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Giuseppe Ungaretti è una persona qualunque.

Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d’Egitto l’8 febbraio del 1888 da genitori italiani originari della provincia di Lucca, il padre Antonio era un operaio impiegato allo scavo del canale di Suez che morì due anni dopo la nascita del futuro poeta a causa di una malattia contratta negli anni di estenuante lavoro, la madre, Maria Lunardini, mandò avanti la gestione di un forno di proprietà, con il quale riuscì a garantire gli studi al figlio, che si poté così iscrivere presso una delle più prestigiose scuole di Alessandria d’Egitto.
L’amore per la poesia sorse in lui durante questo periodo scolastico, intensificandosi grazie alle amicizie che egli strinse nella città egiziana, così ricca di antiche tradizioni come di nuovi stimoli, derivanti dalla presenza di persone provenienti da tanti paesi del mondo; Ungaretti stesso ebbe una balia originaria del Sudan, una domestica croata e una badante argentina.
In questi anni, attraverso la rivista Mercure de France, il giovane si avvicinò alla letteratura francese e, grazie all’abbonamento a La Voce, anche a quella italiana. Inizia così a leggere, tra gli altri, le opere di Arthur Rimbaud, Stéphane Mallarmé, Giacomo Leopardi, Friedrich Nietzsche e Charles Baudelaire, quest’ultimo grazie all’amico Moammed Sceab.
Iniziò a lavorare come corrispondente commerciale, attività che svolse per qualche tempo, ma realizzò alcuni investimenti sbagliati; si trasferì poi a Parigi per intraprendere gli studi universitari.
Nel 1912, dopo un breve periodo trascorso a Il Cairo, lasciò dunque l’Egitto e si recò in Francia, a Parigi frequentò per due anni le lezioni tenute dal filosofo Henri Bergson, la cui opera superò le tradizioni ottocentesche dello spiritualismo e del positivismo ed ebbe una forte influenza nei campi della psicologia, della biologia, dell’arte, della letteratura e della teologia, fu anche insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1927; ma sempre a Parigi seguì anche le lezioni del filologo Joseph Bédier e di Fortunat Strowski, presso la Sorbona e il Collège de France.
Entrato in contatto con un ambiente artistico internazionale, conobbe Guillaume Apollinaire, poeta, scrittore, critico d’arte e drammaturgo francese con il quale strinse una solida amicizia, Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Aldo Palazzeschi, Pablo Picasso, Giorgio de Chirico, Amedeo Modigliani e Georges Braque.
In Francia, Ungaretti filtrò le precedenti esperienze, perfezionando le conoscenze letterarie e lo stile poetico e dopo qualche pubblicazione su Lacerba, 16 componimenti, avvenute grazie al sostegno di Papini, Soffici e Palazzeschi, decise di partire volontario per la Grande Guerra.
Quando nel 1914 scoppiò la prima guerra mondiale Ungaretti partecipò attivamente alla campagna interventista, arruolandosi in seguito nel 19º Reggimento di fanteria della Brigata “Brescia”, quando, il 24 maggio del 1915, l’Italia entrò nel conflitto, a seguito delle battaglie sul Carso cominciò a tenere un taccuino di poesie che furono poi raccolte dall’amico Ettore Serra, un giovane ufficiale, e stampate, in ottanta copie, presso lo Stabilimento Tipografico Friulano di Udine nel 1916, con il titolo Il porto sepolto.
Trascorse un breve periodo a Napoli, nel 1916, testimoniato da alcune sue poesie, per esempio Natale: “Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo di strade…“
e il 26 gennaio del 1917, a Santa Maria la Longa, vicino a Udine, scrisse la nota poesia Mattina: “M’illumino d’immenso”.
Nella primavera del 1918 il reggimento al quale apparteneva Ungaretti si recò a combattere in Francia, nella Champagne, con il II Corpo d’armata italiano del generale Alberico Albricci, nel luglio 1918 scrisse Soldati, composta nel bosco di Courton.
La poesia rientra esattamente nel suo filone tematico ed esprime il dramma e la precarietà del momento storico e della condizione umana, i soldati vengono qui paragonati a foglie autunnali che, ancora appese agli alberi, procedono inevitabilmente verso la caduta e la morte, vittime dello scorrere del tempo.
“Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”.
Dopo la fine della prima guerra mondiale Ungaretti restò nella capitale francese, dapprima come corrispondente del giornale Il Popolo d’Italia, diretto da Benito Mussolini, e in seguito come impiegato all’ufficio stampa dell’ambasciata italiana.
Nel 1921 si trasferì con la famiglia a Marino, in provincia di Roma, e collaborò all’ufficio stampa del Ministero degli esteri, gli anni venti segnarono un cambiamento nella vita privata e culturale del poeta, aderì al fascismo firmando il Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925, redatto da Giovanni Gentile e pubblicato sui principali quotidiani dell’epoca, in cui si esaltava il fascismo come un movimento rivoluzionario e proiettato al progresso.
Nel 1923 venne ristampato Il porto sepolto, presso La Spezia, con una prefazione di Benito Mussolini, che aveva conosciuto nel 1915 durante la campagna dei socialisti interventisti:
“Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde
Di questa poesia / mi resta / quel nulla / d’inesauribile segreto”.
L’8 agosto del 1926, nella villa di Luigi Pirandello, Giuseppe Ungaretti sfidò a duello Massimo Bontempelli a causa di una polemica nata sul quotidiano romano Il Tevere: Ungaretti fu leggermente ferito al braccio destro e il duello finì con una riconciliazione, due anni più tardi maturò la sua conversione religiosa al cattolicesimo, come testimoniato anche nell’opera Sentimento del Tempo.
A partire dal 1931 il poeta ebbe l’incarico di inviato speciale per La Gazzetta del Popolo e si recò, pertanto, in Egitto, in Corsica, nei Paesi Bassi e nell’Italia meridionale, raccogliendo il frutto di quest’esperienze vissute nella raccolta Il povero nella città, che sarà pubblicato nel 1949 e nella sua rielaborazione Il deserto e dopo, che vedrà la luce solamente nel 1961, nel 1933 il poeta aveva raggiunto il massimo della sua fama.
Nel 1936, durante un viaggio in Argentina su invito del Pen Club, gli venne offerta la cattedra di Letteratura italiana presso l’Università di San Paolo del Brasile, che Ungaretti accettò; trasferitosi quindi con tutta la famiglia in Brasile, vi rimarrà fino al 1942.
A San Paolo, morirà il figlio Antonietto nel 1939, all’età di nove anni, per un’appendicite mal curata, lasciando il poeta in uno stato di acuto dolore e di intensa prostrazione interiore, evidente in molte delle sue poesie successive, raccolte in Il Dolore del 1947 e in Un Grido e Paesaggi del 1952.
Nel 1942 Ungaretti ritornò in Italia e venne nominato Accademico d’Italia e, “per chiara fama”, professore di Letteratura moderna e contemporanea presso l’Università “La Sapienza” di Roma.
Nel marzo 1943, Ungaretti tenne una lezione all’Università di Zagabria su “Leopardi iniziatore della lirica moderna”, nell’ambito delle più grandi politiche mussoliniane di penetrazione culturale dell’Italia in Croazia.
Nonostante i suoi meriti letterari e accademici, il poeta sarebbe stato vittima dell’epurazione seguita alla caduta del regime fascista: esattamente dal luglio del 1944, anno in cui il Ministro dell’Istruzione Guido De Ruggiero firmò il decreto di sospensione di Ungaretti dall’insegnamento, fino al febbraio 1947, quando il nuovo Ministro dell’Istruzione Guido Gonella reintegrò definitivamente il poeta come docente, il poeta avrebbe poi mantenuto il suo ruolo di docente universitario fino al 1958 e in seguito, come “fuori ruolo”, fino al 1965.
Attorno alla sua cattedra si formarono alcuni degli intellettuali che si sarebbero in seguito distinti per importanti attività culturali e accademiche, come Leone Piccioni, Luigi Silori, Mario Petrucciani, Raffaello Brignetti, Ornella Sobrero, Franco Costabile, ed Elio Filippo Accrocca.
A partire dal 1942 la casa editrice Mondadori iniziò la pubblicazione dell’opera omnia di Ungaretti, intitolata Vita d’un uomo e nel secondo dopoguerra Ungaretti pubblicò nuove raccolte poetiche, dedicandosi con entusiasmo a quei viaggi che gli davano modo di diffondere il suo messaggio e ottenendo significativi premi, come il premio Montefeltro nel 1960 e il premio Etna-Taormina nel 1966.
Pubblicò un’apprezzata traduzione della Fedra di Jean Racine e nel 1954 sfiorò il premio Nobel per la letteratura, Ungaretti rimase molto amareggiato dalla mancata assegnazione del premio.
Nei suoi ultimi anni Giuseppe Ungaretti intrecciò una relazione sentimentale con l’italo-brasiliana Bruna Bianco, più giovane di lui di cinquantadue anni, conosciuta casualmente in un hotel di San Paolo del Brasile, dove si trovava per una conferenza.
Nel 1968 Ungaretti ottenne particolare successo grazie alla televisione: prima della messa in onda dello sceneggiato televisivo l’Odissea di Franco Rossi, il poeta leggeva alcuni brani tratti dal poema omerico, suggestionando il pubblico grazie alla sua espressività di declamatore.
Sempre nel 1968, per i suoi ottant’anni, Ungaretti venne festeggiato in Campidoglio, in presenza del presidente del Consiglio Aldo Moro; a rendergli onore i poeti Montale e Quasimodo.
Nel 1969 la Mondadori inaugurò la collana dei Meridiani pubblicando l’opera omnia ungarettiana e nello stesso anno il poeta fondò l’associazione Rome et son histoire; nel novembre sempre del ‘69 uscì l’album discografico La vita, amico, è l’arte dell’incontro di Giuseppe Ungaretti, Sergio Endrigo e Vinícius de Moraes.
Nella notte tra il 31 dicembre del 1969 e il 1º gennaio del 1970, Ungaretti scrisse la sua ultima poesia, L’Impietrito e il Velluto, pubblicata in una cartella litografica il giorno dell’ottantaduesimo compleanno del poeta.
Nel 1970 un viaggio a New York, negli Stati Uniti, durante il quale gli fu assegnato un prestigioso premio internazionale dall’Università dell’Oklahoma, debilitò definitivamente la sua pur solida fibra.
Morì a Milano, nella notte tra il 1º e il 2 giugno del 1970, all’età di 82 anni, per una broncopolmonite, il 4 giugno si svolse il suo funerale a Roma, nella basilica di San Lorenzo fuori le mura, ma non vi partecipò alcuna rappresentanza ufficiale del Governo italiano.
Ma questa, è un’altra storia.

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