Luigi e Gennaro – Semplicemente alpini

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Luigi e Gennaro sono persone qualunque.

Continuiamo e concludiamo questa mini serie del nostro podcast dedicata alle storie di alpini della grande guerra raccontando di altri eroi dalla penna nera, racconteremo le storie di Luigi Piglione e Gennaro Sora.

Il Tenente Colonnello Luigi Piglione era uno stratega militare, uomo di grande acume e intelligenza che seppe conciliare la carriera nel Regio Esercito sia dal punto di vista dottrinale che da quello tattico sul campo; era originario di Corsione, in provincia di Asti, dove era nato nel 1866, svolse numerosi incarichi di Stato Maggiore mettendosi immediatamente in luce per le sue doti organizzative.

Durante l’espletamento dei servizi in qualità di Aiutante Maggiore, l’allora Capitano Piglione conseguì, nel 1910, la Laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Torino e quando l’Italia entrò nel primo conflitto mondiale, con il grado di Maggiore, assunse il comando del Battaglione Alpini Saluzzo.

Dislocato in Carnia e sul Pal Piccolo, durante il primo anno di guerra, con il Battaglione ai suoi ordini ebbe il compito di tenere il tratto di fronte tra Monte Culet e Costa Cravostes, nell’esatto punto dove ormai il comando italiano si sarebbe atteso le infiltrazioni da parte degli Austriaci, tanto che: “la zona Carnia era considerata anello di congiunzione fra lo scacchiere giulio e quello trentino-cadorino ed elemento di protezione dei movimenti fra i due scacchieri”.

Un settore, quindi, di vitale importanza, sia per le forze italiane che per quelle austriache, il cui possesso avrebbe certamente agevolato le operazioni militari, ma intanto la guerra proseguiva, con un ardito colpo di mano degno delle migliori tattiche di commandos, gli Austriaci, il 13 febbraio 1916, riuscirono ad occupare l’importante cima del Monte Cukla, dalla cui sommità era possibile pianificare i successivi attacchi alle linee italiane.

Promosso in marzo al grado di Tenente Colonnello, Luigi Piglione venne incaricato di riconquistare, con i suoi Alpini del Saluzzo, la cresta che era andata perduta, iniziò così un lento approccio, che durante tutto il mese di aprile permise agli Italiani di scalare la montagna e di portarsi ad appena una cinquantina di metri dalla vetta, senza essere scorti, prima dell’assalto decisivo.

Il 4 maggio 1916 gli Austriaci contrattaccarono dispiegando sapientemente i suoi uomini, ma in trincee ricavate in poco tempo, le Penne Nere del Tenente Colonnello Piglione riuscirono a respingere l’assalto nemico.

Il tempo, a questo punto, stringeva, l’attacco alla vetta del Cukla doveva essere condotto al più presto e così avvenne sei giorni dopo, il 10 maggio e messosi alla testa dei suoi Alpini, gli uomini del Battaglione Saluzzo colsero di sorpresa il presidio nemico mezzo scosso dal fuoco dell’artiglieria italiana che presagiva l’attacco.

Luigi Piglione balzò tra i primi nella trincea avversaria, riuscendo a sbaragliare in poco tempo le forze nemiche ma venne raggiunto da una pallottola alla gamba, continuò comunque nell’assalto ma due successive raffiche di mitragliatrice, una al petto ed una in fronte, ne stroncarono l’impeto, proprio quando gli Alpini erano ormai prossimi alla conquista della cima tanto contesa.

Gli ultimi Schutzen a difesa vennero fatti prigionieri e condotti nelle retrovie, per giorni gli Italiani verranno sottoposti ad un incessante e martellante fuoco di artiglieria, ma da quel momento, il Monte Cukla restò italiano, e lo restò grazie allo slancio di Luigi Piglione, un ufficiale sempre in testa al suo reparto e mai spettatore nelle retrovie.

Un’ultima storia alpina che vi voglio raccontare ha dell’incredibile e inizia con un resoconto che potrebbe essere l’inizio di un film:

“Dal finestrino guardo il pack, vedo che si avvicina, ritengo l’urto inevitabile. Il mio istinto aviatorio si risveglia. Vedo la poppa e gli impennaggi puntati sul ghiaccio, vedo il ghiaccio che si solleva e che ci investe di traverso. Sento un immane scroscio, come di un enorme fascio di canne infranto, e poi non vedo più niente: tutto è diventato buio. Vedo il dirigibile che va via di traverso. Lo vedo in aria per la prima e ultima volta. Ne pendono numerose corde, sulla fiancata spicca la scritta Italia. Sono le 10:33 del 25 maggio”.

Così ricordava il drammatico schianto al Polo Nord Felice Trojani, il timoniere della spedizione guidata dal Generale Umberto Nobile nel 1928 a bordo del Dirigibile Italia; nello schianto sulla calotta polare dell’Artide rimase ucciso Vincenzo Pomella, motorista, mentre altri sei membri dell’equipaggio scomparvero per sempre a bordo dell’aeronave che, alleggerita dal peso della cabina di pilotaggio rimasta sui ghiacci, si alzò nuovamente in aria per continuare il volo ormai senza alcun controllo.

Quando in Italia, e nel resto del mondo, fu chiara la tragedia che era avvenuta al Polo Nord, subito si mise in moto una eccezionale catena di soccorso, Norvegesi, Russi, Americani, Finlandesi, offrirono prontamente il loro aiuto, mettendo a disposizione navi, aerei e cani da slitta attrezzati per la ricerca.

Ovviamente anche l’Italia fece la sua parte, mobilitando quegli uomini da sempre abituati ad operare tra il ghiaccio e le nevi: gli Alpini, e a capo della spedizione delle Penne Nere fu chiamato il Capitano Gennaro Sora, già eroe della Grande Guerra.

Ma chi era Gennaro Sora, da allora ricordato come l’Eroe del Polo?

Originario di Foresto Sparso, nel bergamasco, dove era nato nel 1892, quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale fece molto parlare di sé: riuscì a meritarsi ben tre Medaglie d’Argento ed una di Bronzo al Valor Militare, ottenute in successivi scontri al comando della 52a Compagnia del Battaglione Alpini Edolo.

Tra i suoi uomini, con i quali strinse un forte legame, vi era anche Cesare Battisti, che lo soprannominò Muscoletti, per la sua bassa statura e la sua forza fisica impressionante, Gennario Sora, con i suoi Alpini, operò per tutta la durata della guerra nei settori di Cima Albiolo, sul Mandrone, sul Montozzo e ai Monticelli, dove, ad una quota di oltre 2430 metri, conquistò un caposaldo austriaco il 28 maggio 1918.

E proprio per la grande esperienza acquisita durante il conflitto contro l’Austria, il Capitano Sora venne scelto per guidare una pattugli di Alpini tra il pack dell’Artide alla ricerca di Umberto Nobile e del suo equipaggio scomparso.

Giunto nell’area di ricerca con quella che passerà alla storia come la Pattuglia Artica, composta da altre otto Penne Nere, il 3 giugno 1928 Gennaro Sora decise di iniziare subito le ricerche, purtroppo infruttuose.

Soltanto tre giorni dopo, il 6 giugno, la Nave Soccorso Città di Milano riuscì a captare dei flebili segnali di soccorso, provenienti da una radio da campo miracolosamente salvatasi nello schianto.

Intanto, il giorno 17, Sora poté riprendere le ricerche, ma questa volta non c’erano più i suoi fidati Alpini, con lui, si affiancarono un ingegnere danese, Ludwig Warming, ed un conducente di cani da slitta, il norvegese Sjef Van Dongen.

In realtà, già il 13 giugno l’ufficiale italiano aveva ripreso, senza autorizzazione e rasentando l’insubordinazione, le operazioni di ricerca, ma in un secondo momento giunse l’ordine di ricerca di altri tre naufraghi in cerca di aiuto, i navigatori Filippo Zappi e Adalberto Mariano con il fisico norvegese Finn Malgrem, che si erano avventurati sui ghiacci alla ricerca anch’essi dei soccorsi.

Nella marcia, Malgrem, stremato dalla fatica e dal freddo, non sopravvisse, mentre gli altri due uomini furono in seguito tratti in salvo, intanto, Sora e Van Dongen proseguivano la ricerca, Warming desistette per la fatica rientrando alla base di partenza, ma anche per i due soccorritori rimasti i viveri iniziarono a scarseggiare.

Solo dopo 350 km percorsi tra mille difficoltà, Sora e Van Dongen vennero recuperati da due idrovolanti, era il 13 luglio 1928 e i sopravvissuti del Dirigibile Italia erano già stati recuperati dal Rompighiaccio Krassin, battente bandiera russa.

Da ricordare anche la scomparsa del più grande esploratore polare, il 18 giugno, Roald Amudesn che scomparve con il suo aereo nel Mar Glaciale Artico, nel vano tentativo di individuare la Tenda Rossa, il Generale Nobile e i suoi uomini.

La determinazione dell’ufficiale alpino, però, fu ancora più forte, si offrì, infatti, volontario per guidare una nuova spedizione per ricercare i resti del dirigibile e gli uomini dispersi.

Rientrato in Italia, venne promosso al grado di Maggiore nel 1934, in ritardo, a causa della sua insubordinazione durante i soccorsi e l’istituzione di una commissione di inchiesta sul suo comportamento.

Con l’inizio delle operazioni in Africa Orientale, che poi porteranno alla conquista dell’Etiopia, Gennaro Sora fu chiamato al comando del Battaglione Alpini Speciale Uork Amba, con compiti di presidio, protezione e polizia.

Nell’aprile 1939, durante un’operazione volta alla repressione della resistenza abissina nei confronti dei soldati italiani, il suo reparto partecipò a quello che è passato alla storia come il massacro di Gaia Zeret, nel corso del quale le forze italiane utilizzarono anche armi chimiche contro la popolazione etiope.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo trovò ancora in Africa Orientale, dove, al comando del XX Battaglione si rese protagonista della conquista del Somaliland inglese, il 12 aprile 1941; dopo la capitolazione italiana, fu fatto prigioniero dalle truppe sudafricane ed internato in un campo di prigionia in Kenya.

Liberato a fine guerra, il 12 maggio 1945, rientrò in Italia, e con le nuove Forze Armate repubblicane, e con il grado di Colonnello, fu destinato al comando del Distretto Militare di Como, nel 1949 fu stroncato da un attacco cardiaco, per tutte le Penne Nere, però, restò l’Eroe del Polo.

Ma questa, è un’altra storia.

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Vincenzo, Ubaldo e Luigi – Penne nere

S:4-E:89

Vincenzo, Ubaldo e Luigi sono persone qualunque.

Avvicinandoci verso la fine degli episodi del nostro podcast vogliamo fare un doppio omaggio al glorioso corpo degli alpini raccontando le storie di alcuni eroi delle penne nere che resero grande il nostro paese durante la prima guerra mondiale, glorioso corpo di cui ho avuto l’onore di fare parte.

Il primo episodio è dedicato a Vincenzo Albarello, Ubaldo Ingravalle e Luigi Coiralli, tre penne nere con destini diversi vissuti tutti nello stesso periodo e sotto lo stesso cappello.
Vincenzo per tutti, dopo quel 16 giugno 1915, divenne il Conquistatore del Monte Nero, espugnato con un ardito colpo di mano, condotto con appena centotrenta uomini contro un reparto ungherese che lo presidiava.

Il Capitano Vincenzo Arbarello, comandante dell’84a Compagnia del Battaglione Alpini Exilles venne insignito dal Re Vittorio Emanuele III della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia, questo Capitano, già ufficiale di provata esperienza in Libia durante la campagna militare del 1911-12, aveva già una Medaglia di Bronzo al Valor Militare al seguito del 3° Reggimento Alpini, durante le battaglie per la conquista di Derna.

Era chiaro che da lui, e dai suoi Alpini, ci si aspettava l’impossibile, anche la conquista di una cima presidiata da circa 200 ungheresi; giunto all’inizio delle ostilità dai Carpazi, già due settimane prima dell’impresa del Monte Nero, il Capitano Arbarello si rese protagonista della conquista del Monte Hotzliak, per la quale si guadagnò anche una Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Ma presto sarebbe entrato nella storia; tutto ebbe inizio quando era da poco passata la mezzanotte del 16 giugno 1915, attaccando da due diverse direttrici, le Penne Nere iniziarono l’avanzata verso la sommità del Monte Nero e le prime linee delle trincee.

Alle 02.45 la 35a Compagnia, Battaglione Susa, del Capitano Vittorio Varese iniziò la scalata del versante orientale, irrompendo d’assalto nel presidio nemico posto a Quota 2133, catturandone i difensori.

Ma fu l’altro versante quello determinante, dove il Capitano Arbarello alla testa di un plotone si slanciò sulla cima, ingaggiando un furioso combattimento corpo a corpo dove le baionette di entrambi gli eserciti scintillavano sotto i bagliori delle esplosioni.

Quando giunse l’alba, la bandiera italiana sventolava sulla cima di Quota 2245 conquistata e già si rincorrevano le voci dell’eroismo degli Alpini al comando di Vincenzo Arbarello così, promosso Maggiore, Arbarello continuò a combattere nella zona di Tolmino dove, il 16 agosto seguente, rimase ferito.

Tornò nuovamente in linea e raggiunse, tra il marzo e l’aprile 1917, le Alpi Carniche, dove impiantò a Casera Turrié il proprio posto di comando, ma qui, il 2 aprile, lo colse la morte, assieme ad altri quindici Alpini.

Non un colpo di fucile ma una valanga staccatasi dalla cima travolse gli acquartieramenti italiani, uccidendo le Penne Nere e quando giunsero i soccorsi, dopo estenuanti ore di lavoro al gelo, i corpi vennero estratti dal ghiaccio.

Accanto al suo corpo venne rinvenuto un biglietto, scritto di suo pugno, una sorta di testamento spirituale visto l’approssimarsi della fine: “Credevo di morire diversamente: ho cercato di aiutare il mio Tenente Botasso in tutti i modi ma inutilmente: muoio asfissiato nel nome d’Italia“.

Spesso le storie migliori da raccontare sono quelle custodite all’interno di casa nostra, qualche fotografia, qualche lettera ingiallita e qualche cimelio, la storia di un altro alpino, in questo caso, nasce così, per caso.

Sergio Boem ripercorre, infatti, una storia privata, familiare, quella del nonno materno Ubaldo Ingravalle, intrecciandola con la storia nazionale condivisa da un’intera generazioni di giovani, la Prima Guerra Mondiale.

L’anziano parente, a partire dal 1916, servì come Tenente e poi come Capitano nel Battaglione Val Camonica, uno dei reparti costituenti il 5° Reggimento Alpini, tra i più attivi fin dallo scoppio delle ostilità.

Il giovane Tenente Ingravalle giunse al fronte nel marzo 1916, fresco di Accademia Militare, lungo la linea del Monte Rombon, sebbene già duramente provato da un anno di guerra, a maggio, il Val Camonica prese parte a duri scontri per la conquista dei settori e delle trincee austriache prima di vedere concesso un periodo di riposo.

Fin dall’inizio, quindi, Ubaldo Ingravalle ebbe il duro impatto della vita di trincea, della guerra e dei bombardamenti austriaci, uniti agli assalti contro le pendici dei monti dove erano asserragliati gli Austriaci.

Nel corso del conflitto Ingravalle si meritò anche una Medaglia di Bronzo al Valor Militare quando, il 21 novembre 1917, in Località Fontanasecca, dopo aver resistito a costo di gravissime perdite, difatti il Val Camonica perse oltre 450 uomini, messosi alla testa di un piccolo gruppo di Alpini riuscì comunque ad arginare un assalto austriaco.

Il racconto incontra presto le vicende di migliaia di richiamati nel Battaglione Val Camonica tutti con un’età elevata, spesso sopra i quarant’anni di età, padri e mariti delle alte valli della Lombardia prima, e di tutta Italia poi.

Non dovevano in realtà combattere in prima linea ma quel vorace conflitto li vide schierati prima al Tonale, poi sul lontano Rombon e infine macellati nella prima difesa del Monte Grappa nel 1917 dove il Reparto venne annientato e ricostruito due volte, li definirono così “dimenticati”.

Tra i tanti alpini medagliati c’è anche un uomo, una persona qualunque, che si guadagnò una Medaglia d’Argento al Valor Militare quando, in qualità di Capitano dell’8° Reggimento Alpini, Luigi Coralli si distinse a fine marzo 1916 nei combattimenti sul Freikofel.

Attaccando una posizione austriaca conduceva i propri uomini in un attacco fulmineo, riuscendo ad occupare rapidamente la postazione nemica, una guerra, quella combattuta sulle alte cime delle Alpi Carniche, che vide i due contendenti sfidare un nemico comune e molto più letale: la neve e le valanghe.

L’allora Capitano Coralli era giunto su quelle vette dopo essere passato dall’Arma di Fanteria, destinato come Sottotenente presso il 29° Reggimento Fanteria, Brigata Pisa, ma due anni dopo il suo servizio in Fanteria, nel 1910, transitò tra le Penne Nere dove lo scoppio della Grande Guerra lo trovò assegnato all’8° Reggimento.

Trasferito nel settore della Carnia, Luigi Coralli prese parte a numerosi cicli di operazioni, conducendo quegli arditi colpi di mano tra le vette innevate che, il 26 marzo 1916, lo porteranno a ricevere la Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Rimase in linea nello stesso settore fino alla promozione a Maggiore, avvenuta nel febbraio 1917, quando dagli Alpini transitò nuovamente alla Fanteria e assunse il comando di un Battaglione del 68° Reggimento ma passarono pochi mesi e, a seguito dell’offensiva di Caporetto che portò numerosi reparti a sciogliersi, venne nuovamente trasferito presso la Brigata Cremona, 21° Fanteria.

Assumendo il comando del II° Battaglione, il Maggiore Coralli si distinse ancora una volta nei combattimenti lungo la linea del Piave e, in seguito, sul Monte Grappa e sul Monte Pertica.

Iniziata l’offensiva nel giugno 1918, la battaglia che in seguito Gabriele d’Annunzio definirà “del Solstizio”, i Fanti della Brigata Cremona vennero investiti in pieno dalle fanterie nemiche lungo l’intera linea Asiago-Grappa-Piave.

Il Battaglione di Coralli rischiò di essere aggirato e accerchiato, con gli Austro-Ungarici intenzionati ad aprirsi un varco per dilagare nella pianura, nella giornata del 15 giugno, il Maggiore Coralli si mise alla testa dei suoi uomini per contrastare l’avanzata nemica, guidando lui stesso i contrattacchi, ma cadde colpito da una scarica di fucile mentre infuriava la lotta.

Dell’8° Reggimento faceva parte anche Gian Luigi Zucchi, classe 1900, che non aveva ancora compiuti i diciotto anni di età quando cadde, sul Monte Grappa, trafitto da una baionetta austriaca.

Alpino del Battaglione Cividale, lasciò gli studi chiedendo di essere arruolato, nonostante la giovane età, in lui, vi era la volontà di seguire le orme del fratello Giuseppe, Caporale del 2° Reggimento Granatieri, caduto in combattimento sul Monte San Michele il 10 agosto 1916 durante la battaglia per Gorizia.

Arruolato nonostante tutto, divenne una Penna Nera e con gli Alpini, Gian Luigi Zucchi, prenderà parte alle ultime operazioni di guerra dell’anno 1917, dove gli Italiani riuscirono a contenere l’avanzata austriaca conseguente alla rottura del fronte presso Caporetto, sebbene al costo di perdite ingentissime.

L’8° Reggimento, infatti, nell’ottobre 1917 si trovava schierato nel Trentino Orientale, venendo investito in pieno dall’offensiva austro-tedesca; ripiegando sotto l’incalzare delle truppe nemiche, il Battaglione Cividale si attestò sulle cime del Monte Solarolo e del Monte Grappa, per poi essere prontamente ritirato dalla prima linea del fronte e inviato nelle retrovie, a causa delle gravi perdite, così da riorganizzarsi e attendere i rimpiazzi.

Poi venne la battaglia che consacrò Gian Luigi Zucchi, diciassette anni, tra gli Eroi decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare, fu durante un assalto che il giovane Alpino, quando la linea italiana stava per cedere, balzò nuovamente al contrassalto, incoraggiando i veci che, vedendo il suo esempio, lo seguirono.

Improvvisamente, Gian Luigi Zucchi fu visto cadere a terra, era stato infilzato da una baionetta austriaca, dopo che con il suo corpo aveva fatto da scudo al suo superiore che stava per essere sopraffatto.

Ma questa, è un’altra storia.

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Carlo Mazzoli – Il Garibaldi d’altura

S:2-Ep:42

Carlo Mazzoli è una persona qualunque.

Carlo era nato a Cesena, in Provincia di Forlì, il 31 agosto 1879 ed era il fiero ed irrequieto nipote di Felice Orsini, uno scrittore e rivoluzionario italiano, noto per aver causato una strage il 14 gennaio 1858, nel tentativo di assassinare l’imperatore francese Napoleone III.

Felice Orsini era un anticlericale e mazziniano convinto, fu un acceso sostenitore dell’indipendenza della sua terra d’origine, la Romagna, dal dominio dello Stato Pontificio, aveva gettato rudimentali ordigni esplosivi contro la carrozza di Napoleone III, i francesi lo arrestarono e ghigliottinarono il 13 marzo del 1858 e sua sorella era la madre del nostro Carlo Mazzoli che nel 1899 iniziava la vita militare come allievo sergente, diventerà caporale, poi caporal maggiore, quindi Sergente nel 1901 per il Regio Esercito Italiano.

Farà anche il furiere prima di diventare allievo alla Scuola Militare, le sue parole fin da subito furono chiare su ciò che voleva diventare: “A ventidue anni mi sono dato all’Italia. Vivo di essa e per essa, indifferente a tutte le gioie ed a tutti i dolori della vita”.

Al termine del corso con il grado di Sottotenente venne assegnato, nel settembre 1905, in servizio di prima nomina nei Granatieri e, pochi mesi dopo, transitò negli Alpini assegnato al Battaglione “Edolo” del 5° Reggimento Alpini.

Con questo reparto partecipò dall’ottobre 1911, come Tenente fresco di nomina, alla campagna di Libia dove si distinse nei combattimenti di Derna Ridotta Lombardia dell’11 e 12 febbraio 1912 guadagnando subito una prima medaglia d’argento, ed in quelli successivi del 17 settembre in località “Rudero” e dell’8-10 ottobre a Bu Msafer, guadagnando due medaglie di bronzo trasformate poi in Argento.

Forti nuclei turco-arabi attaccarono un battaglione del 35º Reggimento fanteria italiano inviato con compiti di sorveglianza nei dintorni della ridotta “Lombardia” dislocato nei pressi della testata del Bu Msafer; dopo un breve combattimento il battaglione riuscì a scacciare gli assalitori con ripetuti assalti alla baionetta.

Ma l’azione nemica non fu solitaria, nella stessa mattinata, verso le 11:00, le truppe turco-arabe con forze considerevoli, stimate in circa 10.000 uomini, ripresero l’offensiva tentando di accerchiare il battaglione: il tentativo fu vanificato dal pronto accorrere dei soccorsi provenienti da Derna, costituiti da un altro battaglione del 35º e da uno del 26º e dal battaglione alpini “Edolo” con il nostro Carlo Mazzoli rinforzato con elementi dei battaglioni alpini “Ivrea” e “Verona” e da una batteria da montagna.

Le forze sopraggiunte, attaccando sulla sinistra, riuscirono prima a respingere e poi a far retrocedere le forze rivali che si attestarono combattendo in un vallone situato nella zona dell’Uadi Msafer dove si organizzarono a difesa, le perdite da parte italiana furono di 8 ufficiali morti e 57 uomini di truppa, feriti 13 ufficiali e 164 soldati, ma la stima delle perdite da parte turca si aggirò su circa 800 uomini.

Con la conclusione della guerra italo-turca, dal gennaio 1913 venne inviato in Albania quale componente della commissione internazionale per la riorganizzazione di quello Stato, ma visto l’imminente ingresso nella prima guerra mondiale dell’Italia, fu richiamato in patria nel gennaio 1915, venne promosso Capitano e transitò nell’8° Rgt. Alpini.

La grande guerra iniziò e gli venne affidato il comando della 97ª compagnia del Btg. “Gemona”, la “compagnia dei Briganti” e venne inviato a presidiare la Val Dogna in Carnia, il motto della 97ª era “Mai daùr”, “Mai indietro” e motto più azzeccato per Carlo Mazzoli non esisteva.

Prestante nel fisico, al pari degli alpini friulani che componevano quasi esclusivamente la compagnia, aveva un forte ascendente sui suoi uomini che guidava nelle varie azioni ponendosi sempre alla testa, ai soldati piaceva anche la sua spregiudicatezza e l’anticonformismo, per esempio, attribuiva il soldo e le licenze in base al merito effettivo e non al diritto formale.

Spesso li comandava in pattuglia di notte nelle retrovie per razziare legname o altro materiale al comando del proprio Genio italiano, “sordo” alle richieste del loro fabbisogno, non mancarono giovani ufficiali subalterni che abbreviarono la licenza a casa per tornare al fronte al suo fianco.

Per il suo aspetto decisamente anticonformista, portava i capelli lunghi fino alle spalle e una folta barba, fu presto soprannominato il Garibaldi della Val Dogne, lui raccontava di essere stato autorizzato dal Re in persona a portarli e nessuno sentì mai la necessità di smentirlo o di controllare se quello che dicesse fosse realmente vero.

Usava i suoi lunghi capelli per cercare di nascondere le cicatrici che portava come ricordo delle battaglie fatte in Libia, altra sua caratteristica era quella di attorniarsi di grossi cani che personalmente addestrava a varie mansioni e che conduceva all’attacco.

Determinante il suo apporto per la scaltrezza ed impiego tattico della compagnia nella battaglia del 18 e 19 ottobre che portò alla conquista del Mittagskofel, in quell’occasione una bomba lo abbatté procurandogli ben tredici ferite, subito lo dettero per morto, ma aveva la pelle dura e si salvò.

Raccolto con delle coperte dai suoi e portato al vicino ospedale da campo, dopo tre mesi, contro ogni più rosea previsione, fu di nuovo in piedi e venne promosso al grado di Maggiore per meriti di guerra.

La promozione però, con suo grande rammarico, lo allontanò dagli alpini in quanto destinato al comando di un battaglione di fanteria della Brigata Cuneo, comandata a sua volta dal colonnello BADOGLIO, teatro di battaglia furono le quote di Selz a Gorizia.

L’offensiva porterà all’occupazione di parte di una trincea nemica dislocata in prossimità del valloncello di Selz, vicino all’attuale Ronchi dei Legionari sul fronte carsico, un’azione durante la quale il reggimento perderà 250 uomini, 19 di questi erano ufficiali.

Anche qui si distinse per l’audacia ed i vittoriosi risultati e fu decorato con un’altra medaglia d’argento, i comandi austriaci che cercarono caparbiamente con ripetuti attacchi di riconquistare le posizioni perdute, sempre tenacemente respinti, lo soprannominarono “il diavolo” e posero una taglia per la sua cattura.

Verrà poi chiamato il 1 Febbraio 1917 dal Generale Barco, suo Comandante in Libia, a comandare il battaglione “Val d’Orco” del 4° Rgt. Alpini, doveva ricostituire lo spirito del Battaglione fortemente provato dai combattimenti della zona del Monte Nero, cima duramente conquistata il 16 giugno 1915 ma ripetutamente sotto attacco nemico per la riconquista.

Assegnato alla difesa di Val Zebrù a Capanna Milano (m. 2877) si rese ben presto protagonista di quella “guerra bianca” d’alta quota che lo vide quale principale stratega nei successivi venti mesi di guerra.

Resosi subito conto di essere si alpino ma non alpinista, nel senso tecnico della definizione che comprende anche la necessità legata al teatro di battaglia, affrontò subito un duro addestramento con gli scalatori arditi di Val Zebrù.

Per risparmiare estenuanti fatiche ai suoi alpini organizzò per primo una “corvè” di asini per il traino di slitte con viveri e munizioni, ben presto però furono sostituiti con migliori risultati dai suoi grossi cani che personalmente addestrava.

Questa sua idea, raccolta dallo Stato Maggiore dell’Esercito, portò ad istituire un “reclutamento” di cani da slitta inviati prima presso i canili militari per l’addestramento, il più importante era a Bologna, quindi assegnati ai reparti alpini “cagnari”.

Nel maggio 1917 dopo accurato studio e preparazione, si rese protagonista dell’azione di conquista della quota a m. 3800 di cima Königspitze, a pochi metri dagli austriaci, quota che rimane la più alta occupazione dell’esercito italiano raggiunta per “via ordinaria”.

Ai primi di settembre guidò la riconquista della strategica quota 3555 di Punta Trafoier, strappata agli alpini qualche giorno prima, con lo stratagemma usato dal nemico di una galleria di circa 1400 metri scavata nel ghiaccio.

Sorpreso dal metodo insidioso e nuovo usato dall’oppositore, decise subito per il contrattacco, scegliendo però lo scontro diretto frontale, l’azione riuscì e molti furono i decorati, escluso il comandante.

Promosso Tenente Colonnello nel gennaio 1918, si rese ancora protagonista di altre impegnative azioni per la conquista definitiva dell’intero gruppo Ortles, Zebrù, Cevedale, San Matteo.

Con la conclusione della guerra e la resa austriaca del 4 novembre 1918, venne nominato nella Commissione istituita per definire i nuovi confini dell’Italia e nel 1920, conclusi i lavori della Commissione italo-austriaca, venne assegnato in servizio al Comando del 2° Rgt. Alpini.

Insofferente alla vita di caserma, amante com’era degli spazi aperti, pochi mesi dopo chiese ed ottenne di partire per la Cirenaica con l’incarico di consulente militare.

Si sposerà con Rimpatrio nel 1926 per fine missione, al termine della licenza però, chiese di ritornare ancora in colonia dove assunse il comando di un reparto di polizia militare con compiti di scorta armata alle carovane dei coloni italiani.

Ma dalla inquieta Cirenaica il 10 giugno 1928, una lunga lettera del Cappellano militare padre Ezechiele Frambrosi inviata a Cesena a don Giuseppe Mazzoli, allora parroco di San Rocco, chiudeva con questa affermazione: “Si consoli, Rev.mo Signore, il colonnello Mazzoli è in Paradiso“.

Un’affermazione cristianamente importante che leniva un grande dolore per una notizia drammatica, giunta improvvisa da quel lontano lembo d’Africa, Carlo, il fratello maggiore del sacerdote, di appena 49 anni, era deceduto nell’ospedale di Bengasi per un’infezione da tifo contratta per aver bevuto acqua inquinata in un’oasi del Fezzan.

La salma riportata in Italia ed onorata con solenni funerali alla presenza delle massime autorità cittadine e reparti in armi, venne tumulata nel cimitero di Cesena.

Sul fronte delle più alte vette delle nostre Alpi dove eccelsero i suoi valori di uomo e di soldato, la eco del colonnello Carlo Mazzoli tramandata come leggenda, é ancor viva oggi dopo oltre un secolo trascorso, in quelle popolazioni d’altitudine dove il vento delle grandi montagne che sovrastano, lambendo altissime cime innevate, creste vertiginose, pareti inaccessibili, oscure forre e ghiacciai, continua a spolverare memorie su memorie di eroismi e di umanità profonda.

Ma questa, è un’altra storia.

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