Il generale Graziani – e la Btr. Catanzaro

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Il generale Graziani è una persona qualunque.

Continuiamo la serie degli ufficiali fucilatori riportando altri gravi eventi della prima guerra mondiale, parlando di quegli ufficiali che riuscivano, nonostante il periodo che i valorosi soldati italiani vivevano, ad essere più spietati dei nemici che incontravano al fronte.

Dopo aver raccontato della fine che fece il maggiore Melchiorri con la Brigata Sassari, il 15 luglio 1917 ci fu un altro episodio di ribellione, il più grave di tutta la guerra, stavolta ad ammutinarsi fu un’intera brigata, la Catanzaro.

I suoi reggimenti, impiegati sia sull’Isonzo che sul Carso, combatterono duramente sin dall’inizio del conflitto con perdite gravissime e nella zona di Asiago, sul monte Mosciagh tale fu il valore dei suoi uomini che venne coniata l’espressione ‘Sul monte Mosciagh la baionetta ricuperò il cannone’.

Giunse finalmente il riposo dopo settimane di prima linea, la brigata si acquartierò nel paesino di Santa Maria la Longa (Udine), ma ecco che arrivò un nuovo ordine: si rientra in linea, alla notizia il malumore si diffuse fra i soldati e in breve scoppiò la rivolta.

Si sparò contro le baracche e contro gli ufficiali, per sedare la ribellione ci volle tutta la notte, numerosi carabinieri, diversi cavalleggeri e una sezione d’artiglieria e al mattino si contarono tre ufficiali e quattro carabinieri morti.

Il pugno di ferro fu immediato, ventotto furono fucilati subito, fra questi, dodici furono scelti a sorte, altri, riconosciuti colpevoli, furono scortati dai carabinieri verso la prima linea, ma alcuni di essi si rifiutarono e gettarono le giberne delle munizioni; risultato: nuove fucilazioni sommarie.

Carnia, zona di guerra nei pressi del Passo di Monte Croce Carnico, 23 giugno 1916, il battaglione degli alpini Monte Arvenis ricevette l’ordine di prepararsi ad un attacco diurno alla cima est del Monte Cellon strenuamente difesa dagli austriaci.

Alla notizia gli alpini erano increduli: l’azione, infatti, prevedeva che l’attacco avvenisse da una parete totalmente scoperta, liscia sotto il tiro della mitraglia austrica, un’azione del genere in pieno giorno equivaleva a compiere un attacco suicida.

Gli alpini protestarono, chiedendo che venisse modificato l’ordine di attacco e che l’assalto avvenisse da un canalone che permetteva più copertura e, soprattutto, di sorprendere il nemico alle spalle, questi soldati conoscevano bene la zona, la stragrande maggioranza di loro era stata, infatti, reclutata proprio dai paesini vicini.

In tempo di pace salivano su quelle cime, ora insanguinate, per gli alpeggi e fra i dubbiosi vi era il caporal maggiore Silvio Gaetano Ortis, un veterano della guerra di Libia del 1911-1912, dove aveva combattuto valorosamente ed era stato decorato.

Ortis allora ebbe un’idea: propose al tenente del suo plotone d’intercedere con i comandanti affinché almeno si potesse tentare un attacco notturno, dove, oltre all’oscurità, pure la nebbia avrebbe giocato a favore degli alpini, il capitano della compagnia, Armando Ciofi, non ne volle sapere e anzi accusò i plotoni designati per l’attacco di essere dei vigliacchi.

Intanto il malcontento fra i soldati crebbe, tanto che la sera diversi alpini si riunirono dentro una baracca e decisero di disobbedire all’ordine suicida di attaccare la cima del Cellon.

La rivolta scoppiò, ottanta soldati vennero immediatamente accusati di ‘rivolta in faccia al nemico’, Ortis era fra gli incriminati assieme ad altri tre suoi commilitoni, i caporali Basilio Matiz e Giovanni Battista Coradazzi e il soldato Angelo Primo Massaro.

L’incriminazione era totalmente ingiusta visto che i quattro non avevano neppure partecipato alla sediziosa riunione ma a nulla servirono le rimostranze, i quattro alpini furono giudicati da un tribunale straordinario che si riunì nella chiesa del paese di Cercivento (Udine).

Il processo iniziò la sera del 30 giugno, fondamentale fu la deposizione del capitano Ciofi, che indicò Ortis e gli altri tre come i fomentatori della rivolta, i quattro alpini furono condannati alla fucilazione.

Il processo fu talmente rapido che la sentenza di morte fu emessa alle due di notte e due ore dopo i quattro furono già portati su di un campo dietro la chiesa per l’esecuzione, erano le quattro del mattino del primo luglio 1916, il parroco del paese, unico segno di umana pietà in questa vicenda, don Luigi Zuliani, implorò il comando di risparmiare le vite a quei soldati.

Spiegò che avrebbe chiesto per loro la grazia direttamente alla regina ma la supplica fu respinta, Zuliani, in un immenso gesto di altruismo, si offrì addirittura di essere fucilato al loro posto, ma neppure questo cambiò la sorte dei quattro alpini.

Legati alle sedie e degradati con disonore, un plotone di carabinieri fece fuoco su di loro, i commilitoni, infatti, si rifiutarono di far parte del plotone d’esecuzione, passarono pochi giorni e gli alpini del Monte Arvenis si lanciarono all’attacco della cima del Cellon conquistandola e facendo diversi prigionieri, l’azione avvenne di notte, come aveva suggerito Ortis.

Per l’incapacità dei generali italiani arroganti, presuntuosi e ignoranti, gli austriaci sfondarono il fronte a Caporetto, il Regio Esercito era in ritirata, una disfatta; gli alti ufficiali, quelli di carriera, fuggivano verso Treviso e Padova in automobile con le mogli impellicciate o con le amanti ingioiellate; gli altri, invece, marciavano da giorni nel fango senza alcuna organizzazione, affamati, infangati fino al ginocchio, senza armi, senza ordini, impidocchiati, con voci contraddittorie e false: è saltato il ponte di Casarsa – bisogna passare per Latisana – il ponte di Casarsa è aperto e presidiato dai carabinieri – gli austriaci sono in treno verso Roma – il Tagliamento è in piena e non si passa – si passa per il Tagliamento – gli austriaci hanno fatto saltare il ponte di Latisana.

Andrea Graziani era un generale italiano che durante il corso della prima guerra mondiale fu comandante del 15º Reggimento bersaglieri, della Brigata Ionio, della 44ª Divisione e della 33ª Divisione, del 1º Raggruppamento alpino e della 6ª Divisione cecoslovacca.

Dopo l’esito negativo della battaglia di Caporetto il Capo di stato maggiore del Regio Esercito, Luigi Cadorna, lo nominò “Ispettore generale del movimento di sgombero”, conferendogli ampissimi poteri, ed affidandogli il compito di ripristinare con ogni mezzo l’ordine tra le file degli sbandati, cosa che fece utilizzando durissimi metodi repressivi, con ampio uso della pena di morte.

Il 3 novembre, a Noventa di Piave, nella folla di soldati e profughi, il generale Andrea Graziani, uno dei peggiori, un assassino seriale che al fronte aveva fatto sparare alle spalle i soldati italiani, disse all’autista di fermare la macchina e i Carabinieri del suo plotone personale di esecuzione perché la strada statale era ingombrata da una colonna di artiglieri di montagna.

Poi c’erano i profughi, le donne e uomini e bambini con carri bovi e materassi, erano circa le 16,30, il cielo grigio si scuriva verso il levante dove gli austriaci avanzavano, prometteva ancora pioggia prima del buio.

I soldati salutano con la mano alla fronte il generale ma un soldato, il soldato Alessandro Ruffini, di Castelfidardo, lo salutò senza togliere la pipa dalla bocca, Graziani si mise ad urlare contro il soldato, alzò il bastone e lo picchiò sulla testa e sulle spalle urlando, il soldato Ruffini si strinse nelle spalle senza muoversi, chiuse gli occhi e cercò di ripararsi sotto all’elmetto dalla tempesta di bastonate del generale Graziani.

Le donne strillarono, un borghese, uno di quei borghesi che si mettono sempre in mezzo nelle cose dei militari si rivolse al generale dicendo che non era quello il modo di trattare i nostri soldati, il generale urlò: “dei soldati io faccio quello che mi piace!“ e ordinò ai Carabinieri del suo plotone privato d’esecuzione di prendere il povero soldato Ruffini, lo fece mettere davanti a un muro e lo fucilò davanti a tutti.

Graziani poi ordinò allo sbigottito tenente colonnello Folezzani del 28° campale di far sotterrare la salma straziata del soldato Ruffini con la motivazione “è un uomo morto per asfissia”, disse ad alta voce, salì poi sull’automobile e ripartì, il Ruffini Alessandro morì per asfissia.

Il padre del soldato Ruffini, Anselmo, quando finalmente seppe cosa successe veramente a suo figlio, denunciò per omicidio il generale Graziani che però venne assolto e, anzi, promosso.

Il 6 novembre 1917 Andrea Graziani farà poi fucilare sommariamente a Magrè il sergente Adalberto Bonomo, da Napoli, colpevole di avere risposto “in maniera vivace”, quattro giorni dopo, sulla riva del fiume Tagliamento, farà legare a un albero e fucilare dai suoi Carabinieri due fanti, uno dei quali aveva il tascapane rigonfio con un sacchetto pieno di due chili di farina di cui non avevano saputo spiegarne la provenienza.

La settimana successiva Andrea Graziani farà esporre sui muri delle case un proclama in cui scriverà di aver fatto fucilare quella mattina 19 altri soldati per motivi diversi e altre fucilazioni seriali lungo il muro del cimitero di San Pelagio di Treviso.

Il 12 giugno 1918 Graziani fece fucilare, per diserzione, alla presenza di un intero Battaglione, otto soldati del 33° e 34° Reggimento della Divisione cecoslovacca, che erano stati appena riportati all’accampamento dai Carabinieri.

La Divisione era stata costituita nel maggio 1918 con prigionieri e disertori dell’esercito austroungarico ed era entrata in azione nella zona del Piave, gli Ufficiali Superiori erano italiani, ma dato che c’erano state nei giorni precedenti varie diserzioni e altre se ne temevano, Graziani ordinò al Colonnello Gambi, Comandante del 34° Reggimento, di fucilare immediatamente, alla schiena e senza processo, i militari sorpresi a tentare la fuga per disertare.

Andrea Graziani farà una carriera fulminante e quando nel 1922 arriverà il fascismo, vi aderirà entusiasta e ne diventerà il capo della milizia finché nel febbraio del 1931 verrà trovato morto ai piedi della massicciata della linea ferroviaria Bologna-Firenze, caduto, concluse l’inchiesta in modo rapido, dal treno in corsa perché aveva sbagliato ad aprire la porta del vagone.

Caduto da un treno che non aveva preso, caduto sulla massicciata in un punto in cui non era possibile cadere, chissà che cosa avrebbe potuto rivelare l’autopsia, tenuta segretissima anche ai famigliari del Graziani.

Ma questa, è un’altra storia.

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Il maggiore Melchiorri – Ufficiali fucilatori

S:3-E:66

Il maggiore Melchiorri è una persona qualunque.

Con questo primo episodio apriamo una serie di 3 racconti espressamente dedicati agli ufficiali italiani che ebbero meno pietà per i propri uomini piuttosto che per i nemici, gente senza scrupoli che, protetti dalla divisa da ufficiale e dal loro comandante supremo, Cadorna, tolsero vite a innocenti partiti con il solo scopo di difendere i confini italiani.

«Beati quelli che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere. Beati quelli che hanno venti anni, una mente casta, un corpo temprato, una madre animosa», e ancora «Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte ricoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia».

Chi pronunciava questa sequenza di beati non fu un prete, bensì, Gabriele D’Annunzio, ‘sacerdote’ officiante dell’interventismo, movimento che raggruppava coloro che sostenevano l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria nel corso della Prima guerra mondiale.

Di lì a poco saranno loro, gli interventisti, ad avere la meglio sui cosiddetti neutralisti, che invece volevano tenere fuori l’Italia dal conflitto e che, un dettaglio non trascurabile, avevano la maggioranza alla Camera.

Quando D’Annunzio pronunciava la serie di ‘Beati’ di fronte a ventimila persone era il 5 maggio del 1915, la Prima guerra mondiale era scoppiata da quasi un anno e il poeta si trovava a Quarto, dov’era stato invitato per pronunciare un’orazione in occasione dell’inaugurazione del monumento ai Mille di Garibaldi, partiti cinquantacinque anni prima proprio da quello scoglio verso la Sicilia.

Fra i non ritornanti vi saranno pure 750 disgraziati dalla sorte, falciati non dalla mitraglia austriaca o dal piombo tedesco, bensì dal fuoco esploso dai plotoni d’esecuzione formati dai loro stessi commilitoni; la mano amica, la fucilazione e il processo sommario per atti d’indisciplina saranno un fenomeno che investirà tutti gli eserciti combattenti, sia fra le armate degli imperi centrali che fra quelle dell’Intesa.

L’eco delle parole di D’Annunzio pronunciate a Quarto non si erano ancora spente e neppure era stata ancora consegnata la dichiarazione di guerra all’impero Austro-Ungarico che già il generale Luigi Cadorna, capo di stato maggiore del regio esercito, predisponeva delle rigide misure interne affinché fosse fatta rispettare la disciplina a qualunque costo.

Per la verità era dal 1914 che il generalissimo o ‘sua eccellenza’, come Cadorna era chiamato, si adoperava per ripristinare la disciplina in seno alla forza armata, a detta sua «la più urgente necessità fra tutte le deficienze del nostro esercito».

L’esercito assunse dimensioni colossali, l’Italia arrivò a mobilitare circa cinque milioni e seicento mila uomini, gestire simili numeri richiedeva, probabilmente, doti totalmente nuove, come flessibilità e considerazione dell’aspetto psicologico dei combattenti.

Chi ci segue sa che abbiamo già parlato sia di Cadorna che della decimazione, ovvero la pratica di fucilare un soldato scelto a caso ogni dieci, ma sulla questione del mantenimento della disciplina, il generalissimo ricordava agli ufficiali la necessità di dare l’esempio alla truppa in ogni circostanza.

Era la politica della tolleranza zero che doveva essere applicata alla truppa ma anche agli ufficiali stessi, «Nessuna tolleranza mai, per nessun motivo, sia lasciata impunita – scriveva Cadorna – la si colpisca anzi, con rigore esemplare, alla radice, appena si manifesti, sia qualunque il grado e la posizione di chi tolleri».

Il 19 maggio 1915, il capo supremo dell’esercito interveniva con una circolare in merito alla pratica dell’autolesionismo: decine di soldati infatti s’infliggevano appositamente delle ferite per non essere inviati in prima linea, li definiva «Ignobili simulatori» contro i quali gli ufficiali medici dovevano usare immediatamente tutto il rigore delle disposizioni disciplinari e penali.

L’Italia era in guerra soltanto da pochi mesi che dal ‘comandissimo’, epiteto dell’epoca per definire il comando supremo retto da Cadorna, il 28 settembre 1915 arrivava ai vari comandi in linea una nuova disposizione sulla disciplina; Carabinieri e ufficiali erano autorizzati a punire tramite esecuzione sommaria i soldati che abbandonavano la linea.

«Il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti ed i vigliacchi – ribadiva Cadorna –, chi tenti ignominiosamente di arrendersi o di retrocedere, sarà raggiunto, prima che si infami, dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti o da quello dei carabinieri».

L’attuazione della disciplina ‘cadorniana’ contemplava molteplici casistiche, per chiunque riusciva, infatti, a sfuggire a questa «salutare giustizia sommaria, subentrerà, inesorabile, esemplare, immediata, quella dei tribunali militari».

Per quei ‘fortunati’ che invece disertavano e riuscivano ad arrendersi indenni al nemico, c’era l’immediato processo in contumacia, e a guerra finita, li aspettava l’esecuzione, mentre il conflitto proseguiva e divorava mese dopo mese, assalto dopo assalto, le vite dei soldati, gli strali di Cadorna aumentano.

Il codice penale militare in vigore nel corso del primo conflitto mondiale nel Regio Esercito italiano risaliva al 15 febbraio 1870 e riproduceva con lievi modificazioni quello dell’esercito sardo dell’ottobre 1859; si calcola che, durante la grande guerra, i giudici militari francesi abbiano ordinato 675 fucilazioni, gli inglesi 330, gli italiani, con un anno di guerra in meno degli altri, 750; numeri rilevanti, che tuttavia non tengono conto delle numerosissime esecuzioni sommarie volte a reprimere gli ammutinamenti e le diserzioni; per molto tempo, infatti, venne cancellato ogni ricordo dei cadaveri lasciati volontariamente insepolti come monito per le truppe che continuavano a combattere.

Eppure, non mancavano gli atti di valore e di eroismo fra i soldati italiani, Cadorna era convintissimo che lui non sbagliava mai e la colpa, se le cose non andavano secondo i suoi piani, era di chi non aveva saputo credere nella vittoria della battaglia, dal graduato più alto sino al miserabile che la morte la vedeva e la viveva nel fango della trincea e la sentiva nelle sue orecchie quando gli fischiavano sopra la testa i proiettili austriaci.

Ma la verità era un’altra, i soldati, come anche negli eserciti degli altri contendenti, erano stanchi di questa guerra logorante, ma soprattutto di essere mandati al massacro con azioni fuori da ogni logica, tipo assalti frontali alla baionetta contro mitragliatrici, oppure il divieto assoluto di retrocedere dalle posizioni se non quando le perdite ammontavano a non meno dei tre quarti degli effettivi.

Quando l’ottusità del comando supremo si trasformava in attacchi insensati, revoca di licenze, ritardi nel concedere il cambio ai reggimenti in prima linea, che implicava la drastica riduzione delle possibilità di sopravvivere, o peggio ancora richiamare in linea le truppe a cui era stato appena concesso il sospirato riposo, l’esasperazione dei soldati sfociava in aperta ribellione.

Ma chi si ammutinava, chi insorgeva, si ritrovava con una scarica di piombo alla schiena, falciato dalla “mano amica”, come nel marzo 1917, quando per la brigata Ravenna finalmente giunse il cambio dopo ben cinque mesi in linea.

Passarono appena quarantotto ore che arrivò il contrordine, tornare in linea! Fra l’incredulità e la rabbia i soldati esplosero: «Abbasso la guerra! Vogliamo il riposo! Morte agli imboscati!».

Col passare delle ore la situazione si normalizzò, così il mattino successivo la Ravenna marciò verso la prima linea, gli ufficiali minimizzarono nei loro rapporti l’accaduto ma ciò che era avvenuto era, per il generalissimo, intollerabile.

La punizione doveva essere immediata, e siccome i colpevoli non saltarono fuori, si estrasse a sorte diversi uomini, quattro furono fucilati il primo giorno, poi l’estrazione continuò per una settimana, alla fine moriranno in venti.

Fra questi cadde anche un volontario, un italiano emigrato che era venuto dall’America, si era distinto in battaglia ed era stato decorato di medaglia d’argento, se fosse rimasto oltreoceano non lo avrebbero neppure considerato come renitente alla leva, altro pesante reato.

Poco prima che il plotone facesse fuoco, il povero milite urlò coprendosi la ferita riportata in combattimento: «Non colpite qui. Non voglio che un proiettile italiano mi trafigga il segno del valore».

Ma accanto a questi ‘slanci’ d’amore patriottico, furono più le imprecazioni e l’umanissima disperazione che accompagnò i condannati di fronte al plotone, la disciplina ‘cadorniana’ si fece sentire anche sotto le bombe, come il 10 giugno 1917, quando cominciò la battaglia sul monte Ortigara.

Altra cima e altra impronunciabile cifra di 25mila caduti in azione, da ore, quella mattina, le artiglierie italiane battevano contro le linee austriache, ma il tiro era troppo corto e colpì i fanti della brigata Sassari schierati in attesa di balzare fuori dalle loro posizioni contro i munitissimi trinceramenti nemici.

Una compagnia si ricoverò all’interno di una galleria in attesa della venuta dell’ordine di attacco, i tiri d’artiglieria, però, centrarono l’imboccatura uccidendo dei soldati, all’interno ci fu il panico.

Scriveva Emilio Lussu, ufficiale della Sassari: «Ai soldati sembrava che la volta dovesse crollare e schiacciarli tutti e gridavano – Fuori! Fuori!», gli ordini però furono tassativi, il maggiore Melchiorri urlò che nessuno poteva uscire allo scoperto prima dell’ora fissata per l’assalto.

Ma quando nuovi colpi dell’artiglieria colpirono la caverna, i soldati uscirono all’aperto e si riallinearono in una zona più riparata, Melchiorri, sotto l’effetto di un’intera bottiglia di cognac, si convinse che fosse in corso un ammutinamento e immediatamente ordinò la fucilazione con procedimento eccezionale.

Venti soldati furono scelti col metodo della ‘decimazione’, così senza alcuna logica, fu semplicemente la sorta a decidere chi poteva vivere e chi no, a nulla servirono le rimostranze del capitano Fiorelli, comandante un’altra compagnia, Melchiorri, infatti, gli urlò contro che lui si avvaleva delle circolari di sua eccellenza Cadorna.

La scelta fu compiuta, i venti disgraziati furono allineati di fronte al plotone che fece fuoco, ma spararono in alto, «L’ira del maggiore esplose, ebbe il tempo di sparare tre colpi, il capitano Fiorelli estrasse la pistola – Signor maggiore lei è pazzo!

Il plotone d’esecuzione, senza un ordine, puntò sul maggiore e fece fuoco, il maggiore si rovesciò crivellato di colpi», per una volta la giustizia sommaria cadorniana si ritorse contro colui che credeva di poter far tutto dei suoi uomini.

Ma questa, è un’altra storia.

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