impresa di Fiume.

Nel settembre 1919 d’Annunzio, alleatosi con un gruppo paramilitare, guidò una spedizione di “legionari” per l’occupazione della città di Fiume, che le potenze alleate vincitrici non avevano assegnato all’Italia.

Con questo gesto D’Annunzio raggiunse l’apice del processo di edificazione del proprio mito personale e politico perché a Fiume, occupata dalle truppe alleate, già nell’ottobre 1918 si era costituito un Consiglio nazionale che propugnava l’annessione all’Italia, di cui fu nominato presidente Antonio Grossich.

D’Annunzio con una colonna di volontari, tra i quali vi era anche Silvio Montanarella, marito della figlia Renata, occupò Fiume e vi instaurò il “Comando dell’Esercito italiano in Fiume d’Italia” e dove il 5 ottobre 1920 aderì al Fascio di combattimento di Fiume.

D’Annunzio, che era anche comandante delle Forze armate fiumane, e il suo governo vararono tra l’altro la Carta del Carnaro, una costituzione provvisoria, scritta dal sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris e modificata in parte da D’Annunzio stesso, che prevedeva numerosi diritti per i lavoratori, le pensioni di invalidità, l’habeas corpus, il suffragio universale maschile e femminile, la libertà di opinione, di religione e di orientamento sessuale, la depenalizzazione dell’omosessualità, del nudismo e dell’uso di droga, la funzione sociale della proprietà privata, il corporativismo, le autonomie locali e il risarcimento degli errori giudiziari, il tutto molto tempo prima di altre carte costituzionali dell’epoca.

Alle nove corporazioni originarie ne aggiunse una decima, costituita dai cosiddetti “uomini novissimi”, gli articoli 503 e 504 delineano la figura di un “Comandante”, lo stesso D’Annunzio, eletto con voto palese, una sorta di dittatore romano, attivo per il tempo di guerra, che detiene “la potestà suprema senza appellazione” e “assomma tutti i poteri politici e militari, legislativi ed esecutivi. I partecipi del Potere esecutivo assumono presso di lui officio di segretari e commissari.

Alcuni sostengono che D’Annunzio avesse usato mezzi repressivi per il governo di Fiume, i quali precorsero quelli poi usati dai fascisti, è diffusa l’opinione che l’uso dell’olio di ricino come strumento di tortura e punizione dei dissidenti sia stato introdotto proprio dai legionari di D’Annunzio, poi fatto proprio e reso famoso dallo squadrismo fascista.

Altri sostengono invece che l’esperienza non ebbe connotati solo nazionalistici, ma anche liberali e libertari piuttosto netti, e che il poeta non avesse intenzione di costituire un governo personale, ma solo un governo d’emergenza con possibilità di sperimentazione di diverse idee, aggregate in un programma politico unico grazie al suo carisma.

D’Annunzio, per un certo periodo, guardò con curiosità ai bolscevichi, tanto che il 27 e il 28 maggio 1922 ospitò al Vittoriale Georgij Vasil’jevič Čičerin, commissario sovietico agli affari esteri arrivato in Italia per la conferenza di Genova, tuttavia nel 1926 esprimerà invece critiche contro il governo sovietico.

Il 12 novembre 1920 i governi italiano e jugoslavo stipularono il trattato di Rapallo, che trasformava Fiume in una città libera, D’Annunzio non accettò il trattato e rifiutò ogni mediazione, spingendo il governo a intervenire con la forza.

Tra il 24 e il 27 dicembre, le truppe governative attaccarono i legionari, la breve guerra, definita Natale di sangue, causò numerosi morti e il bombardamento della città.

Ai tempi di Fiume D’Annunzio soprannominò sprezzantemente Cagoja l’ex primo ministro Francesco Saverio Nitti e lo Stato libero di Fiume non ebbe vita facile, anche dopo la partenza di d’Annunzio, fu sconvolto dal conflitto tra autonomisti e annessionisti, fino a quando nel 1924 la città fu annessa dall’Italia fascista.

Deluso dall’epilogo dell’esperienza di Fiume, nel febbraio 1921 si ritirò in un’esistenza solitaria nella villa di Cargnacco, nel comune di Gardone Riviera, che pochi mesi più tardi acquistò.

Ribattezzata il Vittoriale degli Italiani, fu ampliata e successivamente aperta al pubblico, qui lavorò e visse fino alla morte, curando con gusto teatrale un mausoleo di ricordi e di simboli mitologici di cui la sua stessa persona costituiva il momento di attrazione centrale.

D’Annunzio si impegnò inoltre per la crescita e il miglioramento della zona: la costruzione della strada litoranea Gargnano-Riva del Garda del 1929-1931 fu fortemente voluta da lui, che se ne interessò personalmente, facendo valere il suo prestigio personale con le autorità.

La strada, progettata e realizzata dall’ing. Riccardo Cozzaglio, segnò il termine del secolare isolamento di alcuni paesi del lago di Garda e fu poi classificata di interesse nazionale con il nome di Strada statale 45 bis Gardesana Occidentale.

Lo stesso D’Annunzio, presente all’inaugurazione della strada, la battezzò con il nome di Meandro, per via della sua tortuosità e dell’alternarsi delle buie gallerie e del lago azzurro.

Promosse attività sportive tra cui la motonautica e gare idro-aviatorie: tra queste la Coppa del Benaco lanciata da Gabriele D’Annunzio con l’appello da lui composto, il poema Per la coppa del Benaco, del 21 agosto e disputata il 24 settembre 1921 a Gardone Riviera.

Per l’occasione il poeta donò una coppa d’argento, opera dello scultore Renato Brozzi, dedicata alla memoria dei compagni volatori caduti.

Altro evento motonautico patrocinato da d’Annunzio fu, nel giugno 1931, il Meeting Internazionale di Motonautica, il Garda divenne, soprattutto per l’affascinante richiamo dannunziano, la palestra dei più grandi campioni del mondo, fra i quali l’inglese Henry Segrave.

Il rapporto con il fascismo è oggetto di un dibattito complesso tra gli storici, il fascismo celebrò sempre D’Annunzio come un suo precursore politico e letterario, lo scrittore, dopo un’adesione iniziale ai Fasci italiani di combattimento, non prese mai la tessera del Partito Nazionale Fascista, probabilmente per mantenere la sua autonomia.

Nel 1919 Mussolini avviò tramite il suo quotidiano Il Popolo d’Italia una sottoscrizione pubblica per finanziare l’Impresa di Fiume, con la quale raccolse quasi tre milioni di lire, una prima tranche di denaro, ammontante a 857 842 lire, fu consegnata a D’Annunzio ai primi di ottobre, mentre altro denaro gli giunse in seguito.

Una parte cospicua del denaro raccolto, però, non fu consegnata a D’Annunzio e Mussolini fu accusato da due redattori di averla dirottata per finanziare lo squadrismo e il proprio partito in vista delle vicine elezioni politiche italiane del 1919.

Per controbattere alle accuse, D’Annunzio inviò una lettera a Mussolini in cui ne attestò pubblicamente l’autorizzazione, il poeta certificò che parte della somma raccolta era stata utilizzata per finanziare lo squadrismo a Milano.

Nel 1937 fu eletto Presidente dell’Accademia d’Italia, ma non andò mai a presiedere alcuna riunione, la nomina fu quasi imposta da Benito Mussolini, con la contrarietà di D’Annunzio, fu anche Presidente onorario della SIAE dal 1920 al 1938.

Per molti il Duce, temendo la popolarità e la personalità indipendente del poeta, tentò di metterlo risolutamente da parte, ricoprendolo di onori, Mussolini arrivò a finanziarlo con un assegno statale regolare, che gli permise di far fronte ai numerosi debiti; in cambio D’Annunzio evitò di esternare troppo il disprezzo che provava per la trasformazione del fascismo-movimento, che aveva ammirato, in un regime dittatoriale.

Di certo vi era la scomodità del personaggio: già nel 1922, tre mesi prima della Marcia su Roma, quando D’Annunzio cadde dalla finestra della sua villa rischiando la vita, vicenda soprannominata “il volo dell’arcangelo”, qualcuno parlò di un attentato ordito dal primo ministro Francesco Saverio Nitti o addirittura dai fascisti; il funzionario Giuseppe Dosi indagò sulla caduta “accidentale” di D’Annunzio, che quasi ne provocò la morte, ma dedusse, a torto o per convenienza, che il fascismo non vi fosse implicato, almeno in questa occasione.

D’Annunzio fu posto poi sotto il controllo di agenti fascisti, visti anche i buoni rapporti del Vate con esponenti del mondo libertario, socialista e rivoluzionario, tra cui l’ex legionario fiumano e poi socialista Alceste de Ambris e il politico Aldo Finzi, fascista di sinistra, poi partigiano antifascista che prese parte con il poeta al volo su Vienna.

Nel 1937-38 D’Annunzio si oppose all’avvicinamento dell’Italia fascista al regime nazista, bollando Adolf Hitler, già nel giugno 1934, come “pagliaccio feroce”, “marrano dall’ignobile faccia offuscata sotto gli indelebili schizzi della tinta di calce di colla”, “ridicolo Nibelungo truccato alla Charlot”, “Attila imbianchino”.

A partire da questo periodo, D’Annunzio cominciò a propagandare la necessità di completare l’irredentismo con una nuova “impresa fiumana” sulla Dalmazia, Mussolini e Starace lo fecero mettere segretamente sotto stretta sorveglianza, non fidandosi di lui e delle sue iniziative.

D’Annunzio, fotofobico in seguito all’incidente all’occhio del 1916, stava comunque spesso nella penombra, coprendo con tende le finestre esposte alla luce solare diretta, faceva spesso uso di stimolanti, come la cocaina, medicinali vari e antidolorifici.

Il 1º marzo 1938, alle ore 20:05, Gabriele D’Annunzio morì nella sua villa per un’emorragia cerebrale, mentre era al suo tavolo da lavoro; sullo scrittoio era aperto il Lunario Barbanera, con una frase da lui sottolineata di rosso, che annunciava la morte di una personalità.

Alla notizia della morte del poeta, Mussolini avrebbe detto di avvertire un senso di “vuoto” e che il Vate “aveva rappresentato molto nella sua vita”; parole che rientrano nel complesso rapporto Duce-Vate con il primo che faceva sorvegliare e definiva in privato il secondo “il vecchio bardo decrepito”.

Ma questa, è un’altra storia.

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Gabriele d’Annunzio – Il Vate

S:2-Ep:47

Mi risulta veramente difficile, come mai da quando faccio questo podcast, iniziare con la frase tormentone che la contraddistingue ma vorrei che la interpretaste come un omaggio alla sua persona, e quindi dirò che: Gabriele D’Annunzio è una persona qualunque.

Nacque a Pescara Vecchia il 12 marzo 1863 da una famiglia borghese benestante, terzo di cinque figli, visse un’infanzia felice, distinguendosi per intelligenza e vivacità, dalla madre, Luisa de Benedictis ereditò la fine sensibilità; il temperamento lo acquisì dal padre, Francesco Paolo Rapagnetta-D’Annunzio.

Gli anni 1881-1891 furono decisivi per la formazione di D’Annunzio, e nel rapporto con il particolare ambiente culturale e mondano di Roma da poco divenuta capitale del Regno, cominciò a forgiarsi il suo stile raffinato e comunicativo, la sua visione del mondo e il nucleo centrale della sua poetica.

Tra il 1891 e il 1893 D’Annunzio visse a Napoli e nel 1897 volle provare l’esperienza politica, vivendo anch’essa, come tutto il resto, in un modo bizzarro e clamoroso: eletto deputato della Destra storica, nel 1900 passò nelle file dell’Estrema sinistra storica, espresse anche vivaci proteste per la sanguinosa repressione dei moti di Milano da parte del generale Fiorenzo Bava Beccaris, dal 1900 al 1906 fu molto vicino al Partito Socialista Italiano.

Se ci seguite da tempo sapete bene che il nostro podcast, quando parla di personaggi altisonanti come D’Annunzio, lascia a voi la libera espressione di informarsi su ciò che ha fatto come scrittore, poeta, drammaturgo, politico, giornalista e simbolo del decadentismo, noi ci occuperemo di lui come quello che fu, anche, come celebre figura della prima guerra mondiale.

Soprannominato il Vate allo stesso modo di Giosuè Carducci, cioè “poeta sacro, profeta”, cantore dell’Italia umbertina, o anche “l’Immaginifico”, occupò una posizione preminente nella letteratura italiana dal 1889 al 1910 circa e nella vita politica dal 1914 al 1924.

Il giovane D’Annunzio non tardò a manifestare un carattere ambizioso e privo di complessi e inibizioni, portato al confronto competitivo con la realtà, nel 1879 il padre finanziò la pubblicazione della prima opera da giovane studente, una raccolta di poesie che ebbe presto successo.

Accompagnato da un’entusiastica recensione critica sulla rivista romana Fanfulla della domenica, il libro venne pubblicizzato dallo stesso D’Annunzio con un espediente: fece diffondere la falsa notizia della propria morte per una caduta da cavallo, lo stesso D’Annunzio poi smentì la falsa notizia e dopo aver concluso gli studi liceali giunse a Roma e si iscrisse alla Facoltà di Lettere, dove non terminò mai gli studi.

Nel 1915 ritornò in Italia da Arcachon, sulla costa atlantica, dove rifiutò la cattedra di letteratura italiana che era stata di Pascoli; condusse immediatamente un’intensa propaganda interventista, inneggiando al mito di Roma e del Risorgimento e richiamando la figura di Giuseppe Garibaldi.

Con lo scoppio del conflitto con l’Austria-Ungheria, D’Annunzio, nonostante avesse 52 anni, età di un certo peso agli inizi del 1900 dove le aspettative di vita erano nettamente inferiori a quelle odierne, ottenne di arruolarsi come volontario di guerra nei Lancieri di Novara, partecipando subito ad alcune azioni dimostrative navali e aeree.

Per un periodo risiedette in località vicine al Comando della III Armata nel Friuli, a capo della quale era il suo estimatore Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d’Aosta e svolse ciò che sapeva fare meglio, la sua attività in guerra fu prevalentemente propagandistica, fondata su continui spostamenti da un corpo all’altro come ufficiale di collegamento e osservatore.

Ottenuto il brevetto di Osservatore d’aereo, nell’agosto 1915 effettuò un volo sopra Trieste insieme al suo comandante e carissimo amico Giuseppe Garrassini Garbarino, lanciando manifesti propagandistici; nel settembre 1915 partecipò a un’incursione aerea su Trento e nei mesi successivi, sul fronte carsico, a un attacco lanciato sul monte San Michele nel quadro delle battaglie dell’Isonzo.

Il 16 gennaio del 1916, a seguito di un atterraggio d’emergenza, nell’urto contro la mitragliatrice dell’aereo riportò una lesione all’altezza della tempia e dell’arcata sopracciliare destra, la ferita, non curata per un mese, provocò la perdita dell’occhio che tenne coperto da una benda; anche da questo episodio trasse ispirazione per autodefinirsi e autografarsi come l’Orbo veggente.

Dopo l’incidente passò un periodo di convalescenza a Venezia, durante il quale, assistito dalla figlia Renata, compose il Notturno, l’opera interamente dedicata a ricordi e riflessioni legati all’esperienza di guerra, fu pubblicata poi nel 1921.

Dopo la degenza, contro i consigli dei medici, tornò al fronte: nel settembre 1916 partecipò a un’incursione su Parenzo e, nell’anno successivo, con la III Armata, alla conquista del Veliki e al cruento scontro presso le foci del Timavo nel corso della decima battaglia dell’Isonzo.

Il colonnello francese De Gondrecourt, incaricato dal Governo francese, insignì il 12 gennaio 1917 il capitano d’Annunzio della Croix de guerre, la decorazione era arrivata insieme ad una lettera del generale Louis Hubert Gonzalve Lyautey del 7 gennaio.

Nell’agosto del 1917 compì, con i piloti Maurizio Pagliano e Luigi Gori e il loro Caproni Ca.33, decorato con l’Asso di Picche, tre raid notturni su Pola, il 3, 5 e 8 agosto e alla fine del mese effettuò col medesimo equipaggio attacchi a volo radente sulla dorsale dell’Hermada, riportando una ferita al polso e rientrando con il velivolo forato da 134 colpi.

A settembre parve realizzarsi la possibilità di effettuare l’agognato raid su Vienna di cui abbiamo parlato già nell’episodio di Natale Palli, a tal fine, con Pagliano e Gori compì un volo dimostrativo di 1 000 km in 9 ore di volo, ma all’ultimo istante il consenso al raid venne negato.

Alla fine di settembre si trasferì a Gioia del Colle, inquadrato sempre con Pagliano e Gori sui Caproni Ca.33 e al comando della 1ª Squadriglia bis, per compiere una missione sulle installazioni navali del golfo di Cattaro.

L’impresa venne portata a termine con successo, sempre con Pagliano e Gori la notte del 4 ottobre, volando per oltre 500 km sul mare, senza riferimenti, orientandosi con la bussola e le stelle.

Alla fine di ottobre, durante la battaglia di Caporetto, incitò i soldati, pronunciando discorsi appassionati e nel febbraio del 1918 si imbarcò sul MAS 96 della Regia Marina, partecipò al raid navale, denominato la beffa di Buccari, argomento anch’esso già trattato nell’episodio di Luigi Rizzo, l’azione fu dedicata alla memoria dei suoi compagni di volo Pagliano e Gori, caduti, nel frattempo, il 30 dicembre 1917.

Il poeta cercò di impegnare truppe italiane per un’operazione puramente dimostrativa volendo posizionare un enorme tricolore sul castello di Duino, situato oltre il fronte, in direzione di Trieste, quando gli austriaci, accortisi dell’incursione, aprirono il fuoco uccidendo diversi soldati italiani, D’Annunzio forzò i fanti rimasti ad avanzare comunque, ordinando agli artiglieri di sparare su chi si fosse arreso e additando i superstiti che fuggivano come codardi.

L’11 marzo 1918, con il grado di maggiore, assunse il comando della 1ª Squadriglia navale S.A. del campo volo di San Nicolò del Lido di Venezia, primo esperimento di siluranti aeree, chiamata Squadra aerea San Marco, e ne coniò il motto: Sufficit Animus (“È sufficiente [anche solo] il coraggio”).

Tale squadriglia era mista, in quanto formata da aeroplani da ricognizione-bombardamento SIA 9B, quattro velivoli nel 1º semestre 1918 e sette velivoli nel 2º semestre 1918, e da ricognizione/caccia formata da 10 velivoli Ansaldo S.V.A..

Nell’agosto del 1918, alla guida della 87ª Squadriglia aeroplani “Serenissima”, equipaggiata con i nuovi velivoli SVA 5, realizzò il suo sogno: il Volo su Vienna, preso posto su uno SVA modificato, pilotato dal capitano Natale Palli, il 9 agosto raggiunse con una formazione di sette aeroplani la capitale asburgica, compiendo un volo di oltre 1 000 km, quasi tutti sorvolando il territorio in mano al nemico.

L’azione, dal carattere esclusivamente psicologico e propagandistico, fu caratterizzata dal lancio di migliaia di manifestini nei cieli di Vienna, con scritte che inneggiavano alla pace e alla fine delle ostilità.

L’eco e la risonanza di tale azione furono enormi e perfino il nemico dovette ammetterne il valore, fino al termine del conflitto, D’Annunzio si prodigò in innumerevoli voli di bombardamento sui territori occupati dall’esercito austriaco, fino alla battaglia finale, ai primi di novembre 1918.

Al termine del conflitto apparteneva di diritto alla generazione degli assi e dei pluridecorati e il coraggio dimostrato, unitamente ad alcune celebri imprese di cui era stato protagonista, ne consolidarono ulteriormente la popolarità.

Si congedò con il grado di tenente colonnello, inusuale, all’epoca, per un ufficiale di complemento, ebbe di fatti tre promozioni per merito di guerra; gli verrà anche concesso nel 1925 il titolo onorario di generale di brigata aerea.

Fu insignito di una medaglia d’oro al valor militare, cinque d’argento e una di bronzo e nell’immediato dopoguerra D’Annunzio si fece portatore di un vasto malcontento, insistendo sul mito della “vittoria mutilata” e chiedendo, in sintonia con il movimento dei combattenti, il rinnovamento della classe dirigente in Italia, lo stesso clima di malcontento portò all’ascesa di Benito Mussolini, che di qui al 1922 avrebbe condotto il fascismo a prendere il potere in Italia.

Durante il conflitto D’Annunzio conobbe il poeta giapponese Harukichi Shimoi, arruolatosi negli Arditi dell’esercito italiano, dall’incontro dei due poeti-soldati nacque l’idea, promossa a partire dal marzo 1919, del raid aereo Roma-Tokyo, ovviamente pacifico, a cui il Vate voleva inizialmente partecipare, ma che fu portato a termine dall’aviatore Arturo Ferrarin.

Ma questa, è un’altra storia.

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