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Decio Raggi è una persona qualunque.

La medaglia d’oro al valor militare è il massimo riconoscimento italiano al valore militare, fu istituita dal re di Sardegna Vittorio Amedeo III di Savoia il 21 maggio 1793 e da allora viene assegnata per «esaltare gli atti di eroismo militare, segnalando come degni di pubblico onore gli autori di essi e suscitando, ad un tempo, lo spirito di emulazione negli appartenenti alle forze militari».
Durante quasi tutte le puntate del nostro podcast abbiamo riportato, sovente, le varie medaglie e croci di guerra che i nostri valorosi eroi, di tutti gli schieramenti, hanno ricevuto sui campi di battaglia, ma chi furono i primi?
Quando l’Italia decise di interrompere la sua neutralità, nel maggio 1915, dichiarando guerra al Governo di Vienna, molti generali speravano in una rapida fine di un conflitto, quasi che le altre Nazioni europee non fossero impegnate in una logorante guerra di trincea, ma dopo qualche tempo, le speranze di una rapida fine si infransero di fronte ai reticolati, alle mitragliatrici e agli assalti all’arma bianca nella terra di nessuno.
Quella Grande Guerra, vista come il completamento dell’Unità Nazionale, durò per ben quattro lunghi anni, causando non meno di 650.000 caduti italiani e un numero quasi imprecisato di feriti e mutilati.
Molti furono gli atti di valore compiuti dai soldati di entrambi gli schieramenti, spesso accomunati dalla fame e dal freddo sofferti nelle trincee e dall’incerto destino quando risuonavano nell’aria gli ordini secchi degli assalti.
Spesso, proprio perché combattuta lungo i vecchi confini, molti combattenti veneti e trentini erano stati, fino a pochi giorni prima dello scoppio delle ostilità, conoscenti, se non addirittura amici.
E se i primi colpi di fucile vennero sparati da due Guardie di Finanza sul Fiume Judrio, un Alpino ed un Fante furono i primi due militari a ricevere la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria.
Decio Raggi, allo scoppio delle ostilità il 24 maggio 1915, venne assegnato al comando della 9a Compagnia dell’11° Reggimento della Brigata Casale, nato a Sogliano al Rubicone, in provincia di Forlì, il 29 settembre 1884, si laureò in legge e fin da subito si schierò tra gli Interventisti più convinti di una guerra contro l’Austria-Ungheria, per questo motivo non poté sottrarsi alla chiamata alle armi, quando la guerra venne dichiarata.
Schierato il suo reparto sulla linea del Podgora, il 19 luglio 1915 uscì in un’azione di perlustrazione con la sua compagnia, fin sotto i reticolati nemici, dove si ritrovò sotto il fuoco nemico.
Colpito in pieno petto, invece di pensare a mettersi al riparo, continuò a incitare i suoi uomini a portare avanti l’attacco, trasportato all’ospedale militare da campo di Cormons, il Tenente Decio Raggi spirò cinque giorni dopo, con negli occhi la certezza di avere donato la vita alla sua Patria.
Achille Beltrame gli riservò, nella sua Domenica del Corriere, una intera copertina e il Re Vittorio Emanuele III gli concesse la suprema onorificenza al Valor Militare.
Circa un mese dopo, il 14 ottobre 1915, la prima Medaglia d’Oro alla Memoria del Corpo degli Alpini era stata conferita al sacrificio del Tenente Colonnello Luigi Pettinati, caduto sul Monte Nero alla testa delle sue Penne Nere, colpito a morte da un proiettile nemico mentre muoveva all’assalto lungo le pendici della montagna.
Originario di Cavatore, in provincia di Alessandria, dove era nato nel 1864, dopo la Scuola Ufficiali e un breve servizio nella Fanteria, venne destinato alla nuova specialità degli Alpini, dove, grazie al suo carisma e alle sue capacità, riscosse il plauso di superiori e subalterni.
Allo scoppio delle ostilità, giunse in linea il 26 maggio 1915, dove si distinse fin da subito per le sue doti di comando, a fronte di poche perdite, il giorno 31, ordinava al Battaglione Alpini Susa di attaccare l’aspro contrafforte dal Monte Vrata al Monte Vrsic, a nord del Monte Nero.
Gli Austriaci, colti di sorpresa, non poterono fare altro che abbandonare le posizioni alle Penne Nere ma, purtroppo, la sorte giocò a sfavore di colui che sarebbe potuto diventare uno degli ufficiali comandanti più capaci di tutto il conflitto.
Il 9 giugno 1915, dopo quasi dieci giorni ininterrotti di contrattacchi nemici sventati con grande maestria, mentre guidava il Gruppo Alpini B da Potoce verso la sommità del Monte Nero, un colpo di cecchino lo feriva mortalmente.
Trasportato d’urgenza all’Ospedale di Caporetto, il Tenente Colonnello Pettinati spirò il 19 giugno, non prima di essersi accertato dell’andamento delle operazioni, fu così che cadde la prima Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria della Grande Guerra.
Guardando al cielo italiano, dobbiamo ora raccontare la storia di un altro primo medagliato, colui che divenne il primo Aviatore italiano ad essere decorato: Oreste Salomone, originario di Capua, dove vi era nato nel 1879, e dove decise di vestire i panni del Regio Esercito fin da giovanissimo, ad appena diciotto anni, venendo assegnato al 76° Reggimento Fanteria Napoli, con il quale, poco prima del congedo, chiese di restare di servizio effettivo.
Ammesso nel 1902 a frequentare l’Accademia di Modena, Oreste Salomone ne uscì rivestendo il grado di Sottotenente, venendo assegnato al 7° Reggimento Fanteria Cuneo.
Ma è con lo scoppio della guerra italo-turca per la conquista della Libia, che il giovane ufficiale, frattanto era stato promosso Tenente, intraprenderà la strada definitiva per la sua carriera con le stellette, fare domanda, inizialmente come Osservatore, nel Nucleo Aeronautico di Tripoli.
Da questo momento in poi, la scalata verso il suo sogno fu rapidissima, rientrato in Italia, in appena due anni, tra il 1912 e il 1913, riuscì ad ottenere il brevetto di pilota, sia civile che militare, tornando nuovamente a prestare servizio tra le sabbie del deserto libico.
Proprio in quel continente, la Libia, il Tenente Salomone prenderà parte a numerose azioni di combattimento, riuscendo a meritarsi, tra il plauso di colleghi e superiori, la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Sebbene ufficialmente il conflitto libico fosse concluso, la guerriglia portata avanti dai ribelli rimase più viva che mai, cosa che richiese uno sforzo non indifferente al neonato corpo aeronautico in cui lo stesso Oreste prestava servizio.
Rientrato nuovamente in Italia, fu inviato in Francia per valutare dei nuovi velivoli, ma i nuovi venti di guerra richiesero immediatamente una sua presenza presso i reparti di volo del Corpo Aeronautico del Regio Esercito e, promosso Capitano, fu dapprima assegnato all’8a Squadriglia e in seguito alla 2a Squadraglia da Ricognizione e Combattimento.
Abilitatosi a volare sui velivoli Neuport-Macchi 10 e sui Caproni Ca.33, al seguito della 1a Squadriglia da Bombardamento, prese parte all’ardita azione del 18 febbraio 1916 su Lubiana.
L’obiettivo era quello di colpire un’importante città nel cuore dell’Impero Austro-Ungarico, sede del Quartier Generale, nonché come atto di ritorsione dopo i continui raid nemici sulle città di Udine, Venezia, Vicenza, Padova, Monza, Milano, Brescia e Ancona.
Una missione senza dubbio rischiosa e ardita, vista anche la poca manovrabilità dei lenti e pesanti Caproni, nonostante tutto, però, i velivoli decollarono dalle piste di Aviano e della Comina e raggiunsero l’obiettivo.
A compimento della missione, sul velivolo del Capitano Salomone si scatenò l’inferno, intercettato il Caproni da due Fokker, più veloci e maneggevoli, rimasero uccisi il Tenente Colonnello Alfredo Barbieri e il Capitano Luigi Bailo.
Fu in questo frangente che Oreste Salomone, una volta rientrato alla base, con il velivolo danneggiato e ferito si meritò la Medaglia d’Oro al Valor Militare, divenendo così il primo Aviatore del conflitto ad essere decorato con la massima onorificenza.
Promosso per meriti al grado di Maggiore rischiò di non volare più, a causa delle sue condizioni di salute a seguito delle ferite riportate sui cieli di Lubiana, solo dopo la battaglia di Caporetto riuscì a tornare ai comandi di un aereo, venendo al contempo nominato comandante del XIV Gruppo di stanza ad Arquà Petrarca.
Il 2 febbraio 1918, mentre rientrava da una missione di bombardamento, a causa della nebbia presente sulla pista dell’aeroporto di Padova, sbagliò la manovra, schiantandosi al suolo.
Assieme al Maggiore Oreste Salomone rimasero uccisi il Tenente Osservatore Mariano D’Ayala Godoy, anch’egli pluridecorato del conflitto, e il Sergente Pilota Antonio Porta.
La prima donna a ricevere questa onorificenza fu Maria Boni Brighenti, un’infermiera italiana, prima in assoluto ad essere decorata con la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
Nacque a Roma il 3 settembre 1868, figlia di Luigi Boni e di Giuseppa Ferrari, all’interno di una distinta famiglia, era fidanzata da ragazza con il tenente Costantino Brighenti, un ufficiale del Regio Esercito, si sposò nel corso del 1914 partendo subito dopo per la Libia al seguito del marito.
Trasferito il marito nel presidio di Tarhuna, ella si stabilì dapprima a Tripoli, raggiungendo successivamente il marito per concessione del Governatore nell’aprile 1915 e il 10 maggio seguente Tarhuna fu assediata dai ribelli che circondarono la città impedendo l’arrivo di rifornimenti e rinforzi, il comandante del presidio decise allora di iniziare il ripiegamento cercando di raggiungere Tripoli.
Giunta nel vallone di Ras Msid la formazione italiana fu circondata ed attaccata dai ribelli, ed iniziò il massacro, ferita da un colpo di rimbalzo mentre assisteva i feriti, non volle lasciare il proprio posto, e finì uccisa nel seguente furioso combattimento all’arma bianca.
Ma questa, è un’altra storia.

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