Il maggiore Melchiorri – Ufficiali fucilatori

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Il maggiore Melchiorri è una persona qualunque.

Con questo primo episodio apriamo una serie di 3 racconti espressamente dedicati agli ufficiali italiani che ebbero meno pietà per i propri uomini piuttosto che per i nemici, gente senza scrupoli che, protetti dalla divisa da ufficiale e dal loro comandante supremo, Cadorna, tolsero vite a innocenti partiti con il solo scopo di difendere i confini italiani.

«Beati quelli che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere. Beati quelli che hanno venti anni, una mente casta, un corpo temprato, una madre animosa», e ancora «Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte ricoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia».

Chi pronunciava questa sequenza di beati non fu un prete, bensì, Gabriele D’Annunzio, ‘sacerdote’ officiante dell’interventismo, movimento che raggruppava coloro che sostenevano l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria nel corso della Prima guerra mondiale.

Di lì a poco saranno loro, gli interventisti, ad avere la meglio sui cosiddetti neutralisti, che invece volevano tenere fuori l’Italia dal conflitto e che, un dettaglio non trascurabile, avevano la maggioranza alla Camera.

Quando D’Annunzio pronunciava la serie di ‘Beati’ di fronte a ventimila persone era il 5 maggio del 1915, la Prima guerra mondiale era scoppiata da quasi un anno e il poeta si trovava a Quarto, dov’era stato invitato per pronunciare un’orazione in occasione dell’inaugurazione del monumento ai Mille di Garibaldi, partiti cinquantacinque anni prima proprio da quello scoglio verso la Sicilia.

Fra i non ritornanti vi saranno pure 750 disgraziati dalla sorte, falciati non dalla mitraglia austriaca o dal piombo tedesco, bensì dal fuoco esploso dai plotoni d’esecuzione formati dai loro stessi commilitoni; la mano amica, la fucilazione e il processo sommario per atti d’indisciplina saranno un fenomeno che investirà tutti gli eserciti combattenti, sia fra le armate degli imperi centrali che fra quelle dell’Intesa.

L’eco delle parole di D’Annunzio pronunciate a Quarto non si erano ancora spente e neppure era stata ancora consegnata la dichiarazione di guerra all’impero Austro-Ungarico che già il generale Luigi Cadorna, capo di stato maggiore del regio esercito, predisponeva delle rigide misure interne affinché fosse fatta rispettare la disciplina a qualunque costo.

Per la verità era dal 1914 che il generalissimo o ‘sua eccellenza’, come Cadorna era chiamato, si adoperava per ripristinare la disciplina in seno alla forza armata, a detta sua «la più urgente necessità fra tutte le deficienze del nostro esercito».

L’esercito assunse dimensioni colossali, l’Italia arrivò a mobilitare circa cinque milioni e seicento mila uomini, gestire simili numeri richiedeva, probabilmente, doti totalmente nuove, come flessibilità e considerazione dell’aspetto psicologico dei combattenti.

Chi ci segue sa che abbiamo già parlato sia di Cadorna che della decimazione, ovvero la pratica di fucilare un soldato scelto a caso ogni dieci, ma sulla questione del mantenimento della disciplina, il generalissimo ricordava agli ufficiali la necessità di dare l’esempio alla truppa in ogni circostanza.

Era la politica della tolleranza zero che doveva essere applicata alla truppa ma anche agli ufficiali stessi, «Nessuna tolleranza mai, per nessun motivo, sia lasciata impunita – scriveva Cadorna – la si colpisca anzi, con rigore esemplare, alla radice, appena si manifesti, sia qualunque il grado e la posizione di chi tolleri».

Il 19 maggio 1915, il capo supremo dell’esercito interveniva con una circolare in merito alla pratica dell’autolesionismo: decine di soldati infatti s’infliggevano appositamente delle ferite per non essere inviati in prima linea, li definiva «Ignobili simulatori» contro i quali gli ufficiali medici dovevano usare immediatamente tutto il rigore delle disposizioni disciplinari e penali.

L’Italia era in guerra soltanto da pochi mesi che dal ‘comandissimo’, epiteto dell’epoca per definire il comando supremo retto da Cadorna, il 28 settembre 1915 arrivava ai vari comandi in linea una nuova disposizione sulla disciplina; Carabinieri e ufficiali erano autorizzati a punire tramite esecuzione sommaria i soldati che abbandonavano la linea.

«Il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti ed i vigliacchi – ribadiva Cadorna –, chi tenti ignominiosamente di arrendersi o di retrocedere, sarà raggiunto, prima che si infami, dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti o da quello dei carabinieri».

L’attuazione della disciplina ‘cadorniana’ contemplava molteplici casistiche, per chiunque riusciva, infatti, a sfuggire a questa «salutare giustizia sommaria, subentrerà, inesorabile, esemplare, immediata, quella dei tribunali militari».

Per quei ‘fortunati’ che invece disertavano e riuscivano ad arrendersi indenni al nemico, c’era l’immediato processo in contumacia, e a guerra finita, li aspettava l’esecuzione, mentre il conflitto proseguiva e divorava mese dopo mese, assalto dopo assalto, le vite dei soldati, gli strali di Cadorna aumentano.

Il codice penale militare in vigore nel corso del primo conflitto mondiale nel Regio Esercito italiano risaliva al 15 febbraio 1870 e riproduceva con lievi modificazioni quello dell’esercito sardo dell’ottobre 1859; si calcola che, durante la grande guerra, i giudici militari francesi abbiano ordinato 675 fucilazioni, gli inglesi 330, gli italiani, con un anno di guerra in meno degli altri, 750; numeri rilevanti, che tuttavia non tengono conto delle numerosissime esecuzioni sommarie volte a reprimere gli ammutinamenti e le diserzioni; per molto tempo, infatti, venne cancellato ogni ricordo dei cadaveri lasciati volontariamente insepolti come monito per le truppe che continuavano a combattere.

Eppure, non mancavano gli atti di valore e di eroismo fra i soldati italiani, Cadorna era convintissimo che lui non sbagliava mai e la colpa, se le cose non andavano secondo i suoi piani, era di chi non aveva saputo credere nella vittoria della battaglia, dal graduato più alto sino al miserabile che la morte la vedeva e la viveva nel fango della trincea e la sentiva nelle sue orecchie quando gli fischiavano sopra la testa i proiettili austriaci.

Ma la verità era un’altra, i soldati, come anche negli eserciti degli altri contendenti, erano stanchi di questa guerra logorante, ma soprattutto di essere mandati al massacro con azioni fuori da ogni logica, tipo assalti frontali alla baionetta contro mitragliatrici, oppure il divieto assoluto di retrocedere dalle posizioni se non quando le perdite ammontavano a non meno dei tre quarti degli effettivi.

Quando l’ottusità del comando supremo si trasformava in attacchi insensati, revoca di licenze, ritardi nel concedere il cambio ai reggimenti in prima linea, che implicava la drastica riduzione delle possibilità di sopravvivere, o peggio ancora richiamare in linea le truppe a cui era stato appena concesso il sospirato riposo, l’esasperazione dei soldati sfociava in aperta ribellione.

Ma chi si ammutinava, chi insorgeva, si ritrovava con una scarica di piombo alla schiena, falciato dalla “mano amica”, come nel marzo 1917, quando per la brigata Ravenna finalmente giunse il cambio dopo ben cinque mesi in linea.

Passarono appena quarantotto ore che arrivò il contrordine, tornare in linea! Fra l’incredulità e la rabbia i soldati esplosero: «Abbasso la guerra! Vogliamo il riposo! Morte agli imboscati!».

Col passare delle ore la situazione si normalizzò, così il mattino successivo la Ravenna marciò verso la prima linea, gli ufficiali minimizzarono nei loro rapporti l’accaduto ma ciò che era avvenuto era, per il generalissimo, intollerabile.

La punizione doveva essere immediata, e siccome i colpevoli non saltarono fuori, si estrasse a sorte diversi uomini, quattro furono fucilati il primo giorno, poi l’estrazione continuò per una settimana, alla fine moriranno in venti.

Fra questi cadde anche un volontario, un italiano emigrato che era venuto dall’America, si era distinto in battaglia ed era stato decorato di medaglia d’argento, se fosse rimasto oltreoceano non lo avrebbero neppure considerato come renitente alla leva, altro pesante reato.

Poco prima che il plotone facesse fuoco, il povero milite urlò coprendosi la ferita riportata in combattimento: «Non colpite qui. Non voglio che un proiettile italiano mi trafigga il segno del valore».

Ma accanto a questi ‘slanci’ d’amore patriottico, furono più le imprecazioni e l’umanissima disperazione che accompagnò i condannati di fronte al plotone, la disciplina ‘cadorniana’ si fece sentire anche sotto le bombe, come il 10 giugno 1917, quando cominciò la battaglia sul monte Ortigara.

Altra cima e altra impronunciabile cifra di 25mila caduti in azione, da ore, quella mattina, le artiglierie italiane battevano contro le linee austriache, ma il tiro era troppo corto e colpì i fanti della brigata Sassari schierati in attesa di balzare fuori dalle loro posizioni contro i munitissimi trinceramenti nemici.

Una compagnia si ricoverò all’interno di una galleria in attesa della venuta dell’ordine di attacco, i tiri d’artiglieria, però, centrarono l’imboccatura uccidendo dei soldati, all’interno ci fu il panico.

Scriveva Emilio Lussu, ufficiale della Sassari: «Ai soldati sembrava che la volta dovesse crollare e schiacciarli tutti e gridavano – Fuori! Fuori!», gli ordini però furono tassativi, il maggiore Melchiorri urlò che nessuno poteva uscire allo scoperto prima dell’ora fissata per l’assalto.

Ma quando nuovi colpi dell’artiglieria colpirono la caverna, i soldati uscirono all’aperto e si riallinearono in una zona più riparata, Melchiorri, sotto l’effetto di un’intera bottiglia di cognac, si convinse che fosse in corso un ammutinamento e immediatamente ordinò la fucilazione con procedimento eccezionale.

Venti soldati furono scelti col metodo della ‘decimazione’, così senza alcuna logica, fu semplicemente la sorta a decidere chi poteva vivere e chi no, a nulla servirono le rimostranze del capitano Fiorelli, comandante un’altra compagnia, Melchiorri, infatti, gli urlò contro che lui si avvaleva delle circolari di sua eccellenza Cadorna.

La scelta fu compiuta, i venti disgraziati furono allineati di fronte al plotone che fece fuoco, ma spararono in alto, «L’ira del maggiore esplose, ebbe il tempo di sparare tre colpi, il capitano Fiorelli estrasse la pistola – Signor maggiore lei è pazzo!

Il plotone d’esecuzione, senza un ordine, puntò sul maggiore e fece fuoco, il maggiore si rovesciò crivellato di colpi», per una volta la giustizia sommaria cadorniana si ritorse contro colui che credeva di poter far tutto dei suoi uomini.

Ma questa, è un’altra storia.

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Luigi Cadorna – La disfatta di Caporetto

S:2-Ep:49

Luigi Cadorna è una persona qualunque.

Luigi nasce a Pallanza il 4 settembre 1850, figlio di Raffaele Cadorna, a sua volta un generale e politico italiano che fu al servizio prima del Regno di Sardegna e poi del Regno d’Italia.

La sua carriera militare parte nel 1860 quando fu avviato dal padre agli studi militari: dapprima alla Scuola militare “Teulié” di Milano e cinque anni dopo all’Accademia Reale di Torino, poi ammesso come allievo nella neonata Scuola di Guerra di Torino venendo nominato sottotenente nell’arma d’artiglieria nel 1868.

Capitano nel 1880, nel 1883 venne promosso al grado di maggiore e assegnato allo Stato Maggiore del Corpo d’armata del generale Pianell, assunse la carica di capo di Stato Maggiore del comando divisionale di Verona e nel 1892 venne promosso colonnello, ottenne il primo incarico operativo in qualità di comandante del 10º Reggimento bersaglieri, mettendosi in evidenza per la sua rigorosa interpretazione della disciplina militare e per il frequente ricorso a dure sanzioni che gli costeranno anche richiami scritti dai suoi superiori.

Nel 1896, abbandonati gli incarichi operativi, assunse la carica di capo di Stato Maggiore del Corpo d’armata di Firenze; durante la licenza del Comandante Gen. Morra, nel 1898, con la promozione a tenente generale, entrò a far parte della ristretta cerchia degli alti ufficiali dell’esercito.

Nel 1905 assunse il comando della divisione militare di Ancona e nel 1907 fu a capo della divisione militare di Napoli con il grado di tenente generale, giungendo infine ai massimi vertici delle forze armate, nello stesso anno venne fatto per la prima volta il suo nome come possibile successore del generale Tancredi Saletta, che godeva di pessima salute, alla suprema carica di capo di Stato Maggiore dell’esercito.

Divenne capo di Stato maggiore generale nel 1914, dopo l’improvvisa morte del generale Alberto Pollio con cui aveva sempre avuto scontri diplomatici in passato, e diresse le operazioni del Regio Esercito nella prima guerra mondiale dall’entrata dell’Italia nel conflitto, il 24 maggio 1915, fino alla disfatta di Caporetto.

Secondo quanto previsto dal trattato della Triplice Alleanza, Cadorna cominciò a organizzare l’esercito per l’intervento contro la Francia, a causa della assoluta mancanza di comunicazioni tra politici e militari non fu informato del fatto che il governo stava studiando la possibilità di abbandonare i suoi attuali alleati.

Il 31 luglio, lo stesso giorno in cui il gabinetto decise la neutralità, Cadorna inviò al Re il suo piano di guerra che contemplava lo spiegamento di un intero corpo d’armata a fianco della Germania contro i francesi, piano che venne approvato da Vittorio Emanuele il 2 agosto, mentre contemporaneamente veniva proclamata la neutralità.

La confusionaria situazione politica non mise nessuno in allerta sulle prese di posizione del Capo dello Stato Maggiore dell’esercito, che nell’arco di poche ore in base agli accadimenti politici erano radicalmente cambiate, sempre senza nessuna valutazione delle proprie forze in campo.

Agli inizi di ottobre del 1914, Cadorna incarica il generale Vittorio Zupelli di preparare l’esercito ad una guerra ormai prossima, nelle intenzioni di Zupelli vi era il disegno di rendere operativi e armati, entro la tarda primavere del 1915, 1.400.000 uomini.

Dopo le prime disposizioni per una mobilitazione parziale segreta il 23 aprile, il 4 maggio con l’uscita dell’Italia dalla triplice Alleanza viene avviata la mobilitazione generale nella prospettiva di scendere in guerra contro l’Austria-Ungheria entro il giorno 26 dello stesso mese.

Cadorna così formò e armò un grande esercito, facendo anche costruire numerosi tracciati per rifornirlo di uomini e mezzi, tra cui la strada Cadorna, non ebbe però modo di comprenderne appieno tutti i punti di forza e debolezza, e concepì in termini quasi assoluti il proprio comando, ispirandosi a principi di rigidità e dura disciplina.

L’avvio delle operazioni militari si ebbe il 23 maggio, le forze in campo di Cadorna erano impressionanti, 35 divisioni di fanteria, 9 divisioni di milizia territoriale, 4 divisioni a cavallo e una divisione di fanteria speciale dei Bersaglieri, 52 battaglioni di Alpini,14 battaglioni di genieri, diversi battaglioni di Carabinieri e Guardie di finanza, l’artiglieria contava 467 batterie e quasi 2000 pezzi tra cannoni e obici.

Secondo i piani di Cadorna la 2ª e la 3ª armata avrebbero sfondato facilmente le deboli difese austriache per poi avanzare rapidamente verso Lubiana e da qui minacciare direttamente Vienna.

Le forze vennero fatte avanzare lentamente verso il corso dell’Isonzo contro una debole resistenza subito dopo il confine, ma dopo alcuni scacchi iniziali, costati pesanti perdite, il 16 giugno il Monte Nero venne conquistato da un fulmineo assalto di sei battaglioni di alpini mentre le restanti vette rimasero in mano austriaca.

Il comportamento dei generali comandanti delle grandi unità non fu all’altezza della situazione: l’avanzata fu condotta con troppa cautela, tanto che Cadorna destituì il comandante della cavalleria, d’altro canto Cadorna pensava che buona parte dei generali, selezionati durante il tempo di pace, fossero inadatti alle esigenze belliche.

A ciò aggiunse un elevato senso del dovere che tutto sacrificava all’ottenimento della vittoria, in quest’ottica, pur non mancando di alcune intuizioni tattico-strategiche, fu essenzialmente un convinto sostenitore dell’assalto frontale a oltranza per mettere a dura prova il nemico asburgico, nonostante ciò comportasse perdite enormi di uomini anche per l’esercito italiano.

Di conseguenza, per oltre due anni continuò a sferrare durissime e sanguinose “spallate” contro le munite linee difensive austro-ungariche sull’Isonzo e sul Carso, ottenendo modesti risultati di avanzamento territoriale.

Nel 1916 ottenne successi più consistenti, quando l’esercito italiano, grazie alla superiore logistica, arrestò l’offensiva degli Altipiani e riuscì ad occupare Gorizia, sull’onda di questi eventi, Cadorna accentrò ancor di più nelle sue mani la condotta della guerra e inasprì la sua fermezza.

In particolare introdusse tramite ordinanza, nel novembre, il ricorso alla decimazione, pratica risalente all’antica Roma e assolutamente non prevista dal codice penale militare, atto che fu disapprovato con fermezza anche dalla Commissione d’inchiesta di Caporetto che la definì un «provvedimento selvaggio, che nulla può giustificare».

La decimazione era uno strumento estremo di disciplina militare inflitto ad interi reparti degli eserciti per punire ammutinamenti o atti di codardia, uccidendo un soldato a caso ogni dieci contati, la parola deriva dal latino decimatio che significava “eliminare uno ogni dieci”.

Le battaglie del 1917 logorarono ulteriormente il fronte austriaco, ma il crescendo di ingenti perdite, spietata disciplina, ed eccessiva rigidità imposta alle sue truppe, contribuì con altri fattori al drammatico crollo di Caporetto, frutto dell’offensiva austro-tedesca del 24 ottobre, che lo colse di sorpresa e costrinse l’esercito a battere in ritirata fino alla linea del Piave.

L’uscita della Russia dalla guerra a seguito della rivoluzione bolscevica cambiò la situazione strategica liberando ingenti forze tedesche che, dopo due mesi di addestramento e allenamento in Slovenia alla tecnica dell’infiltrazione, furono indirizzate contro il fronte italiano allo scopo di sollevare l’Austria da una situazione vicina al collasso.

Di conseguenza Cadorna ordinò la difesa a oltranza che comportava lo scaglionamento in profondità delle artiglierie e delle truppe allo scopo di sottrarle alla prevista violenta preparazione dell’artiglieria nemica, ma questi ordini non vennero eseguiti dal comandante della seconda armata che aveva erroneamente valutato le sue forze alla pari di quelle avversarie.

Sul fronte dell’Isonzo, Cadorna aveva disposto, a sud, sulla riva destra, la 3ª Armata comandata dal Duca d’Aosta e a nord, sulla riva sinistra, la 2ª Armata, comandata dal generale Luigi Capello e costituita da otto corpi d’armata.

L’offensiva austro-tedesca ebbe inizio alle ore 2.00 del 24 ottobre 1917 con tiri di preparazione dell’artiglieria, prima a gas, poi a granate fino alle 5.30 circa e verso le 6.00 cominciò un violentissimo tiro di distruzione a preparazione dell’attacco delle fanterie.

L’attacco delle fanterie cominciò alle ore 8.00 con uno sfondamento immediato sull’ala sinistra, nella conca di Plezzo sul fianco sinistro della 2ª armata, tale parte di fronte era presidiata a sud, a metà strada tra Tolmino e Caporetto, dal 27º Corpo d’armata di Pietro Badoglio che aveva schierato nel fondovalle soltanto una compagnia annientata dai gas.

Il vero disastro, infatti, cominciò quando il nemico arrivò a Caporetto da entrambi i lati dell’Isonzo perché poté facilmente aggirare l’intero IV corpo e la mancata risposta delle artiglierie italiane sul fronte è una delle ragioni accertate dello sfondamento e la mancanza di riserve dietro il 4º Corpo d’armata fu senz’altro uno dei motivi principali che contribuirono alla disfatta.

A seguito della caduta del fronte e del rischio che venisse tagliata la ritirata dell’esercito, Cadorna la notte del 26 ottobre ordinò il ripiegamento generale sulla destra del Tagliamento.

Il 28 ottobre Cadorna inviò il bollettino di guerra n. 887 con cui scaricò tutte le responsabilità dello sfondamento del fronte sui soldati italiani:

«La mancata resistenza di riparti della II° Armata vilmente ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia.»

Cadorna diede ordine al generale Antonino di Giorgio di assicurare il possesso del tratto di fiume garantendo lo schieramento sul Tagliamento in pianura, ma fra il 30 ottobre e il 3 novembre nella battaglia di Ragogna gli austriaci riescono ad avere ragione sulle forze italiane e passano il Tagliamento costringendo gli italiani incapaci di tenere la linea del fiume ad attuare una confusa ritirata strategica verso il Piave.

Ritenuto responsabile della disfatta, da lui invece attribuita alla scarsa combattività di alcuni reparti, venne sostituito dal generale Armando Diaz.

Ma questa, è un’altra storia.

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Luigi Cadorna

Se stesso

Luigi Cadorna

E’ stato un generale e politico italiano.

Figlio del generale Raffaele Cadorna, divenne capo di Stato maggiore generale nel 1914 dopo l’improvvisa morte del generale Alberto Pollio e diresse le operazioni del Regio Esercito nella prima guerra mondiale dall’entrata dell’Italia nel conflitto, il 24 maggio 1915, alla disfatta di Caporetto.

Fra le accuse che più gli sono state rivolte è il disprezzo per la vita dei soldati, che parlano di disciplina brutale, punizioni eccessive e gestione degli uomini inadeguata.

A tal proposito, sono note le circolari di Cadorna scritte per invitare i tribunali militari a non “perdere tempo in laboriose interpretazioni di diritto”, e per spronare gli ufficiali a estendere la prassi delle fucilazioni sommarie e delle decimazioni.

fonte: wikipedia

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