Angelo e i Carabinieri Reali – Gli eroi dell’Arma

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Angelo Chinni è una persona qualunque.

I Carabinieri Reali, durante la campagna di guerra 1915-1918, complice anche una certa filmografia, sono stati spesso ritratti come semplici esecutori di ordini, membri di quei plotoni di esecuzione che decimavano i Fanti colpevoli, a detta dei loro superiori, di codardia di fronte al nemico.

E’ vero: svolsero anche questo ingrato compito, quello di spegnere per sempre la vita di giovani ragazzi poco più che ventenni, ma moltissimi di loro, inquadrati nei battaglioni mobilitati, condivisero le sorti delle migliaia di soldati ammassati nelle trincee del Carso e dell’Isonzo, gioendo per le vittorie e soffrendo per le sconfitte.

Furono infiltrati anche nei reparti delle altre Armi dell’Esercito per scoprire eventuali elementi sediziosi, spie, sabotatori, per il contributo nel primo conflitto mondiale la Bandiera dell’Arma fu insignita della prima medaglia d’oro al valor militare.

Gli uomini dell’Arma, infatti, nei mesi immediatamente successivi allo scoppio delle ostilità, si resero protagonisti di un’ardua impresa: la conquista del Podgora, quando, il 18 luglio 1915, prese avvio la Seconda Battaglia dell’Isonzo, al 2° e 3° Battaglione del Reggimento Carabinieri Reali venne affidato il compito di sferrare l’attacco principale alla cima tenuta dagli Austriaci per facilitare l’avanzata italiana verso Gorizia.

I Carabinieri Reali raggiunsero già nei primi giorni di luglio a Quota 240 del monte, avanzando sotto una pioggia incessante delle artiglierie nemiche, di questi Carabinieri facevano parte anche Eugenio Losco, Domenico Della Giorgia ed Orazio Greco.

In tutto, erano circa 1600 i Carabinieri che presero posto nelle trincee, alcune delle quali distanti appena 150 metri da quelle austriache, dal canto loro, gli Austriaci dominavano l’intero settore grazie alle loro artiglierie al di là dell’Isonzo.

Quando, il 18 luglio, giunse l’ordine di attaccare il giorno seguente, le fila dei Carabinieri si erano assottigliate a poco più di 1300 militari, molti dei quali uccisi e feriti dal fuoco dell’artiglieria, dalla gastroenterite e dal colera causati dai numerosi cadaveri insepolti.

L’attacco ebbe inizio alle ore 06.30, quando un gruppo composto da 20 soldati, tra Carabinieri e Genieri, fecero brillare dei tubi di gelatina aprendo un varco tra i reticolati nemici; la reazione austriaca non si fece attendere e, nello scontro che seguì, cadde colpito a morte per lo scoppio di una granata il Carabiniere Greco, originario di Martignano, in provincia di Lecce.

Intanto, appoggiati dai soldati del 36° e del 12° Reggimento Fanteria, i Carabinieri erano pronti a balzare fuori dalle loro trincee: alle 11.00, tre compagnie iniziarono l’assalto, subito rallentate dal violento fuoco austriaco.

L’avanzata fu più breve del previsto e i superstiti si riorganizzarono sulle posizioni di partenza, pronti per sferrare un nuovo attacco ma il secondo assalto, condotto alla baionetta, portò i Carabinieri vicini alle trincee nemiche, che, nonostante l’enorme sacrificio pagato in termini di morti, feriti e dispersi, restarono inviolate.

Durante questi assalti, perse la vita anche il Tenente Eugenio Losco, della provincia di Avellino, al comando della 7a Compagnia: è considerato il primo ufficiale dell’Arma caduto in battaglia nel corso del primo conflitto mondiale.

Ma il Podgora andava conquistato e, appoggiati da alcuni reparti di Fanteria, il 2° e il 3° Battaglione dei Carabinieri mossero nuovamente all’assalto: questa volta gli Austriaci riuscirono anche a ricacciare alcuni gruppi di soldati da altrettante posizioni già faticosamente conquistate e tentarono un aggiramento degli uomini dell’Arma per coglierli alle spalle, così che questi dovettero ormai attestarsi sulle posizioni raggiunte, pronti a respingere un eventuale contrattacco.

Nei combattimenti cadde anche il Carabiniere Domenico Della Giorgia, di San Cesario, anche lui della zona di Lecce che, ferito ad un braccio, non volle abbandonare il combattimento fino a quando, nuovamente colpito, esalò il suo ultimo respiro a ridosso delle posizioni austriache.

Alla sera, intorno alle 18.00, l’attacco italiano al Podgora aveva termine: adesso, i pochi volontari superstiti si prodigarono a sgomberare i feriti e a seppellire i corpi di quanti caddero nell’impresa.

Angelo Chinni era originario di Gaggio Montano, in provincia di Bologna, il Carabiniere, allo scoppio del conflitto, prestava servizio presso il 220° Plotone Carabinieri Reali della Legione di Verona.

L’Undicesima Battaglia dell’Isonzo iniziò il 17 agosto 1917, nelle intenzioni del Generale Luigi Cadorna avrebbe dovuto scardinare le difese austro-ungariche, portando al collasso l’esercito di Vienna e conquistare alcuni punti chiave del fronte, come le cime del Monte San Gabriele e dell’Hermada.

Assieme ad altri ventimila uomini dell’Arma dei Carabinieri, Angelo Chinni si trovava in prima linea quando i comandi italiani diedero inizio all’offensiva nell’agosto del ‘17, non esitò un attimo ad incoraggiare gli uomini, così, nella piccola frazione di Begliano presso San Canzian d’Isonzo, balzò fuori dalla trincea e, poco prima di essere colpito da una scarica di fucileria nemica, incitò i Fanti a procedere all’assalto.

Raccolto dal campo di battaglia gravemente ferito, spirò poco dopo, durante il trasferimento a bordo dell’ambulanza che lo stava trasportando all’ospedale militare italiano.

Il sacrificio del Carabiniere Chinni venne preso ad esempio già nel corso degli ultimi mesi del conflitto mentre nei cieli soprastanti, un altro militare dell’Arma dei Carabinieri dava prova di grande coraggio: il Brigadiere Francesco Vulcano, considerato uno dei pionieri dell’aeronautica.

Furono oltre centosettanta i Carabinieri che, rimanendo in forza all’Arma stessa, ottennero il brevetto di pilota militare, entrando a far parte del Corpo Aeronautico Militare.

Proprio perché l’offensiva dell’agosto del ‘17 doveva essere quella risolutrice contro le forze austro-ungariche, venne fatto un largo uso anche dei reparti aeronautici, che compirono numerose operazioni di ricognizione sulle linee avversarie.

Tra questi Francesco Vulcano che, giungendo dalla Legione Allievi Carabinieri di Roma, iniziò la sua attività di volo nel maggio 1917, assegnato poi in un primo momento alla 22ª Squadriglia e in seguito alla 21ª Squadriglia Aeroplani da Ricognizione; nelle settimane che precedettero l’attacco italiano il Brigadiere Vulcano compì numerosissimi voli di ricognizione, proprio sulle linee che sarebbero state investite dall’offensiva.

Ma prima di Chinni e Vulcano, altri Carabinieri furono medagliati nel primo conflitto mondiale, quando l’Italia era entrata nel conflitto da pochi mesi, cinque per la precisione, in quella che doveva essere una rapida avanzata verso le posizioni nemiche.

Con le prime due battaglie dell’Isonzo che videro l’offensiva italiana respinta, il Comando Supremo ne pianificò una terza, il cui inizio era stato fissato per il 18 ottobre 1915, nei giorni precedenti, pertanto, ebbero inizio i consueti lavori di rinforzo delle postazioni, gli spostamenti di truppe di prima linea con elementi più riposati e sortite di pattuglie.

Il giorno 7, in località Peteano, a ridosso di Cima 2, alcuni elementi austriaci iniziarono a battere con il fuoco di fucili e mitragliatrici le posizioni italiane, i soldati italiani, però, non si lasciarono impressionare e, anzi, passarono decisamente al contrattacco, fu in quel momento che si compì il sacrificio di un giovane ufficiale del 156° Reggimento Fanteria e l’atto eroico di un Carabiniere che lo seguiva.

Francesco Campo, originario di Marsala, dove era nato nel 1888, con il grado di Sottotenente era partito con la Brigata Alessandria per il fronte isontino dove si scontrò subito con la dura realtà della guerra.

Quando la postazione del Sottotenente Campo venne investita dal fuoco austriaco, balzò fuori dai trinceramenti, contrattaccando a sua volta; gli attaccanti, sorpresi da tale reazione, si ritirarono; sulla strada di ritorno verso le postazioni che aveva lasciato per l’attacco, però, la pattuglia italiana venne fatta segno nuovamente di scariche di fuoco nemico, una pallottola colpì in pieno Francesco Campo, stroncandogli la vita.

Fu allora che un Carabiniere Reale, membro della pattuglia, Guido Ricotti, originario di un piccolo paese dell’entroterra pisano, nonostante fosse già al sicuro con il resto degli uomini all’interno dei trinceramenti italiani corse fuori, quando ancora era in corso il fuoco austriaco, per recuperare il corpo esanime del Sottotenente Campo e riportarlo indietro.

Altrettante eroiche furono le gesta di un Ufficiale dell’Arma, originario della città di Napoli, il Tenente Vittorio Bellipanni che aveva trent’anni quando, nel maggio 1915, partì per il fronte a combattere in quella che è stata definita l’ultima guerra d’indipendenza italiana.

Fu tra le pendici del Monte Sabotino, dove Vittorio Bellipanni si guadagnò la sua prima Medaglia di Bronzo al Valor Militare quando, nell’aprile 1916, nonostante il fuoco avversario, si offrì volontario quale porta ordini.

Promosso al grado di Capitano, anche nei successivi combattimenti che portarono alla conquista di Gorizia in agosto dimostrò tutto il suo valore, ponendosi alla testa di un gruppo di militari italiani rimasti senza ordini e senza ufficiali e guidandoli personalmente all’attacco.

Con il successivo anno di guerra, il 1917, si trovava nuovamente schierato al fronte, nel teatro d’operazioni antistante Monfalcone, la cittadina si trovò per tutta la durata del conflitto costantemente sulla linea del fronte, persa dagli italiani solamente dopo la battaglia di Caporetto dell’ottobre 1917.

Il 24 maggio, durante un violento assalto ad alcune postazioni nemiche, Vittorio Bellipanni, portandosi ripetutamente alla testa dei suoi uomini, venne ferito a morte nel momento in cui la battaglia si era fatta più accesa.

Ma questa, è un’altra storia.

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