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Concludiamo la serie sulle più famose SPIE maschili della prima guerra mondiale, dopo essere stati in Francia, Austria e Regno Unito, tornando nella nostra, al tempo, Regia Italia, che nulla aveva che da invidiare alle altre nazioni nemmeno a livello spionistico, raccontando la storia di una spia che fu la prima in assoluto ad imparare a volare.
Popolo strano, noi Italiani, siamo capaci di emozionarci per le grandi imprese di eserciti stranieri, come lo sbarco in Normandia, riportiamo ai posteri le gesta delle nobili spie come Lawrence d’Arabia e poi… ci dimentichiamo dei nostri soldati, che per ardimento e coraggio non furono secondi a nessuno, come già raccontato parlando di Luisa Zeni.
Questo mi ha portato a creare questo podcast e, sempre per questo, l’ho chiamato “Una persona qualunque”, chissà, forse lo facciamo per evitare di essere tacciati come un popolo militarista che non ama la pace e vuole la guerra, io, personalmente, ne parlo per l’esatto contrario, per tenere viva nella memoria tutti gli eroi, e gli orrori, che solo la guerra sa creare.
Dimentichiamo il sacrificio dei Ragazzi del ’99, che dedicarono i loro diciotto anni sul fronte del Piave; dimentichiamo quanti si lanciarono in un assalto disperato alle trincee nemiche armati solo di pugnali e bombe a mano; dimentichiamo che in luoghi come Redipuglia sono sepolti oltre centomila caduti di quella “inutile strage” che aspettano solo un nostro commosso ricordo.
Alessandro Tandura fu uno di questi eroi dimenticati dai più; nacque a Vittorio Veneto il 17 settembre 1893, arruolatosi volontario a 21 anni nel Regio Esercito Italiano venne assegnato al 1º Reggimento Fanteria col grado di Caporale, partecipò alle prime offensive italiane allo scoppio del conflitto sul Monte Podgora, dove, durante un aspro combattimento, venne ferito ad un braccio.
La battaglia del Podgora fu un episodio della seconda battaglia dell’Isonzo svoltosi il 19 luglio 1915 alla quota 240 del monte Podgora, e che impegnò in combattimento il Reggimento Carabinieri Reali, oltre a diversi reggimenti del Regio Esercito italiano, compreso quello di Alessandro Tandura.
Rientra al Corpo il 9 ottobre e, successivamente alla rassegna medica, venne nuovamente inviato in licenza di convalescenza per altri quattro mesi e il 23 febbraio del 1916 fu ricoverato all’ospedale di riserva di Bologna per i postumi della ferita, poi trasferito all’ospedale militare di Campobasso.
Tornato al reparto il 16 maggio, 4 mesi dopo venne trasferito al Deposito del 77º Reggimento fanteria “Toscana”, poi inquadrato nella 333ª Compagnia mitragliatrici FIAT e inviato in territorio di guerra.
Di grandi doti morali e spiccate capacità di comando, venne notato dai suoi ufficiali superiori e, dal 1917, avviato al corso per Allievi Ufficiali, fino alla sua nomina a Sottotenente avvenuta l’11 ottobre dello stesso anno, poche settimane prima dell’offensiva austro-tedesca di Caporetto.
Il 27 dicembre 1917, nonostante una infermità contratta in servizio, chiese ed ottenne di fare rientro al fronte, venendo assegnato al 20º Reggimento d’Assalto Fiamme Nere, gli arditi per intenderci, con il quale prese parte a tutte le azioni del Basso Piave, compresa l’espugnazione della testa di ponte di Capo Sile.
Sul fronte della 3a Armata, nel basso Piave, fra Candelù e Capo Sile, sulla riva destra del fiume, gli Austriaci costituirono tre teste di ponte, che, dopo furiosi combattimenti, riuscirono a congiungere, allargandosi su un fronte di trenta chilometri di sviluppo, per una profondità di sette chilometri.
Ma ciò che fece entrare Alessandro Tandura nella leggenda fu la sua selezione per un’operazione segreta oltre quella linea del Piave, in territorio controllato dal nemico; oggi sarebbe stata eseguita da un reparto di truppe speciali ma nel 1918 venne affidata ad un giovane Tenente degli Arditi, senza alcuna esperienza di spionaggio.
Il Colonnello Amelio Dupont, suo diretto superiore e comandante dell’Ufficio I, ufficio informazioni, da cui poi verrà creato il SIM, il Servizio Informazioni Militari, così riassunse la missione al giovane Tandura:
“Noi abbiamo bisogno di gente che si infiltri tra le file del nemico per osservare e riferire. Il compito è estremamente difficile, non glielo nascondo. Ma io conosco gli ufficiali veneti, so quanto stia loro a cuore di prendere la rivincita di Caporetto. Non entro nei particolari dell’impresa: Tenente Tandura, si sente di accettare quanto le propongo?” e Tandura accettò.
Ma ancora più sbalordito fu il modo in cui si infiltrò dietro quelle linee nemiche, lo fece lanciandosi nel vuoto da un aereo, diventando così il primo paracadutista italiano della storia.
Sì, perché il paracadute non esisteva a quei tempi, o meglio, alcuni tentativi di scarso successo erano stati provati ma fu Otto Heinecke che progettò il paracadute che il servizio aereo tedesco introdusse poi ufficialmente nel 1918, diventando il primo servizio aereo al mondo ad avere un paracadute standard.
Il modello di Heinecke è stato prodotto dalla società Schroeder di Berlino, il primo utilizzo con successo di questo paracadute fu da parte del tenente Helmut Steinbrecher della Jagdstaffel 46 che si lanciò il 27 giugno 1918 dal suo aereo da caccia colpito, che così divenne il primo pilota nella storia a farlo con successo.
Sebbene molti piloti siano stati salvati dal progetto di Heinecke alla fine della grande guerra, la sua efficacia era relativamente scarsa, si pensi solo che dei primi 70 aviatori tedeschi a lanciarsi, circa un terzo morì comunque.
Il lancio da 1600 piedi, quasi 500 metri, di Alessandro Tandura avvenne la notte tra l’8 e il 9 agosto 1918, a bordo di un aereo Savoia-Pomilio SP.4 del Gruppo speciale Aviazione I, rabberciato in tutta fretta dopo un grave danneggiamento a seguito di un violento temporale e pilotato dal maggiore William George Barker, canadese, e dal capitano e deputato alla Camera dei comuni William Wedgwood Benn, britannico, entrambi piloti della Royal Air Force.
Il Tenente Tandura NON fece parte di quel terzo di paracadutisti a cui il paracadute non salvò la vita, riuscì ad atterrare incolume ed a iniziare il suo lavoro di spionaggio, venne comunque catturato due volte dagli Austriaci, ma riuscì a fuggire rocambolescamente entrambe le volte, continuando a portare avanti il suo compito di intelligence fino al 30 ottobre 1918, giorno in cui prese avvio l’offensiva finale italiana che culminò con la battaglia di Vittorio Veneto, la sua città nativa.
Tre mesi passati a spiare e cercare di carpire più segreti possibili, riferendo al suo comando tramite l’utilizzo di piccioni viaggiatori, ogni movimento del nemico; il Re Vittorio Emanuele III, alla fine delle ostilità, gli appunterà sul petto anche la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
Ma questa missione dietro le linee nemiche del Piave, non avrebbe avuto successo senza l’aiuto della sorella Emma e della moglie del nostro Ufficiale del Regio Esercito, Maddalena Petterle.
Il loro contributo all’operazione spionistica di Tandura, nel frattempo promosso capitano, fu quasi determinante, a più riprese fornirono, di nascosto, informazioni di primaria importanza sui reparti austriaci presenti al fronte, grazie soprattutto all’attività da loro gestita, un piccolo hotel a Vittorio Veneto, e, ovviamente, grazie ai piccioni inviati da Tandura.
Non di rado, infatti, le truppe di Vienna si acquartieravano nelle loro stanze e le due donne, senza essere viste, ricopiavano su bigliettini e pezzi di carta le notizie spiate da cartoline, documenti e carte topografiche degli austroungarici.
Nel 1922, Tandura venne nominato nel servizio permanente effettivo e trasferito in forza al 7º Reggimento alpini e nel gennaio 1925 partì per la Libia in forza al 21º Battaglione indigeni eritreo-misto.
Nel dicembre 1918 il RCTC, il Regio corpo truppe coloniali della Somalia italiana, subì un riordino, che stabilì l’organico a 4 000 effettivi organizzati in 10 compagnie di àscari, sezioni mitragliatrici ed una compagnia cannonieri.
Quando venne ufficialmente costituita, nel 1908, la colonia della Somalia italiana con il proprio RCTC, per distinguere i “battaglioni indigeni” dei due corpi, essi assunsero rispettivamente la denominazione di “Battaglione indigeni eritrei”, o “Battaglione eritreo” e di “Battaglione arabo-somalo”.
Quando infine, dopo la conquista dell’Etiopia, venne proclamato l’Impero, tutti i battaglioni assunsero la denominazione di “Battaglione coloniale”, in Libia, a partire dal 1937, anno dell’annessione della colonia al territorio metropolitano italiano e della relativa estensione della cittadinanza a tutti i libici, la denominazione usata per i reparti di fanteria diventò “Battaglione fanteria libico”.
Alessandro Tandura morirà a Mogadiscio il 29 dicembre proprio di quell’anno, il 1937, dopo aver descritto la sua avventura in Tre mesi di spionaggio oltre Piave; suo figlio Luigi, durante il secondo conflitto mondiale, effettivo al 5° Reggimento Alpini, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 entrò a far parte della Brigata partigiana Osoppo.
Le Brigate Osoppo-Friuli furono formazioni partigiane autonome fondate presso la sede del Seminario Arcivescovile di Udine il 24 dicembre 1943 su iniziativa di volontari di ispirazione laica, socialista e cattolica, gruppi già attivi dopo l’8 settembre nella Carnia e nel Friuli.
Il 28 giugno 1944, rimase ucciso durante uno scontro a fuoco nei pressi di Gorizia, mentre, da solo, copriva la ritirata dei suoi compagni, come il padre prima di lui, venne anch’egli insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare anche se alla Memoria.
Questo è il destino delle spie.

Il nostro podcast “Le Spie della grande guerra” è dedicato alle spie della prima guerra mondiale, persone nascoste nell’ombra che hanno salvato vite studiando, indagando e nascondendosi agli occhi dei nemici.
Questo libro raccoglie le loro vicende reali, avventurose e drammatiche per restituire voce a chi visse la guerra non con le armi, ma con l’intelligenza, l’inganno e la determinazione di chi sfidò il proprio tempo.




