Felix e Quintino – Guerra bianca

S:2 – Ep.58

Felix e Quintino sono due persone qualunque.

Felix Hecht von Eleda nacque a Vienna nel 1894 da famiglia nobile: il padre, Wilhelm, era un generale in pensione; la madre, un’Oppenheimer, era una ricca ebrea berlinese, morta quando Felix era ancora in giovane età.

Ebbe una formazione classica nella città di Merano, dove il padre aveva comandato il presidio prima della guerra, e deciso a seguire le orme paterne intraprese la carriera militare, convinto che la vita fosse un dovere a cui adempiere con dedizione, così lasciò la cavalleria, tradizionale reparto militare dei nobili, per passare alla fanteria.

Iniziata la Grande Guerra, venne mandato per dieci mesi sul fronte galiziano con il 1º Tiroler Jäger-Regiment Kaiserjäger, fu poi trasferito, nel novembre del 1915, sul fronte italiano, nella 1ª compagnia di esploratori Kaiserjäger, composta da circa 300 uomini.

I Kaiserjäger o K.u.k. Kaiserjäger, i cacciatori imperiali austriaci, furono dal 1895 formati di 4 reggimenti di fanteria dell’esercito imperiale austriaco prima e austro-ungarico poi, reclutati in particolare nel Tirolo e in misura minore in altri territori dell’impero, furono poi sciolti nel 1918.

Felix passò più di un anno sulla linea del Nozzolo e del Cadria, che aveva principalmente un ruolo difensivo dove, con il ricovero ospedaliero del capitano Feigl, già dal 28 novembre 1915 si ritrovò a dover guidare da solo tutti i suoi uomini.

Nel febbraio 1917 venne incaricato di presidiare il Corno di Cavento con la sua compagnia di 200 esploratori Kaiserjäger; rimase sul Cavento per quasi cinque mesi, esperienza che documentò minuziosamente sul suo diario personale.

Durante il soggiorno alla galleria del Corno di Cavento Felix von Eleda tenne questo diario di guerra, iniziò ad annotare l’8 febbraio 1917 e terminò l’11 giugno dello stesso anno, quel diario ebbe un importante valore storico perché ebbe il pregio di offrire una narrazione emblematica della guerra combattuta ad alta quota, descrivendo in modo essenziale e puntuale, accanto alle enormi difficoltà logistiche di una guerra a quelle altitudini, anche le fatiche e gli stenti della vita dei soldati, costretti a combattere nelle condizioni estreme dei ghiacciai dell’Adamello.

Cresta Croce, Caré Alto, Cima Presanella, Corno di Cavento, Punta Linke, Punta San Matteo sono solo alcune delle cime in cui dal maggio 1915 al novembre 1918 si combatté lungo il fronte dolomitico dell’Adamello la “guerra bianca”, tra il Regno d’Italia e l’Impero Asburgico, così chiamata poiché gli Alpini e i Kaiserjager si affrontarono sui bianchi ghiacciai perenni delle Alpi del Trentino.

Una guerra fatta di colpi di mano da una cima all’altra, che potevano essere perse e riconquistate un’infinità di volte, senza grandi movimenti di truppe o assalti all’arma bianca tra le trincee.

Una guerra che ha dell’incredibile ancora dopo un secolo, per i patimenti e le sofferenze di chi la visse: tormente di neve, valanghe e slavine, crepacci e dirupi, temperature che potevano raggiungere i 20 e i 30 gradi sotto lo zero durante i periodi invernali.

Italiani e Austriaci, nemici dal 24 maggio 1915, dovettero affrontare disagi e pericoli comuni e le azioni che vi si svolsero resero celebri per sempre, nella memoria dei protagonisti, le imprese compiute sopra i 3000 metri di quota.

Dove non arrivavano le teleferiche e gli instancabili muli, ci pensarono gli Alpini e i Kaiserjager a portare sulle vette mitragliatrici, fucili e cannoni, scavando gallerie nel ghiaccio e nelle montagne e costruendo rifugi e baraccamenti in legno.

Felix von Eleda presidiava con i suoi uomini il Cavento e, dall’altra parte del fronte, c’era il vecchio colonnello Ronchi, classe 1869, comandante della zona italiana che riceveva i nuovi Ufficiali assegnati lassù con laconico dire: “Si ricordi che nel mio vocabolario la parola impossibile non esiste!”.

Di nobili origini, il conte Ronchi nacque a San Daniele del Friuli il 22 ottobre 1869, faceva parte delle “giovani leve” degli ufficiali, sottotenente di fanteria il 6 agosto 1888, chiese quasi subito il passaggio nelle truppe alpine.

Capitano dal giugno 1904, fu dapprima al 5° reggimento alpini a Milano, per passare nel 1907 alla “scuola” del colonnello Pasquale Oro al 7° con sede a Conegliano, oltre al normale servizio con le truppe, Ronchi si occupò anche di intelligence e nell’aprile 1915, col grado di maggiore e sempre in forza al 7° reggimento alpini, fu a capo del 6° Ufficio Informazioni di Udine, con competenza sul tratto di confine tra il Monte Maggiore e il Medio Isonzo.

Conosceva i suoi figlioli, gente rotta alla rude vita del ghiacciaio, tra questi c’era anche il capitano Fabrizio Battanta, comandante della 242ª compagnia del Val Baltea che, scesa la sera del 15 giugno 1917, lasciò i luoghi di sosta e si portò con la sua truppa verso le posizioni di attesa.

“Le mitragliatrici falciano! Una scarica può portar via un intero plotone in pochi secondi!”, Fabrizio Battanta, ebbe un ruolo da protagonista nelle tre battaglie per il possesso dell’importantissima posizione del CORNO DI CAVENTO a 3402 m., di carattere vulcanico e deciso, il terribile Battanta, gridando “Sacramento”, diceva a tutti quanti che avrebbe preso il Cavento”.

Erano a 300 metri in linea d’aria dall’obiettivo finale, alle 4.30 un boato destò la montagna, il cannone che gli alpini avevano soprannominato l’ippopotamo sputò un colpo dal tuono pauroso, gli austriaci si allertano, poi il nulla fino alle 9.30 quando come proiettili gli sciatori si spinsero giù dal Passo del Diavolo e dal Lares e il battaglione Val Baltea insieme al battaglione Mandrone e a tre Compagnie di volontari alpini avanzarono come stabilito.

Sempre quel giorno, alle 12.40, tutti gli alpini italiani, da nord e da sud, raggiunsero la vetta, il Cavento era finalmente stato preso, pagato con le anime dei soldati di entrambi gli schieramenti, compresa quella di Felix von Eleda, la sua vita si concluse quando, in seguito ad un attacco che ebbe come conseguenza la prima presa italiana del presidio, ma non l’ultima, fu ucciso dal capitano Fabrizio Battanta, detto il brigante del Cavento, ed il suo corpo gettato in un crepaccio e mai ritrovato, come triste usanza c’era, da entrambe le parti in quelle occasioni a quelle altitudini.

Si trattò senza dubbio, non solo dell’operazione più spettacolare della guerra sull’Adamello, ma anche una delle meglio concepite, organizzate e condotte, attuata con precisione e per di più con perdite lievi, il comandante Austriaco che presidiava il Cavento aveva sempre previsto un attacco anche dalla parete più esposta e difficile ma non poté far nulla dato il diluvio di cannonate che pioveva ininterrotto sulla vetta.

A un anno esatto dalla conquista italiana, il 15 giugno del 1918 gli austriaci rioccuparono il Corno di Cavento attaccando dalla Vedretta di Lares, dopo lo scavo di una galleria nel ghiaccio che arrivava fin sotto le prime linee italiane; in questa occasione nella galleria di vetta vennero fatti anche dei prigionieri italiani; il comandante del presidio del Corno, Fabrizio Battanta, colui che l’aveva conquistata la prima volta e che la perse dopo un anno, riuscì però miracolosamente a fuggire verso il passo di Cavento.

La riconquista e l’occupazione austriaca durò circa un mese, il 19 luglio 1918 il presidio venne annientato dopo un poderoso attacco italiano portato su tutti i versanti della montagna.

Nella galleria di vetta morì il comandante della guarnigione austriaca Franz Oberrauch orrendamente ferito dalle esplosioni; gran parte dei difensori vennero fatti prigionieri e solo pochi riuscirono a ritirarsi sulle posizioni del Folletto e nel sistema difensivo sotterraneo della vedretta di Lares.

Da quel momento il Corno di Cavento rimase dominio italiano sino alla fine del conflitto e per alcuni giorni dopo la firma dell’armistizio fu presidiato dagli alpini della 311° compagnia.

Oggi, il diario del Tenente Felix von Eleda si trova custodito presso il piccolo museo della Grande Guerra di Spiazzo, in Val Rendena, là dove ogni anno migliaia di turisti affollano le piste da sci e gli impianti di risalita, ignorando che, magari, sotto la neve e la terra di una pista, sono ancora custoditi resti di tanti giovani soldati, di giovani Alpini e Kaiserjager, travolti da una valanga o strappati ai loro monti da un proiettile di fucile o di mitragliatrice.

Forse, tra i ghiacciai perenni del Cavento, quando le nevi si ritireranno e si scioglieranno, anche il corpo di Felix, come sempre più spesso avviene, tornerà tra i vivi per essere sepolto in uno dei grandi cimiteri di guerra che sorgono tra il Trentino e il Veneto: il 15 giugno 1917, durante l’assalto italiano condotto da tre diverse direttrici alla vetta del Cavento, trovò la morte prima che la guarnigione austriaca si ritirasse dalla cima lasciandola agli Italiani.

Tra quegli alpini il Capitano Fabrizio Battanta che, trovato il diario di guerra di Felix, lo custodì gelosamente, fitto di appunti e corredato di alcuni disegni, risultava inizialmente illeggibile a causa della desueta stenografia in cui era scritto.

Il manoscritto rimarrà nelle mani del reduce fino agli anni Sessanta, per passare prima a un antiquario bolognese e poi a Luciano Viazzi, autore de “I diavoli dell’Adamello”.

Per la conquista del Cavento, il Capitano Battanta venne insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Intrepido, con magnifico slancio, portava compatta la propria compagnia alla scalata di formidabile e potentemente difesa posizione nemica, e vi giungeva con meravigliosa rapidità fra i primi”.

Il Tenente colonnello Quintino Ronchi, alle dipendenze della 6ª Divisione del generale Albricci, che portò a termine il 15 giugno 1917 l’occupazione del Corno di Cavento, ottenne la concessione della croce di cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia.

Felix von Eleda non ricevette nessuna medaglia o croce per la perdita della sua vita tra i bianchi ghiacciai trentini in quell’occasione.

Ma questa, è un’altra storia.

Podcast audio e video gratuito di 100 episodi su Youtube.

100 episodi del Podcast gratuito anche su Spotify.