Pietro Badoglio – Il vicerè di Addis Abeba

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Pietro Badoglio è una persona qualunque.

Pietro Badoglio nasce a Grazzano Monferrato il 28 settembre 1871, figlio di Mario Badoglio, modesto proprietario terriero, e di Antonietta Pittarelli, facoltosa borghese; il 5 ottobre 1888 fu ammesso all’Accademia Reale di Torino, dove conseguì il grado di sottotenente il 16 novembre 1890 e di tenente due anni più tardi.

Nel febbraio 1896 fu inviato in Eritrea con il generale Antonio Baldissera e partecipò alla spedizione su Adigrat per liberare dall’assedio il maggiore Marcello Prestinari, successivamente rimase sino alla fine del 1898 di guarnigione sull’altopiano, ad Adi Keyh.

Tornato in Italia, dopo aver frequentato la Scuola di guerra dell’esercito fu promosso capitano nel 1903 e partecipò fin dall’inizio alla guerra italo-turca del 1911-12 ove fu decorato al valor militare per aver organizzato l’azione di Ain Zara e poi, promosso maggiore per merito di guerra per aver pianificato l’occupazione dell’oasi di Zanzur.

Tenente colonnello nel 1915, all’inizio della prima guerra mondiale Pietro Badoglio fu assegnato allo Stato Maggiore della 2ª Armata e al comando della 4ª divisione, nel cui settore vi era il monte Sabotino che fino ad allora era giudicato imprendibile.

In tale occasione riuscì a convincere lo Stato Maggiore che per conquistare quella cima bisognava ricorrere a una tattica diversa da quella dell’attacco frontale, che aveva provocato migliaia di morti, e invece di uscire allo scoperto Badoglio ebbe l’idea di espugnarlo attraverso un dedalo di gallerie scavate nella roccia, a un livello inferiore a quelle austriache, quasi a contatto delle posizioni nemiche.

I lavori per scavare e rafforzare le successive trincee durarono mesi, nel frattempo Badoglio, promosso colonnello nell’aprile 1916 e divenuto capo di stato maggiore del VI Corpo d’armata, continuò a dirigere i lavori e comandò personalmente la brigata che prese d’assalto di sorpresa il Sabotino e ne effettuò la conquista, con poche perdite, nell’estate dello stesso 1916.

Fu promosso maggior generale per merito di guerra e, in novembre, assunse il comando della Brigata Cuneo, nel maggio del 1917 fu incaricato nel comando del II Corpo d’armata qualche giorno prima dell’inizio della decima battaglia dell’Isonzo e conquistò il monte Vodice e il monte Cucco, posizioni ritenute anch’esse quasi imprendibili.

Fu allora che il comandante della 2ª Armata, Luigi Capello, propose la promozione di Badoglio a tenente generale per merito di guerra e, nella successiva undicesima battaglia dell’Isonzo, lo destinò al comando del XXVII Corpo d’armata.

Il capo di stato maggiore dell’Esercito italiano era Luigi Cadorna, sul fronte dell’Isonzo, Cadorna aveva disposto la 3ª Armata comandata dal Duca d’Aosta e la 2ª Armata, comandata dal generale Luigi Capello, l’offensiva austro-tedesca iniziò alle ore 2:00 del 24 ottobre 1917 con tiri di preparazione dell’artiglieria, prima a gas, poi a granate fino alle 5:30 del mattino.

Quel giorno, ancora oggi ricordato come la disfatta di Caporetto che abbiamo trattato nell’episodio 49 del nostro podcast, ci fu uno sfondamento immediato sull’ala sinistra nella conca di Plezzo, sul fianco sinistro della 2ª armata, tale parte di fronte era presidiata a sud, dal XXVII Corpo d’armata di Pietro Badoglio.

Il generale, pur essendo a pochi chilometri dal fronte, seppe dell’attacco delle fanterie nemiche solo verso mezzogiorno e riuscì a comunicarlo a Capello soltanto qualche ora dopo, Cadorna seppe della gravità dello sfondamento e del fatto che il nemico aveva conquistato alcune forti posizioni solo alle ore 22.

Badoglio si trovò completamente isolato durante il resto del 24 ottobre e fu costretto continuamente a spostare la sua postazione di comando perché soggetto a massicci e precisi tiri dell’artiglieria nemica; ciò in quanto i suoi messaggi in chiaro, trasmessi via radio, indicanti ai reparti le nuove posizioni del comando, venivano sistematicamente intercettati.

Nel contempo le pessime condizioni meteorologiche impedivano l’uso anche dei segnali ottici e acustici e tale situazione logistica impedì al generale di svolgere un’azione di comando incisiva e non fu in grado di dare alle sue artiglierie l’ordine del tiro controffensivo, in quanto, in precedenza, aveva dato la precisa disposizione che la controffensiva sarebbe dovuta iniziare solo dietro suo ordine esplicito.

Al di là delle responsabilità di singole piccole e medie unità, le colpe maggiori di ordine strategico non possono che essere attribuite al comando supremo di Cadorna e al comando d’armata di Capello; mentre quelle di ordine tattico ai tre comandanti dei corpi d’armata coinvolti, oltre che Badoglio, anche Cavaciocchi e Bongiovanni, tutti vennero giudicati colpevoli dalla commissione d’inchiesta di prima istanza del 1918-19, con l’unica eccezione di Pietro Badoglio.

Nominato senatore il 24 febbraio 1919, il 13 settembre successivo il presidente del consiglio Francesco Saverio Nitti lo nominò commissario straordinario militare per il Venezia Giulia e rivestiva tale ruolo anche quando Gabriele D’Annunzio procedette all’Impresa di Fiume.

Il 2 dicembre 1919 Badoglio fu promosso generale d’esercito e nominato capo di stato maggiore dell’Esercito, succedendo ad Armando Diaz; ricoprì tale incarico sino al 3 febbraio 1921, quando venne collocato a disposizione per ispezioni, divenendo anche membro del Consiglio per l’Esercito.

Alla vigilia della marcia su Roma, nell’ottobre 1922, Badoglio fu consultato dal Re sulla gravità della situazione, il generale piemontese sostenne che la dimostrazione si sarebbe dispersa al primo colpo di arma da fuoco e per ristabilire la situazione chiese poteri straordinari, che però, non gli vennero concessi.

Nel 1923, dopo l’insediamento del fascismo, fu nominato, dietro sua richiesta, ambasciatore in Brasile, il 4 maggio 1925 assunse per primo l’istituenda carica di capo di stato maggiore generale, che mantenne per oltre quindici anni, sino al 4 dicembre 1940, riprese inoltre l’incarico, collegato alla carica precedente, di capo di stato maggiore dell’Esercito.

Il 17 giugno 1926 fu promosso maresciallo d’Italia insieme a Enrico Caviglia, Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, Gaetano Giardino e Guglielmo Pecori Giraldi, grado istituito appositamente per quegli ufficiali che si erano particolarmente distinti durante la prima guerra mondiale e in precedenza attribuito solamente a Diaz e a Cadorna.

Il 1º febbraio 1927 lasciò l’incarico di capo di stato maggiore dell’Esercito e il 18 dicembre 1928 fu nominato governatore unico della Tripolitania e della Cirenaica, in quanto governatore della Tripolitania italiana, il 20 giugno 1930 Badoglio dispose la deportazione forzata della popolazione del Gebel: centomila persone furono costrette a lasciare tutti i propri beni portando con sé soltanto il bestiame, la massa dei deportati fu rinchiusa in tredici campi di concentramento nella regione centrale della Libia, dopo una marcia forzata di oltre mille chilometri nel deserto.

In seguito alla cattura l’11 settembre del 1931 del capo dei ribelli Omar al-Mukhtār, Badoglio ordinò di uccidere il prigioniero, dispose quindi di far eseguire la sentenza nel più importante campo di concentramento per libici, in modo che fosse vista dal maggior numero di persone, fu richiamato in Italia il 4 febbraio 1934.

Il 30 novembre 1935 Badoglio fu inviato a Massaua quale comandante del corpo di spedizione in Etiopia, in sostituzione del generale Emilio De Bono, il 5 maggio 1936, alle ore 16, Badoglio entrava vittorioso in Addis Abeba, quattro giorni dopo, dal balcone di Piazza Venezia a Roma, Mussolini proclamava ufficialmente la costituzione dell’Impero, con Badoglio viceré, si seppe poi che l’aviazione italiana, contravvenendo al Protocollo di Ginevra del 17 giugno 1925, sottoscritto anche dall’Italia, utilizzò su larga scala il gas iprite.

A guerra terminata, Badoglio chiese di lasciare la carica di viceré d’Etiopia, per tornare a svolgere le funzioni di capo di stato maggiore e l’11 settembre 1936 il Duce accolse la richiesta e nominò viceré Rodolfo Graziani, contemporaneamente il Duce comunicò a Badoglio che il re lo aveva nominato, motu proprio, duca di Addis Abeba e gli fu consegnata la tessera onoraria del Partito Nazionale Fascista, retrodatata al 5 maggio, giorno dell’occupazione di Addis Abeba.

Il 1º novembre 1937 venne nominato presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche succedendo allo scomparso Guglielmo Marconi, il suo nome appare tra i firmatari del Manifesto della razza in appoggio all’introduzione delle leggi razziali fasciste.

Il 29 maggio 1940 Benito Mussolini convocò a Palazzo Venezia il maresciallo Badoglio e tutto lo stato maggiore dell’esercito, in una riunione segreta, comunicando la decisione di entrare in guerra al fianco della Germania, il 10 giugno successivo l’Italia dichiarava guerra alla Francia e al Regno Unito e, contemporaneamente, Vittorio Emanuele III firmava il decreto che conferiva a Mussolini il comando operativo di tutte le Forze Armate, pare ormai acclarato che tale delega sia stata proposta dallo stesso Badoglio.

Badoglio fu oggetto di aspre critiche da parte del gerarca Roberto Farinacci, sul quotidiano Regime Fascista, il Maresciallo presentò il 26 novembre le sue dimissioni dalla carica di capo di stato maggiore generale, che ricopriva ininterrottamente da oltre quindici anni e lasciò Roma per recarsi a caccia in Lomellina ma il 3 dicembre tornò a Roma e si presentò al Re per ritirare le sue dimissioni, ma venne a sapere che non c’era più nulla da fare.

Nella mattinata del 25 luglio 1943, prima ancora di ricevere Benito Mussolini a Villa Savoia, il 74enne Vittorio Emanuele III conferì a Pietro Badoglio l’incarico di formare il nuovo governo; il maresciallo d’Italia accettò, aveva 72 anni e più tardi, alle ore 17:00, avvenne l’arresto di Mussolini, capo del governo uscente.

I ruoli ricoperti nella sua carriera militare e in quella politica esposero Badoglio a interpretazioni ostili di diverso orientamento, fu mal visto e peggio reputato da destra come da sinistra, dai militari come dai politici, dai repubblicani come dai monarchici, dagli alleati come dai tedeschi, ma resta l’uomo che legò indissolubilmente il suo nome a Caporetto, all’iprite e all’armistizio dell’8 settembre 1944.

Ma questa, è un’altra storia.

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