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Luigi e Attilio sono due persone qualunque.

La Guardia di Finanza trae le proprie origini nel 1774 dalla Legione Truppe Leggere ed è istituita nel 1862 come Corpo delle Guardie doganali del Regno d’Italia fino al 1881, allorquando divenne Corpo della Regia Guardia di Finanza.
La Guardia di Finanza partecipò alla prima guerra mondiale con un contingente di 12.000 finanzieri, il 40% dell’allora organico del Corpo, inquadrato in 18 battaglioni mobilitati e 4 compagnie autonome, impiegati sul fronte trentino, in Carnia, sull’Isonzo, sul Carso ed in Albania con organico, armamento ed equipaggiamento identico a quelli dei reparti alpini.
Altri “distaccamenti speciali”, invece, erano costituiti da finanzieri dei reparti di confine posti a disposizione dei reparti del Regio Esercito in prima linea, con compiti informativi e di esplorazione.
Reparti di finanzieri sciatori si distinsero inoltre sull’Ortles e sulla Marmolada; inoltre, se l’origine delle truppe d’assalto italiane nella prima guerra mondiale è controversa, è certa comunque la presenza in esse di finanzieri sin dalle prime manifestazioni della specialità, e di due di loro vogliamo raccontarvi oggi, Luigi Bevilacqua e Attilio Pumpo.
Luigi Bevilacqua apparteneva a quell’Arma del Genio che si rese protagonista di grandi opere nel corso del primo conflitto mondiale, furono gli uomini del Genio, gli Zappatori e i Minatori, che scavarono nella roccia, in poco meno di nove mesi, tra il febbraio e il novembre 1917, quelle cinquantadue gallerie che avrebbero messo al riparo dai tiri dell’artiglieria austro-ungarica i rifornimenti e i soldati che percorrevano le strette mulattiere lungo le pendici del Monte Pasubio.
E furono sempre gli uomini del Genio, quest’arma così particolare del Regio Esercito prima e dell’Esercito Italiano poi, chiamata ad assolvere compiti di primaria importanza a livello logistico, che costruirono quel celebre ponte di barche che permise di guadare il Fiume Piave nei giorni dell’offensiva finale.
E tra quanti si distinsero, in qualità di Geniere e all’occorrenza anche di soldato pronto a rispondere agli attacchi nemici balzando fuori dalle trincee, Luigi Bevilacqua, che cadrà alla fine del febbraio 1918 sul fronte del Basso Piave, là su quelle stesse rive che vedranno scritte le pagine di puro eroismo delle Fiamme Gialle.
Era originario di un piccolo paese in provincia di Udine ma era cresciuto nella città di Trieste, Luigi Bevilacqua sentì come un dovere l’essere arruolato nel Regio Esercito Italiano, lui che proveniva e che era cresciuto proprio nella città irredenta.
Con il grado di Caporale prese parte nel luglio 1915 ai combattimenti attorno al Monte Piana, dopo essere stato assegnato al 5° Reggimento Genio Minatori e con tale unità contribuì a più riprese a rinforzare le numerose posizioni italiane, le trincee lungo il Monte San Michele e il tristemente celebre “trincerone” delle Frasche, che vide versare il sangue di tanti Dimonios della Brigata Sassari.
Fu nell’estate del secondo anno di guerra, che il neo promosso Sergente Luigi Bevilacqua, promozione avuta per meriti di guerra, poté dimostrare tutto il suo valore, non solo si prodigò per rendere sicure, con i suoi Genieri, le protezioni dei fanti in trincea, ma fu lui stesso a scendere in battaglia, prendendo parte a più riprese ai furiosi combattimenti che a metà agosto porteranno alla conquista della città di Gorizia.
Proprio durante la battaglia finale per la città, il 16 agosto, rimase gravemente ferito alla testa, passando i mesi successivi in un ospedale per riprendersi dal trauma ma una volta ristabilitosi volle nuovamente essere in linea, prodigandosi, dopo la disfatta di Caporetto e lo stabilimento della nuova linea di resistenza sul Piave, a distruggere tutti i ponti che sarebbero stati utilizzati dal nemico.
Il 24 febbraio 1918, il Sergente Luigi Bevilacqua stava ripristinando alcune fortificazioni italiane nei pressi di San Donà di Piave quando improvvisamente uno sparò riecheggiò lungo la linea del fronte, un unico colpo sparato da un cecchino austriaco lo uccise all’istante.
La Guardia di Finanza Attilio Pumpo cadde ad appena diciannove anni il 4 luglio 1916 mentre, assieme alle Fiamme Gialle della 21a Compagnia Sassari, muoveva all’assalto delle posizioni austriache sulle pendici del Monte Cimone che, con i suoi oltre 1200 metri, domina la cittadina di Arsiero.
Il giovane Attilio, originario di Salerno dove era nato nel 1897, partì volontario nel Corpo della Regia Guardia di Finanza appena compiuti i diciotto anni d’età, dopo aver frequentato il corso di formazione presso il Battaglione Allievi di Maddaloni, venne destinato alla Brigata di Frontiera di Susa, con compiti principalmente di vigilanza dei confini.
Era il 1° dicembre 1915 quando giunse alla sua sede di servizio ma non passò molto tempo che la giovane Guardia di Finanza venisse mobilitata, così come tanti altri suoi colleghi, e aggregato ad uno dei diciotto battaglioni che il Comando Generale aveva destinato alle operazioni belliche contro l’Austria-Ungheria venne assegnato alla 21a Compagnia Sassari, facente parte del 5° Battaglione Mobilitato.
La Compagnia a cui venne assegnato Attilio Pumpo, la Sassari, vedeva provenire gran parte dei suoi ufficiali, sottufficiali e militari di truppa proprio dal capoluogo sardo, da cui prendeva il nome.
Il 5° Battaglione, nel giugno 1915, prese posizione in Val d’Astico, aggregato al 71° Reggimento Fanteria del Regio Esercito, dove iniziò la durissima vita di trincea, alternandola con le altrettante durissime azioni di pattuglia e nei servizi di polizia militare, anche a tutela della popolazione locale.
Ma le Fiamme Gialle si distinsero particolarmente nel secondo anno di guerra, il 1916, quando si resero protagoniste di una serie di azioni ardite ed eroiche proprio su quel Monte Cimone dove il giovane Attilio Pumpo troverà la morte.
Su tale vetta si trovava un munito caposaldo austriaco, la cui difesa era stata affidata al 59° Reggimento Fanteria di Salisburgo, inizialmente il Comando Supremo italiano pensò di tagliare fuori il Monte Cimone, avanzando ai lati e isolando di fatto gli Austriaci sulla vetta.
Il tiro delle artiglierie di Vienna, però, impedirono il compimento di tale piano, restava così solo un’azione da intraprendere, cogliere il nemico di sorpresa cercando di sferrare un colpo di mano per occuparne la vetta.
Il 1° luglio 1916 ebbe inizio la prima scalata, agli ordini del Sottotenente Beniamino Porzio, una trentina di Fiamme Gialle si inerpicarono lungo dirupi, mulattiere e piccoli sentieri riuscendo a giungere sulla vetta, ma la pronta reazione della fucileria austriaca fece desistere, a costo di gravi perdite, dal continuare l’attacco.
Passarono appena due giorni che il 4 luglio l’impresa venne nuovamente tentata, con una pattuglia composta da venti Finanzieri, tra essi anche la Guardia Attilio Pumpo che, partiti dal fondo valle la sera del giorno 3 appoggiati dal fuoco delle artiglierie italiane, quando le prime avanguardie giunsero di fronte alle postazioni austriache un violento fuoco si riversò su di loro.
Non riuscendo nella conquista dei trinceramenti, anche questi uomini dovettero mestamente ritirarsi, solo in cinque uscirono incolumi da questa seconda azione, essendo gli altri morti o feriti, più o meno gravemente.
Fu in questi concitati frangenti che Attilio divenne, suo malgrado, il più giovane militare italiano a cadere per la conquista del Monte Cimone, come ricordato nella motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare alla Memoria, non desistette dall’azione neanche quando venne ferito una prima volta e tutti i suoi compagni lo pregavano di mettesi in salvo.
Si espose ancora di più e, continuando a tenere gli Austriaci sotto tiro con le proprie armi, venne raggiunto da una seconda scarica di fucile nemico che ne stroncò la giovane vita.
I giorni successivi altre due scalate vennero tentate per conquistare la cima tanto difesa dai soldati di Vienna, l’ultima, ancora una volta infruttuosa, fu tentata il 6 luglio e, nuovamente, le Fiamme Gialle della 21a Compagnia Sassari vi presero parte, pagando un ulteriore tributo di sangue.
Soltanto il 23 luglio alcuni battaglioni di Alpini e reggimenti della Fanteria riuscirono nella tanto, agognata, impresa, ma ci fu poco da gioire, gli Austriaci pianificarono una riconquista, che ebbe inizio la notte del 23 settembre 1916.
Alle ore 05.45 il silenzio della notte venne squassato dall’esplosione di una gigantesca mina di oltre 140 quintali di esplosivo, oltre mille soldati persero la vita quella notte mentre la natura venne anch’essa straziata, essendo la cima del Cimone completamente divelta e polverizzata.
A tale distruzione si unì anche la cecità del comando italiano, sebbene gli Austriaci proposero una tregua per salvare i soldati gravemente feriti e sepolti dalle macerie, i combattimenti proseguirono inesorabili e solo 35 Italiani riuscirono a salvarsi grazie all’opera di soccorso dei soldati di Vienna.
Dopo la fine delle ostilità, la Guardia di Finanza, oltre a provvedere alla vigilanza lungo la linea di armistizio ed all’organizzazione del servizio d’istituto nelle nuove province liberate, inviò reparti in Dalmazia, in Albania ed in Anatolia, facenti parte dei rispettivi corpi di spedizione, mentre due compagnie furono autorizzate a permanere a Fiume occupata dai volontari di Gabriele D’Annunzio, uniche unità regolari incaricate della protezione della popolazione civile e del controllo dell’area portuale.
Ma questa, è un’altra storia.

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