Giovanni Giolitti – Natale di sangue

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Giovanni Giolitti è una persona qualunque.

735735 – Giovanni Giolitti

Giovanni nacque il 27 ottobre 1842 da una famiglia dell’alta borghesia originaria di Dronero, era figlio di Giovenale Giolitti, cancelliere del tribunale di Mondovì, e di Enrichetta Plochiù, appartenente a una ricca famiglia di origine francese, il piccolo “Gioanin”, com’era chiamato in famiglia, rimase ad un anno orfano del padre, che morì a causa di una polmonite.

La madre tornò allora in seno alla famiglia d’origine e si trasferì da Mondovì a Torino, nella casa dei suoi quattro fratelli che, essendo tutti celibi, circondarono il bimbo di particolari cure e affetto.

La madre gli insegnò a leggere e scrivere; la sua carriera scolastica al liceo Giolitti Gandino di Bra fu contrassegnata da scarsa disciplina e da poco impegno nello studio, nonostante questo frequentò poi la facoltà di Giurisprudenza all’Università degli Studi di Torino e si laureò a soli 19 anni, grazie a una speciale deroga del rettore che gli consentì di compiere gli ultimi tre anni in uno solo.

All’attività politica fu avviato da uno degli zii che era stato deputato nel 1848 e che manteneva stretti rapporti d’amicizia e politici con Michelangelo Castelli, segretario di Cavour.

Privo di un passato impegnato nel Risorgimento, portatore di idee liberali moderate, nel 1862 incominciò a lavorare al Ministero di Grazia, giustizia e culti, nel 1869 passò al Ministero delle finanze, nello stesso anno sposò Rosa Sobrero, nipote del celebre chimico piemontese Ascanio Sobrero che scoprì la nitroglicerina.

La sua carriera di alto funzionario continuò nel 1877 con la nomina alla Corte dei conti e poi nel 1882 al Consiglio di Stato, sempre nel 1882 si candidò a deputato, venendo eletto e nel 1889 fu nominato Ministro del tesoro nel secondo governo Crispi, assumendo in seguito anche l’interim delle finanze.

Nel 1890 tuttavia si dimise, per una questione legata al bilancio ma anche a causa di un generale disaccordo sulla politica coloniale intrapresa da Crispi, nel 1892, caduto il primo governo di Rudinì, che pure appoggiava, ricevette dal re Umberto I l’incarico di formare il nuovo governo.

La sua carriera politica continuò per parecchi anni in continua ascesa, fu il reggente di quattro governi fino al 1914, affrontando scandali bancari, guerra in Libia e fu attivo politicamente nella prima guerra mondiale fino a che venne il tempo del suo quinto e ultimo governo, nel 1920, proprio durante il “biennio rosso”.

Con il termine “Natale di sangue” ci si riferisce agli scontri che ebbero luogo a Fiume intorno al Natale 1920, esse opposero le truppe del Regio Esercito alle forze militari della autoproclamata Reggenza italiana del Carnaro guidata da Gabriele D’Annunzio e segnarono la fine dell’impresa di Fiume.

Con la fine della prima guerra mondiale, la città di Fiume, precedentemente parte del Regno d’Ungheria ma abitata in maggioranza da italiani che rappresentavano quasi il 60% della popolazione, con una minoranza di croati, sloveni, ungheresi e tedeschi, divenne ben presto oggetto di contesa tra l’Italia e il neocostituito Regno dei Serbi, Croati e Sloveni; due Consigli Nazionali proclamarono rispettivamente l’annessione al Regno d’Italia e a quella che di lì a poco si sarebbe chiamata Jugoslavia.

Alla Conferenza di pace di Parigi (1919) venne dibattuto il futuro della città di Fiume, che già sotto l’Ungheria aveva costituito un “corpus separatum” al confine tra l’Istria austriaca e la Croazia-Slavonia ungherese, e che alcuni volevano ergere a stato indipendente.

I plenipotenziari italiani a Parigi rivendicarono Fiume, basandosi su criteri etnico-linguistici, la maggioranza degli abitanti del centro storico di Fiume parlava italiano, ma Wilson, tuttavia, avanzò la proposta di ergere la città a stato libero.

D’Annunzio guidò un gruppo di 2 600 militari nazionalisti irregolari da Ronchi, vicino a Monfalcone fino a Fiume, prendendone il possesso il 12 settembre 1919, i ribelli, in seguito definiti “legionari”, proclamarono l’annessione della città al Regno d’Italia.

I legionari speravano di migliorare la posizione negoziale dell’Italia, ma il governo non riconobbe la ribellione e il generale Badoglio ordinò un blocco dei rifornimenti ai militari ribelli, che tuttavia ebbero l’appoggio finanziario e propagandistico dei Fasci italiani di combattimento di Benito Mussolini.

Ne seguì una crisi di governo in Italia, in cui Orlando fu sostituito da Francesco Saverio Nitti e additato come responsabile della “Vittoria mutilata”, chiamata così per denunciare la mancanza di tutti i compensi territoriali che ritenevano spettassero all’Italia dopo la prima guerra mondiale a seguito del Patto di Londra e dei termini dell’armistizio di Villa Giusti con l’Austria-Ungheria.

Con il ritorno al governo in Italia di Giovanni Giolitti, avvenuto nel giugno 1920, l’atteggiamento ufficiale del Regno nei confronti della Reggenza Italiana del Carnaro costituitasi a Fiume nello stesso anno si indurì.

Il 12 novembre, Italia e Jugoslavia firmarono il Trattato di Rapallo che rendeva Fiume uno Stato indipendente, stabilendo la libera elezione di un’Assemblea costituente fiumana della città stato.

Il trattato di Rapallo fu un accordo internazionale firmato appunto il 12 novembre 1920 a Rapallo tramite il quale l’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni stabilirono consensualmente i confini dei due Stati e le rispettive sovranità, nel rispetto reciproco dei principi di nazionalità e di autodeterminazione dei popoli, esso comportò l’annessione al Regno d’Italia di Gorizia, Trieste, Pola e Zara.

D’Annunzio rifiutò il Trattato di Rapallo fin dal primo momento e rispose con le armi, inviando i suoi legionari a occupare le isole di Arbe e Veglia, che il trattato destinava alla Jugoslavia.

Quando il trattato fu ufficialmente approvato dal parlamento, il generale Enrico Caviglia schierò le sue truppe intorno alla città ed inviò un ultimatum a d’Annunzio: i ribelli dovevano ritirarsi dalla città e dalle isole ed accettare il trattato.

Il poeta rifiutò ogni trattativa, anche quando Caviglia concesse altre 48 ore di tempo per consegnarsi alle autorità e evacuare i civili, le truppe legionarie si arroccarono intorno alla città, creando una rete di trincee e barricate e nel pomeriggio della vigilia di Natale, le truppe regolari sferrarono l’attacco.

Gli scontri iniziati il 24 dicembre furono battezzati da d’Annunzio come il Natale di sangue, dopo la tregua di Natale, la battaglia ricominciò il 26 dicembre e di fronte alla resistenza dei legionari, che si opponevano con mitragliatrici e granate, anche la Marina ebbe l’ordine di bombardare le posizioni ribelli.

Le navi da battaglia Andrea Doria e Duilio aprirono il fuoco sui legionari, bombardando anche il palazzo del Governo, sede del comando dannunziano, il bombardamento proseguì fino al 29 dicembre e provocò morti e feriti anche tra la popolazione civile.

Il 28 dicembre d’Annunzio riunì il Consiglio della Reggenza e decise di intavolare le trattative con gli esponenti dell’esercito regolare, rassegnò le proprie dimissioni con una lettera consegnata a Giovanni Host-Venturi e al sindaco Riccardo Gigante.

Il 31 dicembre 1920, d’Annunzio firmò la resa che portò alla costituzione dello “Stato libero di Fiume”, della delegazione di ufficiali incaricati di trattare la resa del “Vate” faceva parte anche Pietro Micheletti, reduce della prima guerra mondiale.

Nel gennaio 1921 i legionari cominciarono a lasciare la città su vagoni ferroviari predisposti dall’esercito, D’Annunzio partì il 18 gennaio, trasferendosi a Venezia; alla fine si contarono diverse vittime, fra cui ventidue legionari, diciassette soldati italiani e cinque civili, le truppe italiane entrarono a Fiume nel gennaio successivo.

Le reazioni suscitate nel Paese portarono ad elezioni anticipate dopo soli cinque mesi, che si tennero nel maggio 1921, con le quali Giolitti non fu più presidente del consiglio, poco dopo l’elezione dell’Assemblea costituente a Fiume diede agli autonomisti il 65% dei voti; quindi l’8 ottobre 1921 fu composto un governo presieduto da Riccardo Zanella, che tuttavia non fu in grado di porre fine alla contesa.

Un tentativo di presa del potere da parte di nazionalisti italiani venne represso dall’intervento del competente questore reale italiano e una breve occupazione da parte di fascisti locali, nel marzo del 1922, finì con una terza occupazione militare italiana.

8 Giolitti votò a favore del primo governo Mussolini, il 31 ottobre 1922, questo governo era ancora formalmente nella legalità dello Statuto Albertino e ottenne un ampio voto di fiducia da parte della Camera eletta nel 1921, dove sedevano solo 40 deputati fascisti su 535, Mussolini diventava così capo del governo, l’Italia si avviava verso il regime fascista e il 3 novembre gli squadristi occuparono la città di Fiume senza scontrarsi con i militari italiani.

Un periodo di tensione diplomatica si chiuse con il Trattato di Roma, il 27 gennaio 1924, che assegnò Fiume all’Italia e Sussak alla Jugoslavia, stabilendo il confine sul fiume Eneo, la formale annessione italiana, avvenuta il 16 marzo 1924, inaugurò 20 anni di governo italiano della provincia del Carnaro, seguiti da venti mesi di occupazione militare tedesca.

Alle elezioni del 1924, mentre molti dei politici liberali si facevano inserire nel listone fascista, Giolitti presentò una propria lista, detta Democrazia, in Piemonte; altre liste con lo stesso nome furono presentate in Liguria e Lazio-Umbria, Giolitti risultò eletto insieme a due suoi seguaci, Marcello Soleri e Egidio Fazio.

Dopo l’omicidio nel giugno 1924 del deputato socialista Matteotti da parte dei fascisti, Giolitti criticò fortemente la “secessione dell’Aventino”, sostenendo che la Camera era il luogo dove occorreva fare opposizione, quell’anno votò per la prima volta contro il governo Mussolini in seguito alla legge sulla limitazione della libertà di stampa.

Nel dicembre 1925 il consiglio provinciale di Cuneo, che ad agosto aveva rieletto come di consueto Giolitti alla presidenza, votò una mozione che gli chiedeva l’adesione al fascismo, Giolitti rassegnò quindi le dimissioni sia da presidente sia da consigliere.

Nel 1926 e 1927 si appartò sempre più dalla vita politica, anche a causa delle sempre più rade convocazioni della Camera; compì diversi viaggi in Europa e colpito da broncopolmonite, come il padre, morì dopo una settimana di agonia il 17 luglio 1928 nella Casa Plochiù a Cavour.

Ma questa, è un’altra storia.

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