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Eraclito di Efeso è una persona qualunque.

Eraclito di Efeso è stato un filosofo greco antico, uno dei maggiori pensatori presocratici, è considerato il Pensatore oscuro per eccellenza ed egli stesso nutriva sfiducia nella possibilità che il suo scritto potesse essere compreso dalla maggior parte degli uomini.
Egli è interpretato in modi differenti a causa del suo stile ermetico, oracolare, criptico e della frammentarietà nella quale è giunta la sua opera già complessa in principio; fu Eraclito a dire: “tutto ha un inizio e tutto ha una fine”, e anche la prima guerra mondiale giunse alla sua fine, come il nostro podcast.
In quest’ultima puntata, vi racconteremo dell’armistizio di Compiègne, l’armistizio che mise la parola fine alla grande guerra.
L’armistizio di Compiègne fu l’accordo sottoscritto alle ore 05:00 dell’11 novembre 1918 tra l’Impero tedesco e le potenze Alleate in un vagone ferroviario nei boschi vicino a Compiègne in Piccardia; l’atto segnò la fine dei combattimenti della prima guerra mondiale.
Precedenti armistizi erano stati concordati con la Bulgaria, l’Impero ottomano e l’Impero austro-ungarico ma la guerra si concluse dopo che il governo tedesco inviò un messaggio al presidente americano Thomas Woodrow Wilson per negoziare i termini sulla base di un suo recente discorso e dei “Quattordici punti” dichiarati precedentemente, che in seguito divenne la base della resa tedesca alla conferenza di pace di Parigi, che ebbe luogo l’anno successivo.
I termini effettivi, che furono in gran parte scritti da Ferdinand Foch, includevano la cessazione delle ostilità sul fronte occidentale, il ritiro delle forze tedesche dall’ovest del Reno, l’occupazione alleata della Renania e delle teste di ponte più ad est, la conservazione delle infrastrutture, la resa di aerei, navi da guerra e materiale militare, il rilascio dei prigionieri di guerra alleati e dei civili internati, eventuali riparazioni, nessun rilascio di prigionieri tedeschi e nessun allentamento del blocco navale della Germania.
L’armistizio venne prorogato tre volte mentre proseguivano i negoziati su un trattato di pace, i combattimenti continuarono fino alle 11:00 dell’11 novembre 1918, con 2.738 uomini che morirono l’ultimo giorno di guerra.
La situazione militare per gli Imperi centrali si deteriorò rapidamente dalla battaglia di Amiens all’inizio dell’agosto 1918, che fece precipitare la ritirata tedesca verso la linea Hindenburg, e la perdita delle conquiste dell’offensiva tedesca di primavera.
L’avanzata alleata, in seguito nota come offensiva dei cento giorni, entrò in una nuova fase il 28 settembre, quando un massiccio attacco di Stati Uniti e Francia aprì l’offensiva della Mosa-Argonne, mentre a nord gli inglesi erano pronti ad assaltare il canale di San Quintino, minacciando un gigantesco movimento a tenaglia.
Nel frattempo, l’Impero ottomano era vicino all’esaurimento, l’Impero austro-ungarico era nel caos e sul fronte macedone la resistenza dell’esercito bulgaro era crollata, portando all’armistizio di Salonicco il 29 settembre.
In Germania, la carenza cronica di cibo causata dal blocco alleato stava portando sempre più a malcontento e disordine, sebbene il morale in prima linea tedesca fosse ragionevole, le vittime sul campo di battaglia, le razioni da fame e l’influenza spagnola avevano causato una disperata carenza di manodopera e le reclute disponibili erano stanche e disamorate della guerra.
La rivolta dei marinai che ebbe luogo durante la notte tra il 29 e il 30 ottobre 1918 nel porto navale di Wilhelmshaven si diffuse in tutto il paese in pochi giorni e portò alla proclamazione di una repubblica il 9 novembre e all’annuncio dell’abdicazione di Guglielmo II.
In alcune zone, i soldati sfidarono l’autorità dei loro ufficiali e in alcune occasioni istituirono consigli dei soldati, come il consiglio dei soldati di Bruxelles istituito dai soldati rivoluzionari il 9 novembre.
Sempre il 9 novembre, Massimiliano di Baden cedette la carica di cancelliere a Friedrich Ebert, un socialdemocratico, il SPD di Ebert ed il cattolico Partito di Centro di Erzberger avevano avuto un rapporto difficile con il governo imperiale sin dall’era di Bismarck negli anni 1870 e 1880.
Erano ben rappresentati nel Reichstag imperiale, che aveva scarso potere sul governo e chiedeva una pace negoziata dal 1917, la loro importanza nei negoziati di pace avrebbe causato la mancanza di legittimità della nuova Repubblica di Weimar agli occhi della destra e dei militaristi.
L’armistizio fu il risultato di un processo affrettato e disperato, la delegazione tedesca guidata da Matthias Erzberger attraversò la linea del fronte in cinque auto e venne scortata per dieci ore attraverso la devastata zona di guerra del nord della Francia, arrivando la mattina dell’8 novembre 1918.
Essi vennero poi portati nella destinazione segreta a bordo del treno privato di Ferdinand Foch parcheggiato in un binario di raccordo nella foresta di Compiègne.
Foch comparve solo due volte nei tre giorni di trattative: il primo giorno, per chiedere alla delegazione tedesca cosa volesse, e l’ultimo giorno, per provvedere alle firme, ai tedeschi venne consegnato l’elenco delle richieste alleate e vennero concesse 72 ore per concordare.
La delegazione tedesca discusse i termini alleati non con Foch, ma con altri ufficiali francesi e alleati, l’armistizio equivaleva alla completa smilitarizzazione tedesca, con poche promesse fatte in cambio dagli alleati, il blocco navale della Germania non venne completamente revocato fino a quando non vennero concordati termini di pace completi.
Ci furono pochissime trattative, i tedeschi furono in grado di correggere alcune richieste impossibili, ad esempio, il disarmo di più sottomarini di quanti ne possedesse la loro flotta, prolungarono il programma per la ritirata e registrarono la loro protesta formale per la durezza dei termini alleati, ma non erano in grado di rifiutarsi di firmare.
Domenica 10 novembre 1918, ai tedeschi vennero mostrati i giornali di Parigi per informarli che il Kaiser aveva abdicato, quello stesso giorno, Ebert incaricò Erzberger di firmare.
Il gabinetto aveva precedentemente ricevuto un messaggio da Paul von Hindenburg, capo dell’Alto Comando tedesco, che richiedeva la firma dell’armistizio anche se le condizioni alleate non potevano essere migliorate.
L’armistizio venne concordato alle 5:00 del mattino dell’11 novembre 1918, con entrata in vigore alle 11:00, per cui l’occasione è talvolta indicata come “l’undicesima ora dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese”.
Il pubblico britannico venne informato dell’armistizio da un comunicato ufficiale aggiunto emesso dall’ufficio stampa alle 10:20 del mattino, quando il primo ministro britannico David Lloyd George annunciò: “L’armistizio è stato firmato stamattina alle cinque e le ostilità cesseranno su tutti i fronti alle 11 di oggi”.
Un comunicato ufficiale venne pubblicato dagli Stati Uniti alle 14:30: “Secondo i termini dell’armistizio, le ostilità sui fronti delle armate americane sono state sospese alle undici di questa mattina”.
La notizia della firma dell’armistizio fu annunciata ufficialmente verso le 9:00 del mattino a Parigi, un’ora dopo, Foch, accompagnato da un ammiraglio britannico, si presentò al Ministero della guerra, dove venne subito ricevuto da Georges Clemenceau, il primo ministro della Francia.
Alle 10:50, Foch emise questo ordine generale: “Le ostilità cesseranno su tutto il fronte a partire dall’11 novembre alle 11. Le truppe alleate non andranno, fino a nuovo ordine, oltre la linea raggiunta in quella data e a quell’ora.”
Cinque minuti dopo, Clemenceau, Foch e l’ammiraglio britannico si recarono al Palazzo dell’Eliseo, al primo colpo sparato dalla Torre Eiffel, il Ministero della guerra ed il Palazzo dell’Eliseo esposero le bandiere, mentre le campane suonavano intorno a Parigi.
Cinquecento studenti si radunarono davanti al Ministero e chiamarono Clemenceau, che apparve sul balcone, Clemenceau esclamò “Vive la France!” – la folla gli fece eco, alle 11:00, dalla Fortezza di Mont-Valérien venne sparato il primo colpo di cannone della pace, che comunicò alla popolazione di Parigi che l’armistizio era concluso, ma la popolazione ne era già a conoscenza dagli ambienti ufficiali e dai giornali.
Nonostante la notizia dell’imminente cessate il fuoco si fosse diffusa nelle ore precedenti tra le forze al fronte, i combattimenti in molti settori del fronte proseguirono fino all’ora stabilita.
Alle 11:00 ci fu una fraternizzazione spontanea tra le due parti ma in generale le reazioni vennero attenuate, un caporale britannico riferì: “[…] i tedeschi sono usciti dalle loro trincee, si sono inchinati davanti a noi e poi se ne sono andati. Ecco. Non c’era niente con cui potessimo festeggiare, tranne i biscotti”.
Da parte degli Alleati, l’euforia e l’esultanza erano rare, ci furono acclamazioni ed applausi, ma la sensazione dominante fu il silenzio e il vuoto dopo 52 estenuanti mesi di guerra, la pace tra gli Alleati e la Germania venne successivamente stabilita nel 1919, dalla Conferenza di pace di Parigi e dal Trattato di Versailles dello stesso anno.
Il mito che l’esercito tedesco fosse stato pugnalato alle spalle, dal governo socialdemocratico che venne formato nel novembre 1918, venne creato dalle recensioni della stampa tedesca che travisavano grossolanamente il libro del maggior generale Frederick Maurice, The Last Four Months. “Ludendorff utilizzò le recensioni per convincere Hindenburg.”
«In un’udienza davanti alla commissione d’inchiesta dell’Assemblea nazionale il 18 novembre 1919, un anno dopo la fine della guerra, Hindenburg dichiarò: “Come ha detto molto sinceramente un generale inglese, l’esercito tedesco è stato ‘pugnalato alle spalle’.”»
Ma questa, è un’altra storia.

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