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Enrico Caviglia è una persona qualunque.

Enrico Caviglia nasce a Finale Ligure il 4 maggio 1862, sesto dei tredici figli di Pietro e di Antonietta Saccone, crebbe all’interno di una famiglia agiata e sviluppò una coscienza politica che coniugava le istanze socialiste con gli ideali patriottici di un risorgimento ritenuto non ancora compiuto.
Nel 1877 ottiene l’accesso al Collegio Militare di Milano, denominato oggi Scuola Militare “Teulié”, entrò nell’Accademia militare di Torino nel 1880 uscendone col grado di Sottotenente d’artiglieria tre anni dopo, divenuto tenente, fu inviato in Eritrea dal 1888 al 1889.
Al ritorno in Italia, nel 1890 frequentò per un biennio la Scuola di Guerra ottenendo il grado di capitano nel 1893 e facendo il suo ingresso nello Stato Maggiore dell’Esercito, nuovamente spedito in Eritrea nel 1896, in occasione della campagna d’Africa Orientale, prese parte alla battaglia di Adua.
Nel 1912 fu incaricato dal Ministero della Guerra di condurre le trattative per lo sgombero delle truppe turche e la pacificazione di Arabi e Berberi alla fine della guerra italo-turca e successivamente entrò da vice direttore all’Istituto Geografico Militare di Firenze; nel 1914 diventò colonnello.
Nell’estate 1915, poco dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, ottenne il grado di maggior generale e gli fu assegnata la Brigata Bari, con la quale combatté sul Carso e in Trentino affrontando l’offensiva austriaca del 1916 e guadagnando la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia.
Pur essendo “anticadorniano”, nel giugno del 1917, Caviglia fu promosso generale di corpo d’armata per meriti di guerra e il mese successivo, al comando del XXIV Corpo d’armata, ottenne un’importante vittoria nella battaglia della Bainsizza, che però fu limitata negli effetti da problemi logistici.
Nel corso della battaglia di Caporetto il suo reparto fu solo marginalmente interessato dall’attacco degli eserciti degli Imperi Centrali, Caviglia riuscì ad evitare la cattura, oltre che delle proprie, anche di altre truppe tra cui tre divisioni precedentemente agli ordini di Pietro Badoglio conducendole dall’Isonzo al Tagliamento e quindi sul Piave.
Per il suo comportamento durante la ritirata e la precedente difesa proprio sull’Isonzo ricevette la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Nel gennaio 1918 fu nominato Membro supplente del Consiglio dell’Ordine Militare di Savoia e successivamente comandò l’artiglieria che, a partire dal giugno di quell’anno, combatté sull’altopiano di Asiago e in seguito sul Piave.
Proprio nel 1918 l’esercito austro-ungarico pianificò una massiccia offensiva sul fronte italiano per l’inizio dell’estate, in giugno, l’attacco, poi definito “battaglia del Solstizio”, fu respinto dalla resistenza del Regio Esercito italiano sul quel famoso fiume Piave.
L’attacco avrebbe costituito l’ultima possibilità austriaca per modificare il corso della guerra: in caso di sfondamento, l’esercito austriaco avrebbe avuto accesso alla Pianura Padana ma in seguito al fallimento dell’attacco, le forze dell’Impero austro-ungarico furono talmente logorate da non riuscire a resistere alla controffensiva italiana, iniziata il 24 ottobre con la Battaglia di Vittorio Veneto.
Dopo tre giorni di combattimento, le sorti del contrattacco italiano non erano definite, né sul monte Grappa né sul Piave, dove, la testa di ponte prevista, non era sufficientemente salda.
Il generale Caviglia allora ordinò l’avanzata e l’VIII armata italiana passò il Piave a Susegana, la cavalleria fu lanciata all’inseguimento degli austro-ungarici in rotta che terminò a Vittorio Veneto, raggiunta la sera del 28 ottobre.
Le conseguenze di questo sfondamento portarono la VI armata austriaca ad abbandonare il monte Grappa e a unirsi alla fuga generale e il 28 ottobre stesso si riunì per la prima volta a Trento la commissione d’armistizio austro-ungarica, sotto la direzione del generale Viktor Weber Edler von Webenau.
Il generale barone Arthur Arz von Straussenburg aveva informato il feldmaresciallo Paul von Hindenburg ed era stato esortato a mandare una delegazione di ufficiali tedeschi, così il capitano austro-ungarico Camillo Ruggera, appartenente alla commissione, la mattina del 29 ottobre si presentò presso Serravalle, situata fra Rovereto e Ala, davanti alle linee italiane ma venne accolto da raffiche di mitragliatrice.
Dopo essere stato identificato e chiarita la sua posizione, raggiunse il comando di divisione italiano, ad Abano.
Nella stessa giornata l’Imperatore Carlo I, avendo ormai deciso di ottenere al più presto un armistizio dato il disfacimento dell’esercito imperiale, telegrafò al Kaiser Tedesco informandolo che, in caso di fine delle ostilità, si sarebbe comunque opposto con truppe austro-tedesche all’avanzata degli Italiani e dei loro alleati se, dal Tirolo, la Baviera fosse stata minacciata.
I ringraziamenti furono spediti da Potsdam, ma non erano ancora giunti, quando il comando austriaco dovette comunicare ai tedeschi che le proprie truppe erano nell’impossibilità di combattere.
Nella prima serata del 30 ottobre il generale Viktor Weber Edler von Webenau poté superare le linee italiane e dopo lunghe soste ai vari sottocomandi, i membri della commissione furono portati a bordo di auto coperte prima a Verona, poi a Padova, e da qui, alle 18 circa del 31 ottobre, raggiunsero la villa del conte Vettor Giusti del Giardino nella frazione Mandria in direzione Abano Terme.
La villa era stata residenza del Re Vittorio Emanuele III dal novembre 1917 al febbraio 1918, e in seguito era rimasta a disposizione del comando del Regio Esercito, qui alle 15:20 del 3 novembre venne infine firmato l’armistizio.
Le condizioni generali dell’armistizio prevedevano che all’Italia venissero consegnati tutti i territori austriaci previsti dal patto di Londra, ma la trattativa era subordinata a quella che si sarebbe tenuta in seguito al Trattato di Versailles.
L’unico punto in discussione era pertanto la data di cessazione delle ostilità: l’Italia non aveva interesse a far entrare in vigore l’armistizio, prima di aver occupato militarmente tutti i territori previsti dal trattato.
Nell’immediato dopoguerra Caviglia fu nominato Senatore del Regno, ricoprì l’incarico di Ministro della Guerra nel primo governo Orlando e ricevette l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Militare di Savoia.
In conseguenza del protrarsi dell’occupazione iniziata il 12 settembre da parte di nazionalisti italiani guidati da Gabriele D’Annunzio della città di Fiume, l’allora Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti designò Caviglia, già comandante dell’8ª Armata, commissario straordinario per il Venezia Giulia, subentrando in questa funzione a Badoglio.
Quando nel 1920 fece ritorno al governo Giovanni Giolitti e fu concluso il Trattato di Rapallo, la successiva dichiarazione di guerra da parte dei legionari all’Italia ebbe come risposta prima un bombardamento e poi l’attacco della città da parte delle truppe agli ordini di Caviglia a partire dal 24 dicembre, le operazioni si conclusero il 31 con la resa degli occupanti e la concomitanza di scontri armati con le festività natalizie vide d’Annunzio definire quei giorni Natale di sangue.
Nei confronti del fascismo, dopo un’adesione sostanziale, ma priva di esplicite prese di posizione, dichiarò nel 1924 il ritiro del suo consenso non verso quelle da lui definite “le idee originali del fascismo”, quanto sugli sviluppi seguenti e assieme ad altri generali, con l’eccezione di Badoglio, Caviglia si allontanò allora dalla scena politica.
Nel 1926 Mussolini gli conferì il grado di maresciallo d’Italia e nel 1930 il re Vittorio Emanuele III lo investì Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, l’ultimo incarico ricevuto fu un’ispezione sulle Alpi nel 1939.
Nelle intenzioni di Dino Grandi, alla vigilia del 25 luglio 1943, data ricordata per la caduta del fascismo, il maresciallo Caviglia era la persona più indicata per succedere a Mussolini nella carica di capo del governo ma, come noto, Vittorio Emanuele III affidò l’incarico al maresciallo Badoglio.
Nonostante fossero iniziati già scontri tra reparti italiani e tedeschi, le grandi difficoltà organizzative e quelle prospettatesi nella possibilità di difendere Roma condussero Caviglia ad accettare l’ultimatum imposto da Albert Kesselring il 10 settembre 1943 che dispose il disarmo delle truppe e la dichiarazione della capitale come città aperta.
Celebri le parole usate da Caviglia a colloquio col feldmaresciallo tedesco, il 13 settembre: «Voi vedete com’è ridotta l’Italia: come Cristo alla colonna. Su di essa tutti possono sputare o schiaffeggiarla e batterla».
Quando si costituì la Repubblica Sociale Italiana, Mussolini pensò di nominarlo capo dell’esercito repubblicano ma Pavolini e Buffarini Guidi gli fecero notare che era troppo anziano per un incarico così gravoso ed il Duce cambiò rapidamente idea.
Con le sue azioni, che portarono all’armistizio di Villa Giusti, firmato il 3 novembre 1918 nella villa del conte Vettor Giusti fra l’Impero austro-ungarico e l’Italia della prima guerra mondiale fino alla caduta del fascismo nella seconda, Caviglia fu un militare astuto e capace, leale ma polemico con ciò che non gli piaceva come quando nell’autunno 1915 fu costretto da Cadorna a lanciare i suoi uomini all’attacco perdendo ben 6500 unità, dove scrisse:
«Costretto a obbedire, non potendo impedire un così orribil sciupìo della vita dei miei soldati, (…) non ho mai sofferto tanto della stupidità della guerra che eravamo obbligati a fare».
Caviglia si ritirò definitivamente a Finale Ligure nella sua villa chiamata Vittorio Veneto, dove morì poco prima di un mese dalla fine dei combattimenti e fu sepolto nella basilica di San Giovanni Battista in Finale Ligure Marina, la salma fu poi traslata nel 1952 nella torre di Capo San Donato alla presenza di Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica, e di Vittorio Emanuele Orlando.
Ma questa, è un’altra storia.

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