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Silvio, Basilio, Giovanni, Angelo, Adalberto, Antonio e Alessandro sono alcune persone qualunque.

Concludiamo la serie sugli ufficiali fucilatori rendendo onore ad alcuni soldati che, ingiustamente, per oltre un secolo, sono stati considerati disertori e che alcuni solo nel 2021 sono stati riabilitati per quel che furono veramente, degli eroi.
Lassù a Cercivento, in Carnia, neanche 700 anime, esiste un cippo che della Grande Guerra dice la verità perché lassù a Cercivento, dietro il piccolo cimitero, esiste un monumento che onora un disertore, ma non è l’unico.
L’alpino Ortis Silvio Gaetano, da Paluzza, venne fucilato proprio lì, dietro al piccolo cimitero, dopo un processo sommario celebrato nella chiesetta dalla quale il parroco, sfidando i militari, aveva portato via il Santissimo.
Con Silvio Gaetano Ortis caddero nella polvere di quel 1° luglio 1916 Coradazzi Giovanni Battista, da Forni di Sopra, Matiz Basilio, da Timau, e Massaro Angelo, da Maniago, tutti alpini dell’8° Reggimento, 109.ma Compagnia, tutti condannati a morte per rivolta e diserzione.
E al disonore per l’eternità, decenni e decenni dopo, ai discendenti è ancora respinta la domanda di assunzione nei corpi statali e quando, in anni recenti, la famiglia chiese di poter seppellire degnamente i resti di Silvio, le autorità militari proibirono che suonassero le campane e vietarono la cerimonia ai non familiari, ma quando il feretro si avvicinò alla chiesa, ancora una volta un parroco di montagna sfidò l’ordine ingiusto, tre rintocchi di campana accolsero come si deve la bara di Ortis.
Carnia, zona di guerra nei pressi del Passo di Monte Croce Carnico, 23 giugno 1916, il battaglione degli alpini riceve l’ordine di prepararsi ad un attacco diurno alla cima est del Monte Cellon strenuamente difesa dagli austriaci.
L’azione prevedeva l’attacco da una parete totalmente scoperta, liscia sotto il tiro della mitraglia austrica, un’azione del genere in pieno giorno equivaleva a compiere un attacco suicida.
Il caporal maggiore Silvio Gaetano Ortis, veterano della guerra in Libia, ebbe un’idea, propose al tenente del suo plotone d’intercedere con i comandanti affinché almeno si potesse tentare un attacco notturno, dove oltre all’oscurità, pure la nebbia avrebbe giocato a favore degli alpini, il capitano della compagnia, Armando Ciofi, non ne volle sapere e accusò i plotoni designati per l’attacco di essere dei vigliacchi.
Il malcontento fra i soldati crebbe, la sera diversi alpini si riunirono dentro ad una baracca e decisero di disobbedire all’ordine suicida di attaccare la cima del Cellon, la rivolta scoppiò, ottanta soldati vennero immediatamente accusati di ‘rivolta in faccia al nemico’, Ortis era fra loro assieme ad altri tre, i caporali Basilio Matiz e Giovanni Battista Coradazzi e il soldato Angelo Primo Massaro.
L’incriminazione fu totalmente ingiusta visto che i quattro neppure parteciparono alla sediziosa riunione ma a nulla servirono le rimostranze, i quattro alpini furono giudicati da un tribunale straordinario che si riunì nella chiesa del paese di Cercivento.
Il rapido processo ne decise la sentenza di morte alle due di notte e due ore dopo i quattro furono portati su un campo dietro la chiesa per l’esecuzione, erano le quattro del mattino del primo luglio 1916, il parroco del paese, don Luigi Zuliani, implorò il comando di risparmiare le vite a questi soldati, si offrì addirittura di essere fucilato al loro posto, ma neppure questo cambiò la sorte dei quattro alpini.
Nel marzo 1990 il pronipote dell’alpino Ortis inoltrò alla Corte militare d’appello istanza di riabilitazione del suo parente, fucilato 74 anni prima, allegando documenti raccolti in un lavoro ventennale e la risposta, da Roma, fu sublime: «Istanza inammissibile, manca la firma dell’interessato».
Ci riprovò il ministro della Difesa Ignazio La Russa nel 2010, ma la giustizia militare, 94 anni dopo i fatti, bastonò anche il ministro: «Le testimonianze non sono verbalizzate dall’autorità giudiziaria», ma in Carnia sono testardi come i muli degli alpini e a Cercivento s’è costituito un comitato per la riabilitazione di Ortis e degli altri alpini.
Più di un secolo dopo, il Consiglio regionale, nel 2021, ha approvato all’unanimità la legge regionale “per la riabilitazione storica attraverso la restituzione dell’onore dei soldati nati o caduti nel territorio dell’attuale Regione Friuli Venezia Giulia”.
La legge è stata il frutto di una mobilitazione iniziata molti anni fa nella piccola comunità di Cercivento per ricordare i quattro alpini fucilati il 1° luglio del 1916 in quel Comune, si è istituito una “Giornata regionale della restituzione dell’onore” e al tempo stesso ha dato vita a una “Consulta storica sulle fucilazioni e decimazioni per l’esempio”, volta ad approfondire la conoscenza di questi temi e a promuoverne la memoria.
Silvio Gaetano Ortis, Corradazzi Giovanni Battista, Matiz Basilio e Massaro Angelo furono legati alle sedie e degradati con disonore, un plotone di carabinieri fece fuoco su di loro perché i loro commilitoni si rifiutarono di far parte del plotone d’esecuzione.
Gli alpini dell’8° Reggimento, 109.ma Compagnia, che dovevano attaccare da una parete totalmente scoperta, liscia sotto il tiro della mitraglia austrica, pochi giorni dopo la fucilazione dei loro commilitoni si lanciarono all’attacco della cima del Cellon conquistandola e facendo diversi prigionieri, ma l’azione avvenne di notte, come aveva suggerito il caporal maggiore Silvio Ortis, il fucilato per rivolta in faccia al nemico.
Nel 1917 Alessandro Ruffini venne ucciso a Noventa Padovana, mediante esecuzione sommaria, ordinata dal generale Andrea Graziani che lo accusò di averlo salutato militarmente senza prima essersi levato di bocca la pipa che stava fumando.
Ruffini fu prima brutalmente bastonato e successivamente fucilato “per dare un esempio terribile atto a persuadere tutti i duecentomila sbandati che da quel momento vi era una forza superiore alla loro anarchia”, come affermò lo stesso Graziani in risposta ad alcune proteste e interrogazioni parlamentari; finita la guerra, il padre di Ruffini nel 1919 denunciò Graziani il quale ammise ufficialmente le sue responsabilità con una lettera pubblicata sul quotidiano Avanti! il 6 agosto 1919 ma non venne mai perseguito.
Si stava vivendo il tragico momento della ritirata di Caporetto e quei vivi, sconfitti, stanchi, affamati soldati italiani che si stavano ritirando a piedi sotto il fuoco del nemico, videro l’assassino che uccise alcuni di loro vestito della stessa divisa che anche loro portavano con superiore dignità.
L’11 novembre 2005, l’amministrazione comunale di Castelfidardo ha riabilitato la figura di Alessandro Ruffini, a 88 anni e 8 giorni dalla sua esecuzione, la cerimonia si è conclusa con l’inaugurazione di un monumento alla memoria del fuciliere.
In occasione del centenario della morte di Alessandro Ruffini è stata inoltrata al Presidente della Repubblica Italiana una petizione per la sua riabilitazione, a iniziativa del Consiglio comunale e l’amministrazione di Noventa Padovana, degli insegnanti delle scuole locali e dei cittadini e si è chiesto la rimozione delle titolazioni di vie ad Andrea Graziani, con la proposta di dedicare, in futuro, una via o una piazza alla memoria di Alessandro Ruffini.
Sempre durante la “ritirata di Caporetto”, sempre Graziani, fece fucilare, vicino a Schio i soldati Adalberto Bonomo, di Napoli, e Antonio Bianchi, di Gallarate perché non lo avevano salutato nel modo prescritto dal Regolamento militare.
Nel marzo 1921, a ricordo di questo comportamento sadico e spietato, la Lega proletaria di Magrè, Frazione del Comune di Schio, pose nel Cimitero una lapide con la seguente scritta:
“Vittime insanguinate di sanguinario militarista cui nè il pianto dei figli delle spose dei parenti nè i prieghi dei cittadini mossero il cuore a pietà, Bonomo Adalberto da Napoli, Bianchi Antonio da Gallarate, eroici soldati d’Italia qui caddero, lieve colpa con la vita espiando, e qui riposano. A pietoso ricordo dei fucilati a perpetua infamia dell’assassinio il popolo di Magrè pose”.
Quattro mesi dopo i Carabinieri smurarono la lapide e la sostituirono con un’altra in cui erano state tolte le prime sette righe e la terzultima, cancellando pertanto sia il riferimento alla fucilazione, considerata un “assassinio”, sia al Generale, ritenuto un ”sanguinario militarista”, ed all’infamia da lui commessa.
Tutti i fucilati, da Silvio ad Adalberto, godevano in teoria di alcuni diritti fondamentali per i loro processi, come quello di poter scegliere un avvocato di fiducia, che doveva essere un ufficiale subalterno e doveva prestare servizio nel luogo o nel reparto dove aveva sede il Tribunale.
Il difensore poteva anche essere un avvocato di fiducia scelto privatamente, ma solo gli ufficiali potevano permettersi di pagare un professionista, in genere il difensore era un ufficiale di complemento, giovane, quasi sempre un neo laureato o uno studente di giurisprudenza.
Molti avvocati svolsero la difesa in modo egregio, a volte riuscendo a salvare la vita dei loro assistiti, però, molto spesso, si limitavano a appellarsi alla ‘clemenza della Corte’, anche perché in genere non avevano il tempo di esaminare le carte processuali, specie nei processi davanti ai Tribunali straordinari.
Se l’imputato non sceglieva l’avvocato di fiducia, il comandante sceglieva un difensore di ufficio a lui gradito e la sentenza, ovviamente, era valida.
Silvio Gaetano Ortis, Basilio Matiz, Giovanni Battista Coradazzi, Angelo Primo Massaro, Alessandro Ruffini, Adalberto Bonomo fanno parte di quei 750 soldati italiani fucilati per mano amica, questi disgraziati dalla sorte fanno parte di quei 4.028 condannati a morte durante il conflitto, di cui 2.967 in contumacia, mentre solamente per 311 di loro la condanna non avvenne.
Ma questa, è un’altra storia.

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