Curzio Malaparte – La legione garibaldina

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Curzio Malaparte è una persona qualunque.

Curzio Malaparte, all’anagrafe Curt Erich Suckert, nacque a Prato da madre italiana e dal tintore sassone Erwin Suckert, terzogenito di sette fratelli; poco dopo la nascita fu affidato a balia alla famiglia dell’operaio Milziade Baldi e a sua moglie Eugenia, dove rimase alcuni anni, ebbe sempre un rapporto problematico con il padre.

Dopo la scuola dell’obbligo frequentò il liceo classico Cicognini di Prato, lo stesso frequentato da Gabriele D’Annunzio, con la cui opera letteraria e politica avrà un rapporto di odio-amore, il giovane Suckert aveva criticato lo stile e la retorica dannunziana, e il vecchio “Vate” gli spedì una sola lettera, che fu il loro unico contatto diretto (nel 1928), che recitava bonariamente:

«So che tu mi ami; e che la tua ribellione esaspera il tuo amore. Con la tua schiettezza e con la tua prodezza, col tuo furore e col tuo scontento, quale altro uomo potresti amare, oggi, nel mondo?»

Con lo scoppio della prima guerra mondiale, decise, sedicenne, di partire volontario per il fronte, assieme al fratello Alessandro, ma siccome l’Italia era neutrale, si arruolò nella Legione Garibaldina, inquadrata poi nella Legione straniera francese.

La Legione garibaldina è stata un’unità della Legione straniera francese, composta interamente da cittadini italiani volontari, che combatté in Francia nella prima guerra mondiale contro i tedeschi prima dell’ingresso in guerra dell’Italia.

Con lo scoppio della prima guerra mondiale, stante la non belligeranza dell’Italia, Peppino Garibaldi, nipote dell’Eroe dei Due Mondi, nell’autunno del 1914 si recò a Parigi e creò una Legione Garibaldina di volontari che doveva battersi in favore della Francia; alla Legione aderì con entusiasmo la gioventù italiana soprattutto repubblicana; ne fecero parte anche veterani delle precedenti campagne di Grecia e del Sudafrica, mazziniani e sindacalisti.

Il corpo dei volontari italiani era formato da 57 ufficiali e da circa 2.114 unità tra sottufficiali e uomini di truppa e aveva in dotazione 184 tra cavalli e muli, la metà degli uomini erano emigrati italiani residenti in Francia; fu incorporato nel IV Reggimento di marcia del 1º Reggimento della Legione straniera con la tipica divisa dei legionari, ma con la camicia rossa dei garibaldini sotto la giacca.

La Legione fu addestrata sommariamente a Montelimar, Nîmes e a Montboucher e poi trasferita l’11 novembre a Mailly, dove il tenente colonnello Peppino Garibaldi ne assunse formalmente il comando.

Impiegata sul fronte delle Argonne in imprese arrischiate e in assalti alla baionetta, la Legione il 26 dicembre 1914 combatté a Belle Étoile, nei pressi di Bois de Bolante, una sanguinosa battaglia da cui i volontari uscirono vittoriosi, qui perse la vita però un fratello di Peppino, Bruno Garibaldi.

La seconda battaglia della Legione nelle Argonne avvenne il 5 gennaio 1915 a Four-de-Paris, dove subì gravi perdite, tra cui un altro fratello di Peppino, Costante Garibaldi, la Legione Garibaldina contò 300 morti, 400 feriti e un migliaio di ammalati.

Il 7 maggio 1915 la Legione, data la mobilitazione generale in Italia per l’entrata in guerra, venne disciolta e il IV Reggimento di marcia fu ricondotto agli acquartieramenti di Avignone, a tutti i legionari fu consentito di ritornare in Italia per combattere contro gli austriaci, come essi volevano.

Nel 1915 anche l’Italia entrò in guerra e Curt Suckert poté arruolarsi come fante, successivamente sottotenente, del Regio Esercito; combatté sul Col di Lana e in Francia con la Brigata di fanteria “Cacciatori delle Alpi” dove venne decorato con una medaglia di bronzo al valore militare.

In Francia fu protagonista di una tragica vicenda che ne avrebbe segnato il carattere per tutta la vita: un suo commilitone, il sottotenente Nazareno Iacoboni fu colpito da una granata tedesca, rimanendo dilaniato dall’esplosione.

Il sottotenente Iacoboni ebbe la disgrazia di non morire sul colpo e dopo una giornata di indicibili e strazianti dolori, Curzio Malaparte, fraterno amico del suo commilitone, dietro pressanti richieste dello stesso Iacoboni e vista l’irreparabilità delle sue ferite, lo finì con una fucilata.

Tornato in Francia dopo la disfatta di Caporetto, nel 1918 il suo reparto subì un attacco chimico da parte dell’esercito imperiale tedesco, e i suoi polmoni furono gravemente lesionati dall’iprite, l’ospedale dove era ricoverato fu comunque bombardato e il giovane Suckert si salvò lanciandosi da una finestra.

Subito dopo la guerra tentò di pubblicare il suo primo libro, con il nome Curzio Erich Suckert, Viva Caporetto!, un saggio-romanzo sulla guerra, che vedeva nella Roma corrotta il principale nemico da combattere.

Terminata la stesura dell’opera, nel 1919 cominciò l’attività giornalistica, la sua opera prima, dopo essere stata respinta da molti editori, venne dapprima pubblicata a spese dell’autore a Prato nel 1921 e subito sequestrata per “vilipendio delle forze armate”, a causa del provocatorio titolo che inneggiava alla disfatta di Caporetto, e ripubblicata poi con il nuovo titolo La rivolta dei santi maledetti lo stesso anno.

Nella rotta di Caporetto, il futuro Malaparte non vede la vigliaccheria dei soldati, ma l’incompetenza degli ufficiali superiori e la ribellione della truppa a una guerra mal condotta, che fino a quel momento era costata la vita di oltre 450 000 italiani.

Già fin dal 1920 Malaparte aveva aderito al neonato movimento fascista di Benito Mussolini, entrando nei Fasci di Combattimento, e si ritiene che nell’ottobre 1922 abbia partecipato alla Marcia su Roma.

All’indomani del delitto Matteotti, Malaparte fu uno dei più accaniti sostenitori dello “squadrismo intransigente” irregimentato, tanto da intervenire come teste a discarico al processo di Chieti, con una testimonianza giudicata parte di depistaggio, in favore del gruppo responsabile del rapimento guidato da Amerigo Dumini; il gruppo fu condannato per omicidio preterintenzionale in quell’occasione.

Malaparte fu tra coloro che sostennero Mussolini quando, col discorso del 3 gennaio 1925, annunciò la sospensione delle libertà democratiche e la promulgazioni delle “leggi fascistissime” e sempre nel 1925 fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile e si iscrisse al Partito Nazionale Fascista.

Teorizzando poi con Leo Longanesi e Mino Maccari il movimento “Strapaese” (ma contemporaneamente anche con Massimo Bontempelli il suo opposto, cioè il movimento “Stracittà”), Malaparte fu uno degli “ideologi” del fascismo popolare, come Gentile lo era stato a livello filosofico con il cosiddetto “fascismo di sinistra” a cui aderirono molti futuri nomi dell’antifascismo, come Elio Vittorini.

Per Malaparte il fascismo fu sia “controriforma”, sia rivoluzione, e i fascisti furono “giacobini in camicia nera”, come lì definirà in Tecnica del colpo di Stato, nel 1929 compì un viaggio in Unione Sovietica dove conobbe Stalin.

Dal fascismo cominciò, in modo sornione, a prendere le distanze, anche perché il regime, instaurata la dittatura dopo il 3 gennaio 1925, cominciava a deludere le speranze di rivoluzione sociale che lo avevano originariamente attratto, nonostante avesse detto di essere “un fascista nato”.

Dal 1928 al 1933 fu co-direttore della “Fiera Letteraria” e nel 1929 fu nominato direttore del quotidiano “La Stampa” di Torino, ma nel 1931 Malaparte pubblicò a Parigi, in lingua francese, il libro Tecnica del colpo di Stato, riconosciuto come un profondo attacco nei confronti di Hitler e Mussolini.

Essendo in epoca fascista, venne letto come un’opera sovversiva, che svelava quello che Mussolini aveva fatto dal 1922 al 1925 e che incitava implicitamente a rovesciare a sua volta lo stesso governo fascista, Mussolini in realtà apprezzò la forma del libro, ma lo proibì per non irritare la Germania.

A causa dell’irriverenza del libro e del carattere individualista dei suoi scritti, nonché perché sospettato di simpatia per la “fronda” vicina a Giuseppe Bottai e altri fascisti di sinistra (allora riuniti in Critica fascista), venne allontanato definitivamente, a fine gennaio 1931, dal quotidiano La Stampa.

Il 17 ottobre 1933 Malaparte fu arrestato e imprigionato nel carcere di Regina Coeli per ordine di Mussolini ed espulso del Partito Nazionale Fascista, la storia è nota: pur avendo pubblicato nel 1931 un’agiografia di Italo Balbo, Malaparte aveva cercato di danneggiarlo, scrivendo, in diverse lettere ad amici e giornalisti, che Balbo stesse tramando contro Mussolini, saputo ciò, Balbo andò da Mussolini e ne ottenne dal dittatore l’arresto, dopo un mese di reclusione, Malaparte fu condannato a 5 anni di confino all’isola di Lipari; ma già nell’estate 1934 ottenne il trasferimento con soggiorno obbligato, ma a piede libero, in condizioni privilegiate, prima a Ischia e poi Forte dei Marmi, grazie all’intervento di Galeazzo Ciano.

Solo grazie all’intervento di Galeazzo Ciano, suo amico e ministro degli Esteri, Malaparte poté ritornare in libertà molto prima della fine della pena, lavorando come inviato del Corriere della Sera, pur sorvegliato dall’OVRA.

Dal 1935, per via della relazione amorosa con la vedova di Edoardo Agnelli, Virginia Bourbon del Monte, già iniziata forse prima del confino e della vedovanza della donna, si scontrò più volte col capostipite della famiglia Agnelli, il senatore Giovanni Agnelli fondatore della FIAT, che, minacciando la nuora di toglierle per sempre la potestà sui numerosi figli, riuscì a impedire un possibile matrimonio con lo scrittore, organizzato per il 1936.

Agnelli nutriva avversione nei suoi confronti soprattutto a causa della rottura di Malaparte con alcuni gerarchi del regime, che invece il senatore sosteneva tuttora senza riserve per timore di ricadute sull’azienda di famiglia, sospettando anche che lo scrittore potesse entrare a far parte dell’amministrazione.

Una leggenda, quasi sicuramente non corrispondente al vero, diffusa a Torino, vuole Umberto Agnelli come figlio naturale di Malaparte.

Ma questa, è un’altra storia.

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