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Alberto Riva Villasanta è una persona qualunque.

I ragazzi del ’99 furono i coscritti di leva italiani che, nel 1917, al compimento dei diciotto anni, furono mandati in prima linea sui campi di battaglia della prima guerra mondiale.
Quando i giovani “soldatini” ebbero il loro battesimo del fuoco era il novembre 1917 e veniva combattuta la battaglia di arresto dopo lo sfondamento del fronte a Caporetto, grazie a quei ragazzi il Regio Esercito fu di nuovo unito, compatto, come un sol uomo, grazie a quei giovani cresciuti troppo in fretta, fu evitata un’altra disfatta.
Molti di loro mentirono sulla loro età, arruolandosi volontari tra i Bersaglieri e gli Arditi, come Alberto Riva Villasanta, che all’atto dell’arruolamento falsificò il suo certificato di nascita essendo nato il 20 agosto 1900.
Partì volontario, lui che proveniva da una famiglia di solide tradizioni militari già prima della chiamata alle armi della Classe 1899, fuggì di casa ai primi di ottobre 1917, venendo inquadrato nel 90° Reggimento Fanteria della Brigata Salerno, prendendo parte ai duri combattimenti seguiti alla rotta di Caporetto, sul Monte Grappa e sul Piave.
Scoperta la sua vera età, i suoi superiori decisero di congedarlo e rimandarlo a casa, nonostante avesse sempre preso parte, con eccezionale coraggio, ad ogni scontro e battaglia a cui il suo Reggimento venne chiamato.
Ma servire il Regio Esercito con indosso il panno grigio-verde, per Alberto era più che una missione, era un dovere morale prima di tutto; il padre Antonio, decorato con due Medaglie d’Argento al Valor Militare, Maggiore della Brigata Sassari, cadde sull’Altipiano di Asiago il 7 giugno 1916, mentre il nonno Antonio era uno degli Eroi caduti nella battaglia di Adua del 1896.
Per questo, quando iniziò il corso allievi ufficiali nel 1918, ne uscì classificandosi al primo posto, con il grado di Aspirante e poi con quello di Sottotenente, venendo destinato, su domanda, all’8° Reggimento Bersaglieri, comandando un plotone delle Fiamme Cremisi, gli Arditi inquadrati nel Reggimento.
Alberto Riva Villasanta dimostrò nuovamente il suo valore, tra il 15 e il 24 giugno 1918 combatté durante la Battaglia del Solstizio, all’occupazione di Fagaré e dell’isola Caserta sul Piave.
Ed è a questo punto che il Sottotenente Villasanta entra nella leggenda, a poche ore dalla cessazione delle ostilità, i Bersaglieri entravano nella piccola frazione di Torsa, al Bivio Paradiso: una mitragliatrice austriaca, appostata su di un campanile, ne stroncava la giovane vita, colpendolo in piena fronte mentre si trovava ancora una volta alla testa dei suoi Bersaglieri.
Erano le 14.45 del 4 novembre 1918, quindici minuti dopo, una sirena annunciava agli eserciti la fine della guerra.
L’ultima settimana della Prima Guerra Mondiale, da un’altra parte d’Italia, su quel Monte Asolone conteso dagli Arditi del Maggiore Giovanni Messe e gli Austro-Ungarici, cadde anche un altro giovane Aspirante Ufficiale, Ugo Morganti, un altro Ragazzo del 1899.
Era nato ad Alatri, in provincia di Roma, ma con la famiglia si trasferì, in seguito, a Gubbio; in piena guerra mondiale, quando ancora la Classe 1899 non era stata chiamata ad adempiere agli obblighi di leva, quella leva che li tolse troppo presto alla giovinezza e che li scaraventò, da un giorno all’altro, nell’orrore della guerra di trincea, si iscrisse a Roma all’università, frequentando la Facoltà di Legge.
Quando la giovane classe venne chiamata alle armi, Ugo Morganti, lasciati gli studi, venne destinato inizialmente presso l’11° Reggimento Bersaglieri con cui iniziò la Scuola Allievi Ufficiali di Caserta.
Con i gradi di Aspirante, fu trasferito alla Brigata Calabria, 59° Reggimento Fanteria, che, dal dicembre 1917, dopo la ritirata seguita alla rottura del fronte presso Caporetto, si era schierata nella zona del Monte Grappa.
Trasferito su domanda nei reparti d’assalto, quegli stessi Arditi di cui aveva fatto parte anche Alberto Riva Villasanta, in vista dell’offensiva del giugno 1918, venne nuovamente destinato presso il 3° Battaglione del 59° Fanteria; alle 03.00 di notte del 15 giugno, iniziò l’attacco austriaco che riversò sulle posizioni tenute dalla Brigata Calabria un ingente fuoco di artiglieria, tanto che le prime linee furono costrette ad abbandonare le trincee più avanzate e a ripiegare verso Col del Miglio.
Ma quell’offensiva nemica, esauritasi già a fine mese, permise in breve tempo di rioccupare entro i primi giorni del luglio 1918 le posizioni che erano state precedentemente perdute e abbandonate.
Fino all’autunno, attestatasi la Brigata alle pendici del Monte Asolone, si susseguirono sporadiche azioni di pattuglia, in attesa che l’intero schieramento italiano fosse pronto per la decisiva battaglia finale.
Nel frattempo, Ugo Morganti si era dimostrato un Ufficiale capace, in grado di infondere il coraggio necessario nelle reclute più giovani, ma anche di ricevere il rispetto nella truppa veterana, che già nelle trincee aveva trascorso buona parte della guerra.
Il 23 ottobre, le Brigate di Fanteria Calabria e Bari furono incaricate di attaccare le posizioni sul Monte Asolone, negli stessi giorni in cui il grosso delle Armate italiane iniziavano l’offensiva di Vittorio Veneto.
L’obiettivo non era tanto quello di occupare la vetta, ma quanto quello di tenere impegnate le truppe austriache in modo da non distoglierle là dove l’attacco principale aveva l’obiettivo di sfondare il fronte.
Per sei giorni i Fanti attaccarono con gravi perdite e la mattina del 29 ottobre, guidando egli stesso un reparto di Arditi, messosi in testa allo sparuto gruppo di uomini, Ugo Morganti balzò in avanti, assaltando una posizione austriaca difesa da una mitragliatrice che falciava il terreno.
Fu il primo a mettere piede nell’avamposto nemico e il primo a cadere, falciato da una raffica quando l’attacco era entrato nel vivo dell’azione, quel giorno, la Brigata Calabria perse in tutto 830 uomini, prima di essere costretta a ripiegare sulle posizioni di partenza.
Anche durante le giornate del Solstizio d’Estate del 1918 si combatté davvero e tanti furono i militari italiani che caddero, meritandosi ricompense al Valore per gli atti compiuti, spesso, però, alla Memoria.
Ne abbiamo raccontati tanti e tanti sarebbero ancora da raccontare, tra questi il Capitano Pantaleone Rapino, già reduce della Guerra di Libia, e il suo parigrado Ottorino Tombolan Fava, caduti entrambi all’inizio dei combattimenti.
Il Capitano Rapino, originario della cittadina di Ortona dove era nato nel 1889, durante la Battaglia del Solstizio era Comandante del 1° Battaglione del 120° Reggimento Fanteria, Brigata Emilia, dislocato sul Monte Grappa, in prossimità della Quota 1292.
Quando si scatenò l’offensiva nemica, la sua posizione, dominante e di primaria importanza, venne investita in pieno dal nemico, che a più riprese cercava di conquistarla, per diverse ore i difensori riuscirono a respingerli con il fuoco delle mitragliatrici e dei fucili, ma disgraziatamente la postazione del Capitano Rapino venne circondata.
Sebbene ferito in maniera grave, non volle arrendersi, in un successivo assalto condotto all’arma bianca, rimaneva trafitto da una baionetta nemica, mentre al suo posto di combattimento continuava ad incitare i suoi uomini alla resistenza.
Dall’altra parte del fronte, nella piana di Musile, si trovava dislocata la 7a Batteria del 34° Reggimento Artiglieria da Campagna: la comandava un giovane Capitano che proveniva dalla provincia di Venezia, Ottorino Tombolan Fava.
Quando si sviluppò l’offensiva nemica, con la 7a Batteria avrebbe dovuto coprire il settore di Musile, dove gli Austriaci erano riusciti in alcuni tratti a superare le linee italiane; caduti numerosi serventi, si sostituì ai suoi uomini, quando alcuni reparti di arditi nemici cercavano di effettuare un colpo di mano contro la posizione tenuta, Tombolan Fava pose i pezzi ad alzo zero, intensificando il tiro.
Esaurite le munizioni, continuò a combattere con il lancio di bombe a mano e con il fuoco del moschetto, fino a quando l’esplosione di una bomba non ne stroncava la vita.
I Ragazzi del ’99 furono precettati quando non avevano ancora compiuto diciotto anni, i primi contingenti italiani, 80.000 circa, furono chiamati nei primi quattro mesi del 1917 e, frettolosamente istruiti, vennero inquadrati in battaglioni di milizia territoriale.
Alla fine di maggio furono chiamati altri 180.000 ed altri ancora, ma in minor numero, nel mese di luglio, ma i primi ragazzi del 1899 furono inviati al fronte solo nel novembre del 1917, nei giorni successivi alla battaglia di Caporetto.
Il loro apporto, unito all’esperienza dei veterani, si dimostrò fondamentale per gli esiti della guerra, le giovanissime reclute, appena diciottenni, del 1899 sono da ricordare in quanto nella prima guerra mondiale, dopo la battaglia di Caporetto del 24 ottobre 1917, in un momento di gravissima crisi per l’Italia e per il Regio Esercito, rinsaldarono le file sul Piave, del Grappa e del Montello, permettendo al Regno la controffensiva nel 1918 a un anno esatto da Caporetto con la battaglia di Vittorio Veneto e quindi la firma dell’armistizio di Villa Giusti da parte dell’Austria-Ungheria.
A partire dal primo dopoguerra, il termine “ragazzi del ’99” si radicò ampiamente nella storiografia e nella pubblicistica italiana tanto da entrare nell’uso comune per riferirsi a tutti i militari nati nel 1899.
Ma questa, è un’altra storia.
«Novantanove, m’han chiamato. m’han chiamato m’han chiamato a militar. e sul fronte m’han mandato. m’han mandato m’han mandato a sparar.
Combattendo tra le bombe. ad un tratto ad un tratto mi fermò. una palla luccicante. nel mio petto nel mio petto penetrò.
Quattro amici lì vicino. mi portaron mi portaron all’ospedal. ed il medico mi disse. non c’è nulla non c’è nulla da sperar.
Croce Rossa Croce Rossa. per favore, per piacer, per carità. date un bacio alla mia mamma. e alla bandiera, alla bandiera tricolor. date un bacio alla mia mamma. e la bandierà tricolor trionferà, trionferà.»

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