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Martin Schelle è una persona qualunque.

Il mare, si sa, ha le sue leggende, leggende tramandate da secoli, storie al limite del reale, spesso archiviate, appunto, come succede con leggende eppure, anche in tempi più moderni, in pieno primo conflitto mondiale un equipaggio di un sommergibile, i celebri U-boot, furono protagonisti di una di queste storie.
Il 20 maggio 1916 veniva impostato l’UB-65, sommergibile appartenente alla Classe Type III, armato con dieci siluri e con un equipaggio di una trentina di uomini, era già in fase di costruzione quando qualcosa non andò per il verso giusto, era stata appena impostata la chiglia, quando una trave si sganciò cadendo sull’invasatura e uccidendo due uomini; poche settimane dopo, quando il sommergibile era quasi pronto per il varo, avvenne un’esplosione in sala macchine e altri tre uomini morirono asfissiati dal fumo.
Storie come queste, per i marinai, anche se provati da oltre due anni di guerra, non erano di buon auspicio e tutte queste sciagure, accadute senza aver mai lasciato il bacino, non potevano fare altro che presagire un destino quanto mai incerto.
Eppure, questo battello, avrà al suo attivo ben sette affondamenti, di cui sei navi mercantili ed un’unità militare inglese, l’HMS Arbutus, e sei gravi danneggiamenti di altrettanti piroscafi, compiuti in poco più di un anno di attività, tra l’ottobre 1917 e il luglio 1918.
Furono le prime prove in mare che iniziarono a minare l’umore e il morale dell’equipaggio, al comando del Tenente di Vascello Martin Schelle, durante alcuni test di immersione, l’UB-65 incappò in una violenta tempesta che strappò dalla torretta un marinaio che era salito come vedetta, il suo corpo non venne mai ritrovato.
A questo punto, le prove continuarono e, una volta avvenuta l’immersione, per cause che non furono mai appurate del tutto, un’entrata di acqua dalle casse compenso fece posare sul fondo l’UB-65, l’acqua salata entrò nel locale batterie, sprigionando il letale gas cloro che saturò presto i locali, intossicando buona parte dell’equipaggio, passarono dodici interminabili ore quando improvvisamente le pompe e i timoni ripresero a funzionare, così da permettere la risalita in superficie.
Il Sommergibile rientrò alla base per i controlli e le necessarie riparazioni, la guerra, però, era in corso e la Kaiserliche Marine aveva bisogno di tutto quello che era in suo possesso per vincere il conflitto, iniziò l’imbarco siluri, improvvisamente un’esplosione devastò l’intero ponte, morirono il secondo ufficiale, Tenente Richter, e altri cinque marinai.
Fu poco prima della partenza per la sua prima missione di guerra che iniziarono a manifestarsi quegli strani eventi che marchieranno l’UB-65 come battello maledetto, una sera, mentre l’unità era in cantiere, il primo ufficiale vide entrare all’improvviso in sala nautica il caposilurista folle di paura, che stramazzò svenuto sul pavimento.
Rianimatosi, disse di aver visto lo spettro del secondo ufficiale, quello rimasto ucciso nell’esplosione del siluro; un altro marinaio confermò lo stesso racconto, a quel punto, il Comandante Schelle, avrebbe voluto stroncare sul nascere queste voci, non fosse altro per evitare il diffondersi tra l’equipaggio di un panico e di una paura che le tragedie già accadute non avrebbero fatto altro che alimentare.
Partito per la sua prima crociera, dopo aver danneggiato il Mercantile norvegese Margrete il 31 ottobre 1917, due settimane dopo l’UB-65 colava a picco i Piroscafi Bellville svedese, Charleston inglese e Nor norvegese, unitamente all’HMS Arbutus.
Ma queste vittorie furono funestate da altre strane apparizioni, durante una navigazione in superficie, le vedette notarono una persona a prora del battello, braccia incrociate, intento a fissare il mare, ma notarono anche altro, le onde, invece di infrangersi, gli passavano attraverso.
Tra marzo e il maggio 1918, intanto, nuove missioni e nuove vittorie: vennero affondati i Mercantili Havna norvegese e Thoralf danese, mentre altri quattro trasporti battenti bandiera inglese furono gravemente danneggiati.
La storia del Sommergibile tedesco non sarebbe finita qui, legando in maniera indissolubile la storia al mito, i fatti veri alle leggende, come quello relativo alla sua fine; il 10 luglio 1918, il Sommergibile americano AL-2 lo avvistò al suo periscopio al largo della Cornovaglia, un’esplosione improvvisa fece affondare l’UB-65 senza che il battello americano avesse lanciato alcun siluro.
Già sarebbe strano tutto questo ma altri rapporti, invece, accrediteranno all’U-boot-65 l’affondamento del Mercantile portoghese Maria Jose, quattro giorni dopo l’avvistamento e affondamento da parte dell’AL-2: la Kaiserliche Marine lo riterrà ufficialmente perduto il 31 luglio 1918, 20 giorni dopo il suo affondamento.
Gli U-boot tedeschi e austroungarici furono protagonisti, assieme ai suoi equipaggi, di missioni svolte durante la prima guerra mondiale e chi li incontrava sulla propria rotta, spesso, non poté raccontare ciò che accadde veramente, come la storia del radiotelegrafista Carlo Garzia, in una notte tra il 17 e il 18 marzo 1918, che decise di non abbandonare la sala radio, nonostante la nave dove fosse imbarcato, a seguito di un siluramento da parte di un U-Boot tedesco, stesse affondando.
La sua morte permise ad altre navi di accorrere e recuperare i naufraghi, caduti in un mare buio al largo di Capo Figari, promontorio a nord della Sardegna dove anche il Vice Brigadiere dei Carabinieri Angelino Anedda affondò con l’imbarcazione, nonostante in un primo momento fosse riuscito a mettersi in salvo, il carabiniere, scorte due naufraghe alla deriva, seminude, si offrì di andare a cercare nelle cabine alcune coperte e indumenti per le povere donne, non riuscendo più a salire e trovare la salvezza per le tonnellate d’acqua che entravano dalla falla.
Garzia e Anedda trovarono la morte a bordo del Piroscafo Tripoli, un postale in servizio in tempo di pace sulla rotta Golfo Aranci-Civitavecchia, di proprietà della Società di Navigazione Generale Italiana, assieme ad altre 286 persone.
Ma la sciagura più grande fu la tragedia che colpì direttamente quel Piroscafo per il trasporto dei propri soldati, 489 persone, di cui 63 membri dell’equipaggio appartenenti alla Marina Mercantile, 379 militari, per la maggioranza sassarini, e 47 civili.
Il siluramento e il conseguente affondamento del Tripoli fu la somma di gravi errori, primo tra tutti la mancanza di una adeguata scorta, infatti, dalle ore 22.00, la Nave Armata Principessa Mafalda comunicava che veniva lasciato il servizio di scorta a nave postale in navigazione da Golfo Aranci alla volta di Civitavecchia per lo stato del mare.
Nonostante la presenza a bordo del Piroscafo di un cannone a tiro rapido per la difesa antisommergibile, il Tripoli aveva i minuti contati, l’SOS venne lanciato alle 22.30 del 17 marzo 1918, pochi minuti dopo l’avvenuto siluramento da parte del sommergibile tedesco, era stato colpito sul lato di dritta, il siluro centrò in pieno il compartimento della sala macchine, lasciando il Piroscafo nella completa oscurità.
Impiegò quasi quattro ore ad affondare, con i naufraghi in acqua in pieno inverno, la mancanza di scialuppe, le temperature poco al di sopra dei 4°C e il mancato coordinamento dei soccorsi contribuirono all’evolversi della tragedia.
Soli, completamente abbandonati nell’oscurità del Mar Tirreno, i superstiti poterono contare solo su sé stessi: c’è chi lasciò il proprio posto sulle scialuppe ai civili e alle donne imbarcate, chi rimase a bordo coordinando i soccorsi, chi non abbandonò la sala radio inviando segnali morse e radio per le altre navi in zona.
Come abbiamo ricordato prima, due uomini si distinsero in maniera particolare quella notte, sacrificarono le proprie vite cercando di salvare quelle degli altri e per questo furono decorati postumi della Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Finiamo parlando di un piccolo battello costruito dalla Kaiserliche Marine, la marina imperiale prussiana, nei primi mesi del 1915, entrato in servizio con il nome di UC 12, dopo le ultime modifiche e prove in mare, venne ceduto alla Marina Imperiale austriaca, con il nome di U24, ma servito sempre da equipaggio tedesco: al comando, l’Oberleutnant Eberhard Ludwig Frohner.
Al piccolo sommergibile, lungo appena 34 metri, venne affidato il compito di disseminare lungo il Mar Adriatico una serie di campi minati, per contrastare il naviglio mercantile e militare che incrociava nelle acque prospicienti le coste italiane e lungo la rotta Corfù-Durazzo.
Dalla sua entrata in servizio in teatro operativo, l’U24 portò a termine sette missioni di guerra, che causarono complessivamente la perdita di sei navi da parte delle forze dell’Intesa: il 16 febbraio 1916 il Piroscafo francese Memphis affondò dopo l’urto di una mina, sorte seguita il 21 febbraio dalla Nave Ospedale italiana Marechiaro; due giorni più tardi saltò in aria il Dragamine della Regia Marina Monsone e, il 26 febbraio, la Vedetta inglese Lily Reach.
In marzo, rispettivamente il 3 e l’8, affondarono, dopo aver urtato due mine, le Vedette inglesi Boy Harold e Enterprise II, ma il destino del Comandante Frohner e del suo equipaggio era segnato: il 16 marzo 1916, il sommergibile, mentre stava portando a termine la stesura di un campo minato, affondò, dopo essersi spezzato in due, per lo scoppio accidentale di una loro mina.
La potente esplosione causò l’immediato affondamento e la morte di tutti e quindici gli uomini d’equipaggio, recuperato dai palombari della Regia Marina, dopo frenetici lavori di recupero, il battello venne impiegato, con il nome di X1, quale posamine della Regia Marina, il 25 ottobre 1917, battendo la sua terza bandiera, posò il suo primo campo minato nei pressi dell’Isola di Unie.
Nel maggio del 1915, l’U-20 tedesco affondò il transatlantico RMS Lusitania, delle 1.345 vittime, 127 erano civili americani, l’evento fece rivolgere l’opinione pubblica americana contro la Germania e fu uno dei fattori principali dell’entrata in guerra degli Stati Uniti a fianco degli Alleati durante la prima guerra mondiale.
Ma questa, è un’altra storia.

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