Carl, Fritz e Karl

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Finiamo questo speciale sui serial killer della prima guerra mondiale, dopo essere stati con Landru in Francia, con Kiss in Ungheria e con Komarov in Russia con un tris inquietante accomunati dalla stessa nazione, i macellai tedeschi.

Carl Friedrich Wilhelm Großmann nacque a Neuruppin, una zona vicina a Berlino, il 13 dicembre del 1863; della sua infanzia non si sa molto.

Presumibilmente nacque in una famiglia poco abbiente, considerando che suo padre era un umile straccivendolo.

Già da piccolo per motivi sconosciuti sviluppò una spiccata tendenza al sadismo e alla perversione sessuale che lo portarono più volte a molestare e violentare i coetanei.

Dell’infanzia di Fritz Haarmann e Karl Denke si sa ancora meno di quella di Großmann, Haarmann nacque ad Hannover il 25 ottobre 1879 e Denke a Münsterberg l’11 febbraio 1860, ma di tutti e tre ancora oggi conosciamo bene come venivano chiamati per ciò che hanno fatto: Großmann era “il macellaio di Berlino”, Haarmann “il macellaio di Hannover” e Denke “il macellaio di Münsterberg”.

Großmann, Haarmann e Denke erano tre serial killer, erano tutti e tre tedeschi e tutti e tre con manie tragicamente simili e spaventosamente cruenti che gli fecero guadagnare pienamente il modo in cui erano stati etichettati.

Großmann, tra il 1879 e il 1895 visse come mendicante a Berlino e nel 1899 fu arrestato per crimini sessuali.

La sua prima vittima fu una bambina di 4 anni.

Dopo essere uscito dal carcere nel 1913 si trasferì in un piccolo appartamento nel povero e malfamato quartiere di Friedrichshain a Berlino, dove visse quasi tutta la sua vita.

Per tutti e tre, l’apice della loro attività fu durante il difficile clima della prima guerra mondiale in cui, ovviamente, la Germania era implicata in prima linea.

La guerra, qualunque essa sia, porta con sé un numero impressionante di problemi a tutte le nazioni coinvolte e in tutte, uno di questi problemi, è reperire beni di primissima necessità, come il cibo per sé e le proprie famiglie.

Le tasse imposte e gli espropri per nutrire i soldati al fronte lasciavano solamente le briciole ai cittadini comuni, briciole oltretutto molto care da acquistare e questo portò alla diffusione dell’illegalità, come, per esempio, il mercato nero del cibo.

Carl Großmann, a Berlino, aveva un modus operandi spinto dall’anima del predatore sessuale e dal proprio dissesto economico.

Dopo alcune bevute abbordava nei locali di infimo rango o alla stazione o in una piazza chiamata “Andreasplatz” delle prostitute; poi le portava nel suo appartamento e, dopo averci fatto sesso, le uccideva a colpi di ascia, le decapitava e infine le macellava.

I pezzi che gli sarebbero serviti più avanti li selezionava e conservava; il resto, composto in prevalenza da ossa, lo buttava in un canale, i “pezzi utili” venivano infine cucinati e usati per riempire dei panini che il giorno successivo avrebbe venduto vicino alla stazione.

I clienti li comperavano e li mangiavano: così facendo occultavano le prove; essendo inconsapevoli apprezzavano il sapore della carne e spesso chiedevano a Großmann dove l’avesse comprata, ma lui evitò di iniziare a fare discorsi pericolosi, solo alcune volte mentì, dicendo che la carne proveniva da alcuni fornitori.

Esaurita la carne e volenteroso di fare violenza, Großmann ricominciava.

Non tutta la carne che accumulava la dava ai clienti, ogni tanto la vendeva al mercato nero.

Inizialmente le sue vittime erano prostitute, poi passò ad adolescenti e ai bambini; infine arrivò ai cani e ai gatti.

Le prostitute, a differenza dei bambini, attiravano meno l’attenzione dell’opinione pubblica e della polizia, specialmente durante il periodo storico della Grande Guerra.

Gli omicidii iniziarono nel 1913 circa e finirono nell’agosto del 1921, 8 anni continui di omicidi.

Durante tutto questo periodo i vicini di Großmann, sebbene fossero spaventati da una presenza così tetra, introversa e misteriosa come la sua non sospettarono molto di lui, furono allertati solo quando videro che molte delle prostitute che entravano nel suo appartamento non ne uscivano più.

Fritz Haarmann aveva altri gusti, ma tranne questo futile particolare era uno stretto collega di Großmann.

Dal 1918 al 1924, per 6 anni, Haarmann commise almeno 24 assassinii, e forse oltre 27.

Le sue vittime erano “ragazzi di strada” che vagabondavano attorno alle stazioni ferroviarie: Haarmann li portava nel proprio appartamento, per poi ucciderli mordendoli alla gola in un atto di frenesia sessuale.

Durante il processo, si sparse la voce che avesse venduto la carne delle sue vittime al mercato nero spacciandola per maiale, ma non si trovarono prove concrete a suffragio di tale diceria, ma nemmeno prove che lo scagionasse veramente dall’averlo fatto.

Haarmann fu scoperto quando diversi resti ossei, che aveva scaricato nel fiume Leine, riemersero mentre Denke, il terzo macellaio, fu scoperto il 20 dicembre 1924, dopo aver ferito con un’ascia un vagabondo che aveva ospitato in casa sua, la polizia perquisì la casa trovando resti umani, carne sotto sale, pelle, grasso e denti in grossi recipienti, bretelle e lacci fatti in pelle umana e un registro contenente i dettagli di alcune decine di persone che Denke aveva assassinato e cannibalizzato nel corso degli anni.

La notizia del suo arresto scandalizzò la popolazione: Denke era conosciuto prima di allora per le sue opere di bene verso i poveri e i vagabondi del paese, a volte infatti li ospitava in casa dando loro vitto e alloggio senza pretese oppure elargiva abbondanti elemosine alla parrocchia.

Per questo veniva anche soprannominato “Padre Denke”.

La carne di alcune sue vittime era stata certamente venduta al mercato di Breslavia a basso prezzo, spacciata, anche in questo caso, per carne di maiale.

Come Haarmann e Denke, Großmann fu arrestato quando rapì un bambino che si trovava solo e lo violentò; poi lo lasciò andare ma senza prima minacciarlo di morte nel caso in cui avesse riferito il fatto a qualcuno.

Lo stesso giorno però il bambino tornò dai genitori e raccontò loro il fatto, che arrivò alle orecchie dei poliziotti.

Dal suo racconto raccolsero anche un identikit dell’aggressore e il modus operandi di quest’ultimo fu così collegato ad una serie di corpi ritrovati in un canale nello stesso periodo.

Le vittime in totale erano svariate decine, approssimativamente attorno alla trentina.

La polizia cominciò a fare interrogatori e ricerche, ma senza successo.

Il 21 agosto 1921 i vicini udirono dall’appartamento di Großmann alcune grida e forti rumori, che dopo pochi attimi cessarono, spaventati, decisero finalmente di chiamare le autorità.

La notte stessa gli agenti entrarono in casa sua: trovarono su un letto il cadavere di una prostituta morta da poco e diverse chiazze di sangue per la casa, che indicavano la presenza di almeno altre 3 persone, che però non trovarono, in quanto già cucinate e vendute.

La polizia, che finalmente aveva abbastanza prove, lo arrestò con l’accusa di omicidio di primo grado e lo portò in centrale.

Non confessò nulla agli agenti, ma fu ugualmente collegato alle ultime sparizioni e ai numerosi ritrovamenti, la soglia delle vittime sospettate si alzò così a 50.

Per i tre arrestati iniziarono gli iter giudiziari. Quello di Karl Denke fu molto breve, il giorno dopo il suo arresto, Denke, venne trovato impiccato nella sua cella d’isolamento e la verità dei fatti non poté essere completamente mai accertata.

La polizia lo ha comunque trovato colpevole di almeno 31 vittime, ma è fortemente sospettato di circa 40 omicidi in totale.

Per quanto riguarda Fritz Haarmann, a parte la tremenda crudeltà dei dettagli dei delitti che lo stesso ammise di aver commesso, scosse ancor più la società tedesca il coinvolgimento della polizia nel caso: Haarmann, che aveva precedenti penali per furto ed era stato in passato ricoverato in manicomio, era regolarmente usato dalla polizia come informatore, per cui era amico intimo di alcuni agenti che occasionalmente ricevevano da lui vestiti come “dono” e chiudevano un occhio sulla sua frequentazione di giovanissimi prostituti, l’omosessualità era illegale in Germania.

Haarman approfittò di tale ruolo presso la polizia adescando col ricatto nell’atrio della stazione di Hannover alcuni minorenni, vagabondi o prostituti fuggiti di casa, minacciando di denunciarli alle forze dell’ordine se non lo avessero accompagnato a casa sua.

Durante il processo Hans Grans, un giovane ladruncolo e prostituto, amante fisso e convivente di Haarman che rivendeva i vestiti delle vittime e per questo venne arrestato come complice di Haarmann, sostenne la sua estraneità ai crimini; il suo ruolo si sarebbe limitato a rivenderne gli abiti.

Ma Haarman lo denunciò quale complice in tutti i reati, riuscendo a convincere la giuria della sua colpevolezza.

Haarmann fu dichiarato capace di intendere e di volere, giudicato colpevole, condannato a 24 pene di morte, Grans ricevette inizialmente una condanna a morte per incitamento all’omicidio in un singolo caso.

Großmann fu processato anche lui ovviamente e il suo atteggiamento durante le udienze, definito “irritante”, non fece altro che rendere più lungo il processo e stizzire il pubblico.

Venne trovato colpevole di 26 omicidi dei 50 di cui era fortemente sospettato e condannato a morte.

Lui accolse il verdetto iniziando a ridere.

Carl Großmann, come Karl Denke, non poté mai essere giustiziato, in quanto si impiccò in cella il 5 luglio 1922, prima della data dell’esecuzione.

Aveva 58 anni.

Il suo suicidio, insieme all’assenza di una sua confessione, lasciò in sospeso il numero totale degli omicidii.

Fritz Haarmann fu decapitato il 15 aprile 1925, su pressione dell’opinione pubblica, la quale non avrebbe apprezzato che venisse semplicemente rinchiuso in un ospedale psichiatrico.

Dopo l’esecuzione capitale di Haarmann, fu trovata una sua lettera che scagionava Grans completamente, e dichiarava: “Avete giustiziato un innocente”.

Questo condusse ad un nuovo processo che commutò la condanna di Grans a 12 anni di prigione.

Ma ne aveva fermato solamente uno.

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Il generale Graziani

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Continuiamo la serie degli ufficiali fucilatori riportando altri gravi eventi della prima guerra mondiale, parlando di quegli ufficiali che riuscivano, nonostante il periodo che i valorosi soldati italiani vivevano, ad essere più spietati dei nemici che incontravano al fronte.

Dopo aver raccontato della fine che fece il maggiore Melchiorri con la Brigata Sassari, il 15 luglio 1917 ci fu un altro episodio di ribellione, il più grave di tutta la guerra, stavolta ad ammutinarsi fu un’intera brigata, la Catanzaro.

I suoi reggimenti, impiegati sia sull’Isonzo che sul Carso, combatterono duramente sin dall’inizio del conflitto con perdite gravissime e nella zona di Asiago, sul monte Mosciagh tale fu il valore dei suoi uomini che venne coniata l’espressione ‘Sul monte Mosciagh la baionetta ricuperò il cannone’.

Giunse finalmente il riposo dopo settimane di prima linea, la brigata si acquartierò nel paesino di Santa Maria la Longa (Udine), ma ecco che arrivò un nuovo ordine: si rientra in linea, alla notizia il malumore si diffuse fra i soldati e in breve scoppiò la rivolta.

Si sparò contro le baracche e contro gli ufficiali, per sedare la ribellione ci volle tutta la notte, numerosi carabinieri, diversi cavalleggeri e una sezione d’artiglieria e al mattino si contarono tre ufficiali e quattro carabinieri morti.

Il pugno di ferro fu immediato, ventotto furono fucilati subito, fra questi, dodici furono scelti a sorte, altri, riconosciuti colpevoli, furono scortati dai carabinieri verso la prima linea, ma alcuni di essi si rifiutarono e gettarono le giberne delle munizioni; risultato: nuove fucilazioni sommarie.

Carnia, zona di guerra nei pressi del Passo di Monte Croce Carnico, 23 giugno 1916, il battaglione degli alpini Monte Arvenis ricevette l’ordine di prepararsi ad un attacco diurno alla cima est del Monte Cellon strenuamente difesa dagli austriaci.

Alla notizia gli alpini erano increduli: l’azione, infatti, prevedeva che l’attacco avvenisse da una parete totalmente scoperta, liscia sotto il tiro della mitraglia austrica, un’azione del genere in pieno giorno equivaleva a compiere un attacco suicida.

Gli alpini protestarono, chiedendo che venisse modificato l’ordine di attacco e che l’assalto avvenisse da un canalone che permetteva più copertura e, soprattutto, di sorprendere il nemico alle spalle, questi soldati conoscevano bene la zona, la stragrande maggioranza di loro era stata, infatti, reclutata proprio dai paesini vicini.

In tempo di pace salivano su quelle cime, ora insanguinate, per gli alpeggi e fra i dubbiosi vi era il caporal maggiore Silvio Gaetano Ortis, un veterano della guerra di Libia del 1911-1912, dove aveva combattuto valorosamente ed era stato decorato.

Ortis allora ebbe un’idea: propose al tenente del suo plotone d’intercedere con i comandanti affinché almeno si potesse tentare un attacco notturno, dove, oltre all’oscurità, pure la nebbia avrebbe giocato a favore degli alpini, il capitano della compagnia, Armando Ciofi, non ne volle sapere e anzi accusò i plotoni designati per l’attacco di essere dei vigliacchi.

Intanto il malcontento fra i soldati crebbe, tanto che la sera diversi alpini si riunirono dentro una baracca e decisero di disobbedire all’ordine suicida di attaccare la cima del Cellon.

La rivolta scoppiò, ottanta soldati vennero immediatamente accusati di ‘rivolta in faccia al nemico’, Ortis era fra gli incriminati assieme ad altri tre suoi commilitoni, i caporali Basilio Matiz e Giovanni Battista Coradazzi e il soldato Angelo Primo Massaro.

L’incriminazione era totalmente ingiusta visto che i quattro non avevano neppure partecipato alla sediziosa riunione ma a nulla servirono le rimostranze, i quattro alpini furono giudicati da un tribunale straordinario che si riunì nella chiesa del paese di Cercivento (Udine).

Il processo iniziò la sera del 30 giugno, fondamentale fu la deposizione del capitano Ciofi, che indicò Ortis e gli altri tre come i fomentatori della rivolta, i quattro alpini furono condannati alla fucilazione.

Il processo fu talmente rapido che la sentenza di morte fu emessa alle due di notte e due ore dopo i quattro furono già portati su di un campo dietro la chiesa per l’esecuzione, erano le quattro del mattino del primo luglio 1916, il parroco del paese, unico segno di umana pietà in questa vicenda, don Luigi Zuliani, implorò il comando di risparmiare le vite a quei soldati.

Spiegò che avrebbe chiesto per loro la grazia direttamente alla regina ma la supplica fu respinta, Zuliani, in un immenso gesto di altruismo, si offrì addirittura di essere fucilato al loro posto, ma neppure questo cambiò la sorte dei quattro alpini.

Legati alle sedie e degradati con disonore, un plotone di carabinieri fece fuoco su di loro, i commilitoni, infatti, si rifiutarono di far parte del plotone d’esecuzione, passarono pochi giorni e gli alpini del Monte Arvenis si lanciarono all’attacco della cima del Cellon conquistandola e facendo diversi prigionieri, l’azione avvenne di notte, come aveva suggerito Ortis.

Per l’incapacità dei generali italiani arroganti, presuntuosi e ignoranti, gli austriaci sfondarono il fronte a Caporetto, il Regio Esercito era in ritirata, una disfatta; gli alti ufficiali, quelli di carriera, fuggivano verso Treviso e Padova in automobile con le mogli impellicciate o con le amanti ingioiellate; gli altri, invece, marciavano da giorni nel fango senza alcuna organizzazione, affamati, infangati fino al ginocchio, senza armi, senza ordini, impidocchiati, con voci contraddittorie e false: è saltato il ponte di Casarsa – bisogna passare per Latisana – il ponte di Casarsa è aperto e presidiato dai carabinieri – gli austriaci sono in treno verso Roma – il Tagliamento è in piena e non si passa – si passa per il Tagliamento – gli austriaci hanno fatto saltare il ponte di Latisana.

Andrea Graziani era un generale italiano che durante il corso della prima guerra mondiale fu comandante del 15º Reggimento bersaglieri, della Brigata Ionio, della 44ª Divisione e della 33ª Divisione, del 1º Raggruppamento alpino e della 6ª Divisione cecoslovacca.

Dopo l’esito negativo della battaglia di Caporetto il Capo di stato maggiore del Regio Esercito, Luigi Cadorna, lo nominò “Ispettore generale del movimento di sgombero”, conferendogli ampissimi poteri, ed affidandogli il compito di ripristinare con ogni mezzo l’ordine tra le file degli sbandati, cosa che fece utilizzando durissimi metodi repressivi, con ampio uso della pena di morte.

Il 3 novembre, a Noventa di Piave, nella folla di soldati e profughi, il generale Andrea Graziani, uno dei peggiori, un assassino seriale che al fronte aveva fatto sparare alle spalle i soldati italiani, disse all’autista di fermare la macchina e i Carabinieri del suo plotone personale di esecuzione perché la strada statale era ingombrata da una colonna di artiglieri di montagna.

Poi c’erano i profughi, le donne e uomini e bambini con carri bovi e materassi, erano circa le 16,30, il cielo grigio si scuriva verso il levante dove gli austriaci avanzavano, prometteva ancora pioggia prima del buio.

I soldati salutano con la mano alla fronte il generale ma un soldato, il soldato Alessandro Ruffini, di Castelfidardo, lo salutò senza togliere la pipa dalla bocca, Graziani si mise ad urlare contro il soldato, alzò il bastone e lo picchiò sulla testa e sulle spalle urlando, il soldato Ruffini si strinse nelle spalle senza muoversi, chiuse gli occhi e cercò di ripararsi sotto all’elmetto dalla tempesta di bastonate del generale Graziani.

Le donne strillarono, un borghese, uno di quei borghesi che si mettono sempre in mezzo nelle cose dei militari si rivolse al generale dicendo che non era quello il modo di trattare i nostri soldati, il generale urlò: “dei soldati io faccio quello che mi piace!“ e ordinò ai Carabinieri del suo plotone privato d’esecuzione di prendere il povero soldato Ruffini, lo fece mettere davanti a un muro e lo fucilò davanti a tutti.

Graziani poi ordinò allo sbigottito tenente colonnello Folezzani del 28° campale di far sotterrare la salma straziata del soldato Ruffini con la motivazione “è un uomo morto per asfissia”, disse ad alta voce, salì poi sull’automobile e ripartì, il Ruffini Alessandro morì per asfissia.

Il padre del soldato Ruffini, Anselmo, quando finalmente seppe cosa successe veramente a suo figlio, denunciò per omicidio il generale Graziani che però venne assolto e, anzi, promosso.

Il 6 novembre 1917 Andrea Graziani farà poi fucilare sommariamente a Magrè il sergente Adalberto Bonomo, da Napoli, colpevole di avere risposto “in maniera vivace”, quattro giorni dopo, sulla riva del fiume Tagliamento, farà legare a un albero e fucilare dai suoi Carabinieri due fanti, uno dei quali aveva il tascapane rigonfio con un sacchetto pieno di due chili di farina di cui non avevano saputo spiegarne la provenienza.

La settimana successiva Andrea Graziani farà esporre sui muri delle case un proclama in cui scriverà di aver fatto fucilare quella mattina 19 altri soldati per motivi diversi e altre fucilazioni seriali lungo il muro del cimitero di San Pelagio di Treviso.

Il 12 giugno 1918 Graziani fece fucilare, per diserzione, alla presenza di un intero Battaglione, otto soldati del 33° e 34° Reggimento della Divisione cecoslovacca, che erano stati appena riportati all’accampamento dai Carabinieri.

La Divisione era stata costituita nel maggio 1918 con prigionieri e disertori dell’esercito austroungarico ed era entrata in azione nella zona del Piave, gli Ufficiali Superiori erano italiani, ma dato che c’erano state nei giorni precedenti varie diserzioni e altre se ne temevano, Graziani ordinò al Colonnello Gambi, Comandante del 34° Reggimento, di fucilare immediatamente, alla schiena e senza processo, i militari sorpresi a tentare la fuga per disertare.

Andrea Graziani farà una carriera fulminante e quando nel 1922 arriverà il fascismo, vi aderirà entusiasta e ne diventerà il capo della milizia finché nel febbraio del 1931 verrà trovato morto ai piedi della massicciata della linea ferroviaria Bologna-Firenze, caduto, concluse l’inchiesta in modo rapido, dal treno in corsa perché aveva sbagliato ad aprire la porta del vagone.

Caduto da un treno che non aveva preso, caduto sulla massicciata in un punto in cui non era possibile cadere, chissà che cosa avrebbe potuto rivelare l’autopsia, tenuta segretissima anche ai famigliari del Graziani.

Ma ne aveva fermato solamente uno.

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Vasilij Ivanovič Komarov

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Il terzo episodio dedicato agli omicidi seriali della prima guerra mondiale lascia l’Europa del francese Landru e dell’ungherese Kiss per entrare in quello che si chiamava ai tempi Impero Russo e che oggi è la Bielorussia.

Komarov nacque come Vasilij Terent’evič Petrov nel 1877 o 1878 (o nel 1871 secondo la sua testimonianza) a Vicebsk, una città a 500 kilometri a ovest di Mosca.

Nacque da un’umile famiglia di classe operaia e aveva cinque fratelli.

I suoi genitori erano entrambi affetti da alcolismo; Komarov all’età di 15 anni diventò anch’egli un alcolista cronico ed uno dei fratelli andò in carcere perché uccise una persona proprio mentre era ubriaco.

Da giovane si arruolò nell’esercito russo e vi militò per 4 anni.

A 28 anni si sposò per la prima volta e durante la guerra tra la Russia e il Giappone, nel 1904 e 1905, Komarov viaggiò nell’Estremo Oriente e mise da parte molti soldi, ma li sperperò tutti quasi interamente durante quel viaggio.

A 30 anni rapinò un magazzino: arrestato, rimase in carcere per un anno per sentenza del tribunale ma mentre era in carcere la moglie morì di colera.

Scarcerato, si trasferì a Riga dove sposò una vedova polacca di nome Sofia, che aveva due figli.

Komarov era un personaggio violento, picchiava spesso lei e i figli a causa del suo alcolismo.

Nel 1915, quando la prima guerra mondiale era iniziata da un anno e le truppe tedesche già erano arrivate nel Mar Baltico, si trasferì nuovamente nella regione del Volga.

Dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917 Komarov entrò nell’Armata Rossa e lì imparò a leggere.

Fece carriera militare e diventò un comandante di plotone; in almeno un’occasione prese il comando di un plotone di fucilazione per prigionieri nemici.

Nel 1919, durante una battaglia, fu catturato dai volontari dell’esercito del generale Anton Ivanovič Denikin, ma riuscì a fuggire.

Per evitare un processo del tribunale militare rivoluzionario e una sicura condanna a morte, cambiò nome in Vasilij Ivanovič Komarov e nel 1920, dopo la guerra civile, Komarov si trasferì al numero 26 del distretto di Šabolovki vicino al centro di Mosca.

Lì affittò un cavallo e una carrozza e diventò un tassista ma non si limitava a quel singolo lavoro, compì anche diversi furti facendo sparire la merce rubata vendendola al mercato.

Fino a qui abbiamo raccontato la storia di un ex militare, ma non ex alcolista, un violento proveniente da una famiglia difficile e cresciuto con semplici leggi di sopravvivenza, non certo per discolparlo ma bisogna sottolineare che il periodo storico in cui visse era difficile e caratterizzato da forti crisi, povertà, crimine, primo dopoguerra e persecuzioni politiche.

Komarov era una bomba pronta ad esplodere con attacchi d’ira difficilmente controllabili e, inevitabilmente, venne il giorno dell’esplosione.

Il primo delitto non era stato progettato.

Aveva invitato a casa sua un contadino che aveva intenzione di comperare un cavallo con del grano.

Komarov gli offrì da bere e lo fece involontariamente ubriacare.

Quando seppe che voleva comprarsi un cavallo per rivenderlo, pensò che fosse uno speculatore e gli venne un attacco d’ira: andò in giardino, prese un martello e gli spaccò il cranio, il corpo lo nascose in una casa diroccata nei pressi ed il tutto durò circa mezz’ora.

Quella tremenda esperienza non lo turbò, anzi, gli piacque talmente tanto che da quel momento in poi pensò di continuare ad uccidere; nel 1922 smise di nascondere i cadaveri in case abbandonate o in alcune buche e sfruttò la sua professione di tassista per scaricarli in giro.

Il suo modus operandi, identico per tutti gli omicidi, era il seguente: Komarov attirava a sé la vittima con la scusa di fargli visitare la sua scuderia di cavalli; arrivata al suo allevamento, la faceva ubriacare solitamente con vodka e la strangolava con una corda; altre volte la massacrava a martellate.

Qua, il calcolatore, aveva adottato la tecnica di far colare il sangue dal cranio spaccato in un sacco o in una ciotola; questo metodo iniziò ad utilizzarlo dopo che i vestiti della prima vittima si erano macchiati.

Generalmente tutte le vittime erano di sesso maschile.

I cadaveri venivano poi legati, infilati in sacchi di tela e occultati tra i rifiuti nel quartiere di Šabolovki o buttati nel fiume Moscova o sotterrati o nascosti in alcune case diroccate.

Infine si metteva a pregare tutta la notte; ironicamente casa sua si trovava vicino ad una chiesa, la moglie Sofia gli fece da complice nell’occultamento dei corpi: nell’inverno del 1922 scoprì i delitti del marito, ma alla fine ne rimase coinvolta perché il movente degli omicidi era fondamentalmente economico: Komarov infatti derubava le sue vittime, otteneva circa 80 centesimi a cadavere; in totale con 33 omicidi fece soltanto 26 dollari e 40 centesimi.

Gli omicidi partirono dal febbraio 1921, anno in cui si scoprì anche il primo cadavere, solamente quell’anno Komarov compì almeno 17 omicidi; dal 1922 alla metà del 1923 ne compì almeno altri 12.

Questa enorme catena di uccisioni, che terrorizzò la Russia degli anni ’20 e durò circa 2 anni, gli valse il soprannome di “Lupo di Mosca”.

Komarov era conosciuto dai vicini come un individuo cordiale, socievole e sempre sorridente che gestiva la sua semplice famiglia con il commercio di cavalli ma i suoi vicini sapevano anche che, dietro al suo sorriso, si nascondeva «una brutta vena violenta»: infatti una volta tentò di uccidere il figlio di 8 anni, che si salvò solamente grazie all’intervento della madre Sofia.

La polizia si sensibilizzò sul caso all’inizio del 1923, a seguito dell’ennesimo ritrovamento, scoprì che tutte le vittime sparivano con regolarità ogni mercoledì e venerdì nella zona del mercato, luogo dove Komarov usava abbordarli.

La polizia continuò le indagini e lui si insospettì, aveva appreso, forse tramite dei testimoni preoccupati, che le persone che andavano a vedere i suoi cavalli non tornavano più indietro e casualmente sparivano sempre di mercoledì e venerdì pomeriggio, primo indizio.

I corpi venivano trovati sempre di giovedì e sabato, il giorno dopo la visita alla scuderia, inoltre Komarov abitava nel distretto di Šabolovki, dove avvenivano le sparizioni e i ritrovamenti: scattò la prima ipotesi che il killer fosse proprio lui, secondo indizio.

I corpi venivano poi ritrovati in vari luoghi: quindi scattò un’altra ipotesi, e cioè che il killer fosse uno dei tanti tassisti di Mosca, una volta poi, sulla testa di un cadavere fu ritrovato un pannolino fresco, che forse serviva ad assorbire il sangue: quindi scattò la terza ipotesi che avesse avuto un figlio da poco, come aveva avuto Komarov.

E se è vero che, come si dice, tre indizi fanno una prova, per coincidenza, Komarov possedeva tutte queste caratteristiche: forse avevano trovato la pista giusta.

Poco tempo dopo, il 17 marzo, gli agenti andarono in casa sua con la finta accusa di contrabbando di liquore per sottoporlo ad un interrogatorio e durante la successiva inevitabile perquisizione di una stalla trovarono un cadavere avvolto in un sacco nascosto sotto al fieno.

Komarov, vistosi scoperto e preso dal panico, saltò da una finestra e scappò, sebbene l’edificio fosse circondato dalle forze dell’ordine così, durante il perdurare dei controlli di casa sua, fu trovato nell’armadio un corpo ancora caldo con la testa sfracellata.

Eluse gli agenti per un po’ di tempo, ma ormai le autorità erano sulle sue tracce e l’avevano identificato, fu arrestato un giorno dopo la fuga a Nikol’skij, villaggio a pochi chilometri da Mosca, placidamente Komarov in carcere confessò con indifferenza e a tratti felicità 33 omicidi, la polizia ne aveva già scoperti 21, a cui lo collegò e altri 12 cadaveri vennero trovati il giorno successivo nel fiume Moscova e nelle discariche.

Venne così il giorno del processo, che vide coinvolta anche la moglie.

Komarov provò a suicidarsi in cella per tre volte in attesa dell’udienza, senza mai riuscirci.

Chiese alle autorità un processo veloce e confidò nell’inevitabile pena morte, i tre psichiatri che lo esaminarono lo descrissero come un cinico insensibile che non provava rimorso per ciò che aveva fatto, anzi, si era dichiarato pronto ad uccidere altre 60 persone.

Disse di avere compiuto i delitti per motivi economici e che la sua psiche era degenerata a causa dei frequenti abusi di alcol; aggiunse poi che le vittime erano degli «odiosi e avidi speculatori che meritavano di morire al posto dei poveri soldati che combattevano durante la guerra», praticamente soffriva del complesso di Raskol’nikov.

Gli stessi psichiatri però sospettarono comunque che ci fosse qualcos’altro a spingerlo ad uccidere e conclusero le loro perizie allo stesso modo, per i professionisti l’imputato era sano di mente.

Fu processato a Mosca il 6 o 7 giugno 1923, davanti a una folla di giornalisti e curiosi, visto che il caso creò molto scalpore, la polizia fece molta fatica a trattenere la folla inferocita; Komarov commentò il fatto dicendo che il comportamento degli indignati lo faceva vomitare.

Quando gli venne chiesto perché avesse ucciso, lui strinse le spalle e disse «A causa del denaro».

All’alba dell’8 giugno venne dichiarato colpevole di 33 omicidi; sua moglie Sofia fu accusata di complicità e vennero entrambi condannati a morte tramite fucilazione con i figli mandati agli orfanotrofi; il figlio nato nel 1922 aveva appena un anno.

Komarov durante la sua permanenza in cella concesse molte interviste ai giornalisti, in cui disse che «aveva 52 anni e aveva trascorso una buona vita, e che non voleva vivere più», se fosse stato vero, allora sarebbe nato nel 1871, dichiarò anche che «uccidere era un lavoro terribilmente facile» e che «dopo la sua condanna a morte, sarebbe stato il suo turno di essere messo dentro a un sacco».

Qualche giorno prima tentò di fare un ricorso alla condanna che fu prontamente, e ovviamente, respinto.

Sofia e Vasilij Komarov furono fucilati da un plotone d’esecuzione a Mosca il 18 giugno 1923.

Alcuni ricercatori hanno poi ipotizzato che uno dei tre figli di Komarov, si schierò con i tedeschi durante la seconda guerra mondiale e si dedicò allo sterminio di soldati russi, partigiani e civili.

Tuttavia le prove di questa affermazione non sono mai state trovate.

Ma ne aveva fermato solamente uno.

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Generali fucilatori

SK:1-E:3

Con questo primo episodio apriamo una serie di 3 racconti espressamente dedicati agli ufficiali italiani che ebbero meno pietà per i propri uomini piuttosto che per i nemici, gente senza scrupoli che, protetti dalla divisa da ufficiale e dal loro comandante supremo, Cadorna, tolsero vite a innocenti partiti con il solo scopo di difendere i confini italiani.

«Beati quelli che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere. Beati quelli che hanno venti anni, una mente casta, un corpo temprato, una madre animosa», e ancora «Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte ricoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia».

Chi pronunciava questa sequenza di beati non fu un prete, bensì, Gabriele D’Annunzio, ‘sacerdote’ officiante dell’interventismo, movimento che raggruppava coloro che sostenevano l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria nel corso della Prima guerra mondiale.

Di lì a poco saranno loro, gli interventisti, ad avere la meglio sui cosiddetti neutralisti, che invece volevano tenere fuori l’Italia dal conflitto e che, un dettaglio non trascurabile, avevano la maggioranza alla Camera.

Quando D’Annunzio pronunciava la serie di ‘Beati’ di fronte a ventimila persone era il 5 maggio del 1915, la Prima guerra mondiale era scoppiata da quasi un anno e il poeta si trovava a Quarto, dov’era stato invitato per pronunciare un’orazione in occasione dell’inaugurazione del monumento ai Mille di Garibaldi, partiti cinquantacinque anni prima proprio da quello scoglio verso la Sicilia.

Fra i non ritornanti vi saranno pure 750 disgraziati dalla sorte, falciati non dalla mitraglia austriaca o dal piombo tedesco, bensì dal fuoco esploso dai plotoni d’esecuzione formati dai loro stessi commilitoni; la mano amica, la fucilazione e il processo sommario per atti d’indisciplina saranno un fenomeno che investirà tutti gli eserciti combattenti, sia fra le armate degli imperi centrali che fra quelle dell’Intesa.

L’eco delle parole di D’Annunzio pronunciate a Quarto non si erano ancora spente e neppure era stata ancora consegnata la dichiarazione di guerra all’impero Austro-Ungarico che già il generale Luigi Cadorna, capo di stato maggiore del regio esercito, predisponeva delle rigide misure interne affinché fosse fatta rispettare la disciplina a qualunque costo.

Per la verità era dal 1914 che il generalissimo o ‘sua eccellenza’, come Cadorna era chiamato, si adoperava per ripristinare la disciplina in seno alla forza armata, a detta sua «la più urgente necessità fra tutte le deficienze del nostro esercito».

L’esercito assunse dimensioni colossali, l’Italia arrivò a mobilitare circa cinque milioni e seicento mila uomini, gestire simili numeri richiedeva, probabilmente, doti totalmente nuove, come flessibilità e considerazione dell’aspetto psicologico dei combattenti.

Chi ci segue sa che abbiamo già parlato sia di Cadorna che della decimazione, ovvero la pratica di fucilare un soldato scelto a caso ogni dieci, ma sulla questione del mantenimento della disciplina, il generalissimo ricordava agli ufficiali la necessità di dare l’esempio alla truppa in ogni circostanza.

Era la politica della tolleranza zero che doveva essere applicata alla truppa ma anche agli ufficiali stessi, «Nessuna tolleranza mai, per nessun motivo, sia lasciata impunita – scriveva Cadorna – la si colpisca anzi, con rigore esemplare, alla radice, appena si manifesti, sia qualunque il grado e la posizione di chi tolleri».

Il 19 maggio 1915, il capo supremo dell’esercito interveniva con una circolare in merito alla pratica dell’autolesionismo: decine di soldati infatti s’infliggevano appositamente delle ferite per non essere inviati in prima linea, li definiva «Ignobili simulatori» contro i quali gli ufficiali medici dovevano usare immediatamente tutto il rigore delle disposizioni disciplinari e penali.

L’Italia era in guerra soltanto da pochi mesi che dal ‘comandissimo’, epiteto dell’epoca per definire il comando supremo retto da Cadorna, il 28 settembre 1915 arrivava ai vari comandi in linea una nuova disposizione sulla disciplina; Carabinieri e ufficiali erano autorizzati a punire tramite esecuzione sommaria i soldati che abbandonavano la linea.

«Il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti ed i vigliacchi – ribadiva Cadorna –, chi tenti ignominiosamente di arrendersi o di retrocedere, sarà raggiunto, prima che si infami, dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti o da quello dei carabinieri».

L’attuazione della disciplina ‘cadorniana’ contemplava molteplici casistiche, per chiunque riusciva, infatti, a sfuggire a questa «salutare giustizia sommaria, subentrerà, inesorabile, esemplare, immediata, quella dei tribunali militari».

Per quei ‘fortunati’ che invece disertavano e riuscivano ad arrendersi indenni al nemico, c’era l’immediato processo in contumacia, e a guerra finita, li aspettava l’esecuzione, mentre il conflitto proseguiva e divorava mese dopo mese, assalto dopo assalto, le vite dei soldati, gli strali di Cadorna aumentano.

Il codice penale militare in vigore nel corso del primo conflitto mondiale nel Regio Esercito italiano risaliva al 15 febbraio 1870 e riproduceva con lievi modificazioni quello dell’esercito sardo dell’ottobre 1859; si calcola che, durante la grande guerra, i giudici militari francesi abbiano ordinato 675 fucilazioni, gli inglesi 330, gli italiani, con un anno di guerra in meno degli altri, 750; numeri rilevanti, che tuttavia non tengono conto delle numerosissime esecuzioni sommarie volte a reprimere gli ammutinamenti e le diserzioni; per molto tempo, infatti, venne cancellato ogni ricordo dei cadaveri lasciati volontariamente insepolti come monito per le truppe che continuavano a combattere.

Eppure, non mancavano gli atti di valore e di eroismo fra i soldati italiani, Cadorna era convintissimo che lui non sbagliava mai e la colpa, se le cose non andavano secondo i suoi piani, era di chi non aveva saputo credere nella vittoria della battaglia, dal graduato più alto sino al miserabile che la morte la vedeva e la viveva nel fango della trincea e la sentiva nelle sue orecchie quando gli fischiavano sopra la testa i proiettili austriaci.

Ma la verità era un’altra, i soldati, come anche negli eserciti degli altri contendenti, erano stanchi di questa guerra logorante, ma soprattutto di essere mandati al massacro con azioni fuori da ogni logica, tipo assalti frontali alla baionetta contro mitragliatrici, oppure il divieto assoluto di retrocedere dalle posizioni se non quando le perdite ammontavano a non meno dei tre quarti degli effettivi.

Quando l’ottusità del comando supremo si trasformava in attacchi insensati, revoca di licenze, ritardi nel concedere il cambio ai reggimenti in prima linea, che implicava la drastica riduzione delle possibilità di sopravvivere, o peggio ancora richiamare in linea le truppe a cui era stato appena concesso il sospirato riposo, l’esasperazione dei soldati sfociava in aperta ribellione.

Ma chi si ammutinava, chi insorgeva, si ritrovava con una scarica di piombo alla schiena, falciato dalla “mano amica”, come nel marzo 1917, quando per la brigata Ravenna finalmente giunse il cambio dopo ben cinque mesi in linea.

Passarono appena quarantotto ore che arrivò il contrordine, tornare in linea! Fra l’incredulità e la rabbia i soldati esplosero: «Abbasso la guerra! Vogliamo il riposo! Morte agli imboscati!».

Col passare delle ore la situazione si normalizzò, così il mattino successivo la Ravenna marciò verso la prima linea, gli ufficiali minimizzarono nei loro rapporti l’accaduto ma ciò che era avvenuto era, per il generalissimo, intollerabile.

La punizione doveva essere immediata, e siccome i colpevoli non saltarono fuori, si estrasse a sorte diversi uomini, quattro furono fucilati il primo giorno, poi l’estrazione continuò per una settimana, alla fine moriranno in venti.

Fra questi cadde anche un volontario, un italiano emigrato che era venuto dall’America, si era distinto in battaglia ed era stato decorato di medaglia d’argento, se fosse rimasto oltreoceano non lo avrebbero neppure considerato come renitente alla leva, altro pesante reato.

Poco prima che il plotone facesse fuoco, il povero milite urlò coprendosi la ferita riportata in combattimento: «Non colpite qui. Non voglio che un proiettile italiano mi trafigga il segno del valore».

Ma accanto a questi ‘slanci’ d’amore patriottico, furono più le imprecazioni e l’umanissima disperazione che accompagnò i condannati di fronte al plotone, la disciplina ‘cadorniana’ si fece sentire anche sotto le bombe, come il 10 giugno 1917, quando cominciò la battaglia sul monte Ortigara.

Altra cima e altra impronunciabile cifra di 25mila caduti in azione, da ore, quella mattina, le artiglierie italiane battevano contro le linee austriache, ma il tiro era troppo corto e colpì i fanti della brigata Sassari schierati in attesa di balzare fuori dalle loro posizioni contro i munitissimi trinceramenti nemici.

Una compagnia si ricoverò all’interno di una galleria in attesa della venuta dell’ordine di attacco, i tiri d’artiglieria, però, centrarono l’imboccatura uccidendo dei soldati, all’interno ci fu il panico.

Scriveva Emilio Lussu, ufficiale della Sassari: «Ai soldati sembrava che la volta dovesse crollare e schiacciarli tutti e gridavano – Fuori! Fuori!», gli ordini però furono tassativi, il maggiore Melchiorri urlò che nessuno poteva uscire allo scoperto prima dell’ora fissata per l’assalto.

Ma quando nuovi colpi dell’artiglieria colpirono la caverna, i soldati uscirono all’aperto e si riallinearono in una zona più riparata, Melchiorri, sotto l’effetto di un’intera bottiglia di cognac, si convinse che fosse in corso un ammutinamento e immediatamente ordinò la fucilazione con procedimento eccezionale.

Venti soldati furono scelti col metodo della ‘decimazione’, così senza alcuna logica, fu semplicemente la sorta a decidere chi poteva vivere e chi no, a nulla servirono le rimostranze del capitano Fiorelli, comandante un’altra compagnia, Melchiorri, infatti, gli urlò contro che lui si avvaleva delle circolari di sua eccellenza Cadorna.

La scelta fu compiuta, i venti disgraziati furono allineati di fronte al plotone che fece fuoco, ma spararono in alto, «L’ira del maggiore esplose, ebbe il tempo di sparare tre colpi, il capitano Fiorelli estrasse la pistola – Signor maggiore lei è pazzo!

Il plotone d’esecuzione, senza un ordine, puntò sul maggiore e fece fuoco, il maggiore si rovesciò crivellato di colpi», per una volta la giustizia sommaria cadorniana si ritorse contro colui che credeva di poter far tutto dei suoi uomini.

Ma ne aveva fermato solamente uno.

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Bèla Kiss

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Dopo il parigino Landru, la serie di episodi sui serial killer si sposta ad est della Francia ed approda in Ungheria, 100 kilometri a sud di Budapest.

Béla Kiss nacque nel 1877 a Izsák, nella grande pianura meridionale dell’Ungheria.

Kiss non andò mai a scuola ma imparò comunque a leggere da solo e si dimostrò sempre un lettore vorace.

Da giovane fece vari mestieri, tra cui la lettura della mano, studiò l’astrologia e l’occulto da autodidatta.

Nel 1890 svolse il servizio di leva obbligatoria ovviamente nell’esercito Austroungarico e nella primavera del 1900, all’età di 23 anni, si trasferì a Cinkota, appena fuori Budapest; al centro dell’Ungheria, la sua casa si trovava in via Kossuth, numero 9; successivamente traslocò al numero civico 17 di via Rákóczi.

Attorno al febbraio del 1912 si sposò con Mária, una donna di quindici anni più giovane di lui che aveva conosciuto da poco.

In quegli anni usava molto conoscere donne “da marito” tramite annunci vari come faceva anche il parigino Landru, e ad uno di quegli annunci di Kiss rispose proprio Mària, nello stesso periodo Kiss divenne amico del capo della polizia locale, il detective Kártoly Nagy; Kiss era conosciuto dagli abitanti del posto per la sua gentilezza.

Usciva spesso per motivi ignoti e trascorreva molte giornate a Budapest; tornava alle prime ore del mattino ma lavorava in maniera costante come lattoniere, un mestiere che gli permetteva di guadagnare bene.

Nel dicembre del 1912, dieci mesi dopo essersi sposato con Mària, Kiss scoprì che la moglie lo tradiva con un certo Pál Bihari, ne conseguì un litigio e il giorno dopo, Kiss, diffuse la notizia che la moglie era scappata con l’amante, e di fatti Mària e Pàl non si videro più a Cinkota.

In quegli anni, successivamente a quell’evento, iniziarono nella zona attorno a Budapest una serie di scomparse di donne, tutte giovani e in cerca di marito, ma non sempre se ne segnalava la scomparsa, a volte scappavano per amore o perché rimaste in cinta e l’onta della famiglia non si lavava facilmente, meglio una figlia scomparsa che in dolce attesa e magari senza marito.

Questa serie più numerosa di sparizioni durò fino almeno al novembre del 1914 e solamente quando furono denunciate dalle loro famiglie la scomparsa di Julianna Paschak e Erzsébet Komáromi la polizia di Budapest iniziò le ricerche.

Intanto scoppiò la prima guerra mondiale e Kiss, austroungarico, nel novembre del 1914 fu chiamato alle armi.

La partenza per la guerra lo aiutò a dileguarsi dalla sua città, Cinkota, lasciando a casa solamente la signora Jakubec.

Nel 1912, due anni prima dell’inizio della grande guerra e della obbligata partenza al fronte, Kiss assunse una governante, la Jakubec per l’appunto, che non si preoccupò mai delle voci delle scomparse di quel periodo.

Certo, il giorno dopo ogni sparizione nel giardino della casa di Bèla Kiss comparivano dei bidoni di metallo, tanto che un giorno l’amico detective Nagy, insospettito da ciò, chiese a Kiss cosa contenessero, la guerra era alle porte e non si poteva più rimandarla, egli rispose che “si era fatto una scorta di benzina, nel caso in cui la guerra fosse iniziata”.

Il poliziotto e la gente del posto si erano fatti l’idea che Kiss con quei fusti contrabbandasse liquore ma dopo che ammise ciò, tutti gli credettero, non era certo l’unico preoccupato in quel periodo pre bellico di far scorte di materiali primari.

Nel luglio del 1916, mentre Kiss era al fronte non si sa dove, il proprietario della sua ex-casa, giunto sul luogo per ristrutturare l’appartamento, notò alcuni bidoni di metallo nel giardino dai quali usciva un forte tanfo di putrefazione; avvisò la polizia che accorse sul luogo insieme ad un medico legale.

La scoperta fu agghiacciante, dentro ai fusti c’erano i cadaveri svestiti di alcune donne con segni di strangolamento sul collo, in un fusto fu ritrovato perfino la garrota utilizzata; in altri i cadaveri erano immersi nell’alcol.

Continuando a perlustrare la casa e le sue pertinenze, la polizia scoprì che in cantina c’erano sette barili, che contenevano una salma ciascuno: tra di esse c’erano quelle della moglie Mária Kiss e dell’amante Pál Bihari.

Si scoprì che Bèla Kiss, durante un litigio con la moglie quando scoprì del tradimento, la colpì con un bastone in testa e la strangolò con una garrota, un cavo di metallo pieghevole, la soffocò così forte da reciderle la gola e successivamente uccise anche Bihari per poi diffondere la notizia che i due amanti fossero scappati assieme.

Nella legnaia c’erano nascosti altri due morti; nel pollaio ce n’era un altro ancora, ma non finirono velocemente le macabre scoperte, in una stanza della casa, che Kiss aveva chiuso a chiave, c’erano le lettere, i gioielli e i vestiti appartenenti alle donne uccise; nella stessa stanza si trovarono anche dei libri che parlavano di veleni o strangolamenti.

Dietro alla scrivania, nascosto assieme alle lettere, c’era un album fotografico con le foto di circa 100 donne.

Il killer aveva proibito alla governante Jakubec di entrarci, ma le consegnò comunque la chiave, dalle lettere la polizia stabilì che aveva ricevuto 174 proposte di matrimonio e che ne aveva accettate 74.

Quindi Kiss intrattenne rapporti epistolari con almeno 74 donne.

Molti altri corpi vennero recuperati: era fortemente sospettato di almeno 30 omicidi ma, in luce dei ritrovamenti, la polizia ne verbalizzò solamente 24, tra cui ovviamente la moglie e l’amante, poi c’erano le due donne scomparse segnalate alla polizia a cui si aggiungevano Katalin Varga, la prima donna che si presentò da Kiss e che fu picchiata e strangolata la sera stessa, la signora Schmeidak, una vedova che si presentò da Kiss la settimana successiva e che due giorni dopo il killer stordì sbattendole la testa contro la parete e poi strangolò, e Margit Tóth, che si trasferì a Cinkota nel 1906 e si presentò da Kiss: lui la obbligò a scrivere una lettera da spedire alla madre, avrebbe dovuto fingere di essere partita per gli Stati Uniti d’America a seguito di un fallimento in amore, fu strangolata e fatta a pezzi anche lei e la lettera venne spedita poi per sviare i sospetti.

Il suo modus operandi era presso che sempre quello, caratteristica e firma dei serial killer: attirava le vittime del paese, tutte giovani donne, con dei finti annunci matrimoniali in casa e, dopo averle stordite con delle forti percosse, le strangolava con una garrota.

Per non farsi riconoscere usava un nome fittizio, “Herr Hoffmann” o “Elemér”.

Probabilmente uccideva le donne perché non era mai riuscito a perdonare Mària, nemmeno dopo averla uccisa, e a seguito dell’incidente con la moglie nutriva un profondo risentimento verso di loro, risentimento che forse si alleviava di poco dopo un omicidio ma che poi tornava tormentandolo nuovamente.

La governante apprese delle azioni di Kiss dalla polizia ed era presente durante il ritrovamento dei corpi sparsi per casa all’interno dei fusti maleodoranti, non era mai entrata nella stanza a lei proibita nonostante ne possedesse la chiave, era terrorizzata, fu sottoposta comunque ad un interrogatorio nel quale si dichiarò innocente, venendo infine scagionata dagli omicidi.

La polizia accertò, con il procedere delle indagini, che Kiss non aveva un complice.

La notizia del mostro di Cinkota fece velocemente il giro dell’Ungheria e le forze dell’ordine si misero in contatto con l’Esercito Austroungarico per fermare l’assassino seriale.

Il problema principale era che i nomi “Béla” e “Kiss” erano molto diffusi in quegli anni tra gli ungheresi; gli agenti si sarebbero trovati di fronte a migliaia di presunti serial killer che in quel momento erano impegnati nelle battaglie in luoghi sperduti per combattere la prima guerra mondiale.

Inizialmente, nel maggio del 1916, prima della macabra scoperta, circolava la notizia che Kiss fosse morto in battaglia e il 4 ottobre dello stesso anno le autorità vennero informate che Kiss era invece morto per una grave forma di tifo l’anno precedente, ma la notizia venne rettificata e l’Esercito affermò in un telegramma che era certamente morto in un ospedale da campo nella Serbia orientale dopo essere stato ferito in un combattimento.

La polizia voleva essere sicura che il serial killer fosse veramente defunto e si presentò per l’identificazione, tuttavia quando il cadavere venne scoperto, la polizia scoprì che non era quello di Kiss, o meglio, i documenti erano i suoi ma il killer, dopo aver appreso in giro la notizia che era stato scoperto, aveva scambiato i propri documenti d’identità con quelli di un altro soldato appena morto.

Quest’altro uomo aveva 20 anni ed era di carnagione chiara, mentre Kiss ne aveva circa 40 ed era di carnagione scura, il killer era ancora probabilmente vivo… e libero ancora di uccidere.

Da quel momento in poi gli agenti raccolsero alcune prove di avvistamento, ma non tutte potevano essere verificate: una di esse diceva che era stato imprigionato con l’accusa di furto con scasso in Romania; un’altra diceva che era morto di febbre gialla in Turchia, una segnalazione riferì che era stato avvistato mentre passeggiava su un ponte a Budapest nella primavera del 1919, quando la guerra, nel frattempo, era terminata.

All’inizio del 1920, un soldato disertore francese riferì alla polizia della Sûreté che aveva ascoltato un commilitone parlare “di come fosse bravo a strangolare le donne con una garrota”; questo commilitone si faceva proprio chiamare “Herr Hoffmann”, come uno dei suoi pseudonimi utilizzato da Kiss nei suoi annunci matrimoniali, ma quando la polizia ungherese apprese la notizia e cercò di raggiungerlo, il killer era fuggito nuovamente.

Dodici anni dopo, nel 1932, un poliziotto chiamato Henry “Camera Eye” Oswald riconobbe Kiss mentre usciva dalla metropolitana di New York a City Square, Kiss si accorse di essere spiato e si dileguò subito tra la folla, era scappato per la terza volta.

Oswald ritenne che egli vivesse da qualche parte nella city.

Nel 1936 la polizia venne avvisata che Kiss lavorava come portiere, custode e bidello in uno stabile; quando i poliziotti giunsero sul luogo, non trovarono nessuno: scoprirono che il portiere se n’era andato proprio il giorno prima.

Da quel momento sparì definitivamente.

Non è escluso che possa avere continuato a uccidere dopo l’ennesima fuga ma…

Ma ne aveva fermato solamente uno.

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Questo libro ricostruisce dieci storie vere e agghiaccianti di carnefici che hanno agito nell’ombra di uno dei più grandi conflitti della storia.

Henri Désiré Landru

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Henri Landru nasce a Parigi il 12 aprile 1869, data che anni dopo festeggerà in modo del tutto diverso, di certo il suo peggior compleanno.

Figlio di un autista e di una sarta, Henri cresce sano, mostrando intelligenza ma anche una certa timidezza.

I voti a scuola non sono eccellenti ma neppure pessimi, tanto da permettergli di superare i vari gradi delle scuole fino ad iscriversi alla facoltà di ingegneria meccanica.

Nel frattempo arriva la chiamata alle armi, periodo durante il quale Henri dimostra disciplina e applicazione ottenendo i gradi di sergente; ma non è quella la vita che Henri vuole fare e quando finalmente poté scegliere, lasciò l’esercito.

Nel 1898, tolti i panni del militare, ha un’idea innovativa, una bicicletta a motore di sua invenzione, ribattezzata modello “Landru” ma il progetto, mai realizzato, ottiene comunque l’appoggio finanziario di vari investitori, Landru, appena intascato i soldi, sparisce.

Non fu l’unico raggiro nella vita di Henri, sull’onda di soldi facili senza lavorare, escogita altre truffe successive, tra cui quella del rigattiere che però lo portano inevitabilmente in carcere, e proprio lì rinchiuso Henri medita quella che, secondo lui, lo porterà alla facile ricchezza senza fatica.

Si accorge che, leggendo le rubriche sui quotidiani dedicate ai cuori solitari, sono tante le donne, spesso vedove e benestanti, che anelano al matrimonio nella vita e per questo, grazie anche alla monotonia della vita da carcerato, inizia a pubblicare inserzioni sentimentali, proponendosi come signore di mezza età, colto e agiato, desideroso di convolare a giuste nozze.

La prima vittima a cadere nella sua fitta ragnatela è una giovane ricca vedova di Lille alla quale Henri, appena uscito dal carcere, riesce a estorcere la ragguardevole cifra di 15000 franchi.

La Francia venne impegnata nel frattempo nella prima guerra mondiale, 1.350.000 vittime fra i soli militari francesi erano una vera e propria fucina di vedove, molte giovani e con ancora una vita davanti desiderose di compagnia, quelle benestanti erano quelle che a Henri, ovviamente, piacevano di più.

Ma cosa farci poi con le vedove, soprattutto se avevano anche figli, una volta che gli aveva estorto il denaro?

Purtroppo era semplice, perché Henri diventò in fretta un omicida seriale.

Grazie alla sua eloquenza, riusciva a far firmare alle sue vittime una procura che gli permetteva di far man bassa dei loro conti bancari, ottenuto questo aspettava il momento giusto e le strangolava, faceva poi sparire i corpi facendoli a pezzi e bruciandoli nel forno situato nella cucina della sua villa.

Questo era il suo modus operandi, vedova dopo vedova, fino a contarne almeno una decina.

Benché fosse alquanto isolata, la villa di Henri era comunque relativamente vicina ad alcune abitazioni, i cui residenti non potevano fare a meno di notare il frequente odore pestilenziale emanato dal fumo che usciva dal camino in periodi in cui il riscaldamento non era nemmeno necessario.

Insospettiti, avvisarono così più volte la polizia, invitandola a perquisire la villa, ma ad ogni modo Landru riuscì a restare a lungo nell’ombra, grazie alla cautela utilizzata nel compiere i suoi efferati crimini.

Egli, infatti, una volta che il cadavere si era incenerito e il fuoco spento, puliva accuratamente il forno dalla cenere che poi spargeva nei campi vicini, eliminando così tutte le tracce e le possibili prove che avrebbero potuto incriminarlo.

Petit, o Fremyet, Guillet erano solo alcune firme da lui utilizzate negli annunci, cambiava spesso testo per non essere identificato e collegato ad altri annunci, a volte era un vedovo padre di due figli, a volte un semplice vedovo dal cuore infranto o talvolta semplicemente un cuore solitario, comunque era purtroppo sempre Henri Landru.

Tutto funzionava a meraviglia fino a che non fu arrestato il 12 aprile 1919, giorno del suo cinquantesimo compleanno, con l’accusa di truffa ed appropriazione indebita in seguito alle denunce sporte da alcuni parenti delle vittime dopo la loro scomparsa.

Ben presto, dall’analisi di vari indizi concordanti, l’accusa si trasformò in quella dell’omicidio di almeno dieci donne e di un ragazzino che accompagnava una delle vittime, la prima per l’esattezza.

Quel giorno, il 12 aprile alle 9.00 in punto, suonò il campanello di casa Landru, aprendo la porta mentre Fernande Segret, forse la futura undicesima vittima, dormiva ancora nel suo letto, piombarono a casa sua alcuni poliziotti guidati dall’ispettore Jules Belin che lo prelevarono con la forza.

L’ispettore aveva raccolto le testimonianze di parenti e amici vari delle dieci vittime ufficiali di Henri, tra cui quella di Laure Bonhoure che aveva riconosciuto Henri all’uscita di un negozio sotto braccio ad una donna bionda che non conosceva, ma conosceva Henri perché aveva frequentato l’amica Celestine Buisson, di cui nessuno aveva più notizie da tempo.

Se la polizia durante la prima guerra mondiale aveva a che fare con problemi, diciamo così, più gravi di donne vedove che sparivano di tanto in tanto, nel 1919, a cannoni fermi, era ora di occuparsi anche di quelle scomparse, ritardatario lavoro portato avanti anche dall’ispettore Belin.

Il processo, che all’epoca ebbe un’enorme eco mediatico dato dal fatto che non c’era più bisogno di riportare i fatti della prima guerra mondiale, si aprì il 7 novembre 1921 davanti alla Corte d’assise di Seine-et-Oise nella sede di Versailles.

Henri Landru negò fin dall’inizio di essere l’autore dei crimini, ammettendo tuttavia di aver truffato le presunte vittime.

Manifestò a più riprese un atteggiamento spesso provocatorio nei confronti della corte, arrivando perfino ad esclamare, più e più volte: “Mostratemi i cadaveri!”.

La cucina a legna nella quale aveva bruciato i corpi fu trasportata nell’aula del tribunale, mentre una meticolosa perquisizione del giardino della casa di Gambais rivelò frammenti di ossa umane e molti denti, ma anche resti di animali.

Sebbene le prove materiali fossero scarse, teniamo presente che la scienza forense non aveva l’esperienza dei giorni nostri, la giuria fu influenzata da un’agendina di Landru in cui erano meticolosamente registrate, di suo pugno, le spese del viaggio di andata di ogni vittima, mentre erano del tutto assenti le spese del viaggio di ritorno, di questo fatto egli non riuscì a dare alcuna spiegazione convincente.

Emersero così dei nomi, nel 1915 la prima vittima fu proprio Jeanne-Marie Cuchet, una giovane vedova di trentanove anni scomparsa assieme al figlio Andrè e, sempre nello stesso anno, la stessa sorte colpì Thèrese Laborde-Line, Marie-Angèlique Guillin e Berthe-Anne Collomb.

L’anno successivo, nel 1916, svanì nel nulla Andrèe-Anne Babelay a soli 19 anni e Cèlestine Buisson, l’amica dell’ultima segnalatrice, seguirono poi negli anni successivi Louise-Jòsephine Jaume, Anne-Marie Pascal e, nel gennaio 1919, Marie-Thèrèse Marchadier, vedova e proprietaria di una pensione proprio a Parigi.

Vincent de Moro-Giafferi, il suo avvocato, uno dei più famosi in Francia, lo difese strenuamente, nonostante le prove mancava la “regina”, e cioè i corpi, o almeno uno, delle vittime dichiarate, l’avvocato continuò asserendo sì le truffe, come già ammesse da Landru, ma non certo gli omicidi di cui Henri era accusato.

I giornali divulgano notizie e avevano pronto il nomignolo, Barbablù, come il protagonista della fiaba di Charles Perrault, l’uxoricida responsabile delle morti delle sue sei mogli, ma di fronte a una serie di testimonianze schiaccianti e a numerosissime prove circostanziali, né Henri e né il suo avvocato poterono evitarne la condanna a morte, pronunciata il 30 novembre 1921.

Landru ascoltò serafico la lettura del verdetto emesso dalla giuria, quasi non lo riguardasse, come se lui fosse lì per puro caso o per un palese errore giudiziario e trascorse i pochi mesi che lo separavano dalla ghigliottina sereno, in linea con lo stile che aveva sempre avuto fin dal primo giorno del processo.

Anatole Deibler, il più famoso boia della Francia di cui si poteva vantare, nella sua lunga carriera, ben 395 esecuzioni, durante la notte del 25 febbraio 1922, montò la ghigliottina nel piazzale della prigione di Saint Pierre e attese l’alba.

La richiesta di grazia, inviata ad Alexandre Millerand, all’epoca presidente della repubblica francese, fu rifiutata il 24 febbraio 1922, il giorno prima dell’arrivo di Deibler.

Al sorgere del primo sole Henri Ladru, uscito tranquillo dalla sua cella, venne accompagnato nel cortile della prigione di St. Pierre a Versailles, dove era stato allestito il patibolo e la ghigliottina e alle 6.05, dopo che le autorità del carcere ebbero concesso l’ultimo desiderio al condannato a morte e cioè quello di essere sbarbato, pare fosse un vezzo personale per, parole sue, piacere di più alle donne, lasciò cadere la lucida lama sul collo di Barbablù, decapitandolo.

La ghigliottina, quel tremendo attrezzo inventato proprio in Francia nel XVIII secolo e che giustiziò reali come il re Luigi XVI e Maria Antonietta d’Asburgo ma anche artisti come il poeta Chènier o il padre della chimica moderna Lavoisier questa volta, aveva definitivamente fermato un serial killer.

La sua testa mozzata e mummificata è conservata nel Museum of Death di Hollywood.

Ma ne aveva fermato solamente uno.

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Marcel Petiot – Dottor morte

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La storia che racconteremo oggi parla di un ex militare francese della prima guerra mondiale in cui paradossalmente, gli unici anni di tranquillità criminale che trascorse nella sua vita, furono proprio quelli vissuti al fronte durante la grande guerra.

Molti semplici assassini che hanno servito nei vari eserciti sono stati definiti poi serial killer, solamente per aver commesso una serie di omicidi dopo aver dismesso la divisa ma un serial killer, o assassino seriale, è un pluriomicida di natura compulsiva che uccide persone con caratteristiche comuni, come genere, età, sesso o professione e con un modus operandi specifico.

La natura compulsiva dell’azione, talvolta priva di movente, è in genere legata a traumi della sfera emotivo-sessuale, come isolamento sociale, comportamento irregolare, ossessioni narcisistiche, sessuali ed altri e a Marcel Petiot non mancava niente di questa descrizione.

Marcel Petiot nasce nel gennaio del 1897 ad Auxerre, in Borgogna, in una famiglia che sin dall’infanzia dimostra di non sapersi confrontare con il suo temperamento problematico, fin da piccolo si distingue per una vivida intelligenza vista nelle capacità di lettura, a cinque anni leggeva come un bambino di dieci, ma emerge anche una marcata inclinazione per comportamenti disturbati, a quell’età, il suo “gioco” con gli animali sfocia in abusi e torture che preoccupano chi lo circonda.

A otto anni lancia un altro segnale d’allarme: distribuisce fotografie pornografiche ai compagni di scuola, comportamento che certifica un disturbo precoce; a undici anni, Marcel ruba la pistola del padre e durante una lezione di storia spara dei colpi all’interno dell’aula, costringendo la scuola ad intervenire e segnalando così uno stato di profonda instabilità mentale.

Le espulsioni da istituti scolastici si moltiplicano, mentre l’adolescenza di Petiot è turbata da isolamento, devianze e crescente violenza.

Il 1912 rappresenta il punto di svolta: muore la madre e il padre, trasferitosi altrove per lavoro, decide di affidarlo a una zia, tagliando ogni vincolo affettivo; due anni più tardi, a diciassette anni, compie un attentato curioso a una cassetta postale sottraendo corrispondenza e vandalizzando beni pubblici, il tribunale lo giudica “fortemente disturbato”, consigliando l’invio a controlli psichiatrici, tuttavia non gli viene inflitta una pena detentiva.

Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale la Francia accusa, come altre nazioni coinvolte, carenze di uomini da inviare al fronte: anche i più turbolenti finiscono sul campo di battaglia e nel 1916, Petiot, dopo aver conseguito un diploma in una scuola parigina riservata ai candidati bellici, è arruolato e inviato al fronte occidentale.

Qui, sorprendentemente, dimostra una capacità di canalizzare la sua aggressività contro i nemici, guadagnandosi una certa reputazione tra i compagni d’armi, se ti piace uccidere e sei un civile sei un assassino ma se ti piace uccidere e sei un militare della grande guerra diventi immediatamente un eroe.

Dopo sei mesi di combattimenti cruenti, rimane ferito e viene ricoverato in un ospedale militare ma la convivenza con altri internati, e le pause dalla guerra, fanno emergere una volta di più i segni di squilibrio: viene per la prima volta sottoposto a un esame psichiatrico.

In un contesto dove la traumatizzazione dei soldati è sfruttata per giustificare la loro rimozione dal fronte, Petiot, pur dichiarato malato, viene comunque ritenuto abile e rimandato al fronte nel 1918 fino all’armistizio.

L’attesa del rientro sa di incubo per lui: compie un gesto estremo e si spara ad un piede per ottenere il congedo immediato e le autorità sanitarie confermano la sua disabilità e gli assegnano una pensione di inabilità in attesa di una valutazione psichiatrica definitiva.

Nel 1920 una nuova valutazione conferma la presenza di disturbi mentali gravi ritenendolo meritevole di ricovero, tuttavia, Petiot è già riuscito a inserirsi nella vita civile sotto un’altra veste: durante la degenza ospedaliera frequenta un percorso accelerato per laurearsi in medicina, approfittando dell’attenzione riservata ai reduci.

Ottiene così una “laurea breve” e inizia ad esercitare, arrivando persino a lavorare in un istituto psichiatrico, l’esatto stesso tipo di struttura in cui, secondo indicazioni mediche, avrebbe dovuto essere internato.

Nel 1921 Petiot si trasferisce a Villeneuve-sur-Yonne, un piccolo paese in cui apre un proprio studio medico a soli ventiquattro anni, il giovane dottore riesce rapidamente a conquistare la fiducia della cittadinanza, sostenendo di possedere conoscenze più moderne e innovative dei colleghi locali.

La facciata rispettabile non regge a lungo: nel 1926 emerge uno scandalo sessuale quando Petiot viene sospettato di avere una relazione amorosa con Louise Delaveau, figlia di una sua paziente, di lì a poco la casa della madre di Louise viene rapinata e data alle fiamme; la ragazza scompare e il suo corpo, irriconoscibile, viene trovato poco dopo dentro un baule in un fiume.

In un sorprendente salto di carriera, nel 1927 Petiot si candida a sindaco di Villeneuve-sur-Yonne e nonostante la reputazione compromessa viene eletto, nello stesso anno sposa una giovane di buona famiglia e hanno un figlio.

Ma la politica locale si rivela un terreno pericoloso: durante i quasi sei anni di mandato Petiot viene ripetutamente accusato di frode, appropriazione indebita, malversazione e altri reati amministrativi e nel 1930, fra le vicende oscure emerse fra furti e l’incendio alla casa di un sindacalista, muore anche la moglie di quest’ultimo per mano di apparenti ignoti.

Nel 1932, a seguito degli scandali, Petiot è costretto a dimettersi, si trasferisce così a Parigi e apre un nuovo studio, rinnova la sua attività pubblica fino a quando la moglie riesce a farlo ricoverare in una clinica psichiatrica, da cui esce “guarito” dopo pochi mesi.

Da questo momento una spirale di denunce e segnalazioni riguardanti pratiche mediche illecite emerge, aprendo la strada alla sua successiva discesa nel baratro criminale.

Con l’occupazione tedesca e la caduta francese nel 1940, Marcel Petiot scorge un’opportunità di profitto oscuro, continua sì ad esercitare come medico ma presto emergono sospetti di traffico illecito di stupefacenti, in particolare morfina, causata da somministrazioni e overdose sospette ai pazienti.

Gradualmente, organizza una vasta rete criminale, recluta procacciatori di “clienti”, gente che gli procura persone vulnerabili come ebrei in fuga, disertori e criminali, offre loro protezione e documenti falsi per l’espatrio in cambio di 25.000 franchi, una cifra molto alta per l’epoca.

Ma in realtà le vittime, ignare del pericolo, vengono portate presso il suo studio con la scusa di dover subire vaccinazioni o trattamenti medici, qui vengono avvelenate, presumibilmente con cianuro, derubate di beni e soldi, e uccise.

I cadaveri vengono inizialmente smaltiti nella Senna, ma con l’aumento delle vittime la necessità di un sistema “industriale” di smaltimento diventa cruciale.

Così nel suo palazzo predispone un “forno” artigianale, grandi recipienti di acido e, in un locale sotterraneo, una mini camera a gas dotata di feritoia, da cui osservava l’agonia delle vittime, i suoi sotterranei erano ingombri di ossa, resti umani, borse, vestiti e oggetti personali delle vittime: feticci come quelli conservati nei campi di sterminio nazisti.

Il 6 marzo 1944 i vicini, esasperati da fumi nauseabondi provenienti dal palazzo di Petiot, avvisano i vigili del fuoco e la polizia, quando le forze dell’ordine entrano, scoprono un orrore macabro: un forno attivo, cadaveri bruciati, resti smembrati e sacchi pieni di ossa.

Petiot, non trovandosi sul posto, rientra in bicicletta e fermato dalla polizia li inganna affermando di essere un membro della Resistenza e che le vittime erano agenti infiltrati della Gestapo; a suo dire, necessitava di coperture e silenzio per mantenere operativa una rete segreta.

Il commissario, attratto da questa tesi, avverte comunque la Gestapo che emette un ordine di arresto per Petiot ma le autorità francesi, confondendo vittima e carnefice, lo lasciano andare e Petiot riesce così a sparire nel nulla.

Durante i mesi di latitanza, le autorità francesi capiscono di essere state ingannate: nel palazzo vi erano 27 morti, la maggior parte ebrei e civili innocenti.

La pressione cresce, ma Petiot sfrutta il caos del regime post-liberazione: con lo sbarco alleato in Normandia del giugno 1944, l’agitazione dell’Paris libérée confonde le indagini e favorisce la fuga.

A settembre il commissario Georges Victor Massu, con già oltre 3.000 casi risolti, intuisce dove si nasconde Petiot: a Parigi, sotto falso nome, travestito da ufficiale delle Forces Françaises de l’Intérieur, le polizie interne create dopo la liberazione per mantenere la sicurezza nella città, paradossalmente Petiot era a capo di un’unità incaricata di organizzare la sua stessa cattura.

Il 31 ottobre 1944, nel corso di una retata, Massu lo arresta mentre è in uniforme, con 40.000 franchi e documenti falsi intestati a sei identità differenti, l’inganno finalmente crolla.

Rinchiuso in carcere, Petiot attende fino al 1946 l’inizio del processo, le imputazioni includono 27 omicidi, ma lui sfrontatamente dichiara di averne compiuti almeno 63 tra il 1940 e la data della cattura, sostenendo di aver eliminato solo tedeschi o loro complici.

L’apertura dell’aula mostra però una realtà molto diversa: molte vittime sono civili, ebrei o innocenti e le prove raccolte parlano chiaro, centinaia di effetti personali, resti umani, ricordi, feticci, per Petiot si richiede la massima pena possibile.

Il processo si conclude con una condanna assoluta e Petiot, riconosciuto colpevole, viene condannato a morte e il 25 maggio 1946, nella prigione parigina di La Santé subisce la pena capitale mediante ghigliottina.

Ma ne aveva fermato solamente uno.

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John Reginald Christie – Rillington Place

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John Reginald Christie nacque nella casa di famiglia a Illingworth, West Yorkshire vicino Halifax, Christie era il sesto dei sette figli della famiglia ed ebbe una relazione turbolenta con il padre, il fabbricante di tappeti Ernest John Christie, uomo severo che spesso applicava punizioni corporali ai figli.

Christie era inoltre dominato dalle sue cinque sorelle, tanto che sua madre, Mary Hannah Halliday, divenne iperprotettiva nei suoi confronti, minando la sicurezza in sé stesso.

All’età di 11 anni, Christie vinse una borsa di studio alla Halifax Secondary School, dove le sue materie preferite erano matematica ed algebra, in seguito venne scoperto che aveva un QI di 128.

Lasciato la scuola a 15 anni iniziò a lavorare come assistente del proiezionista in un cinema ma nel settembre del 1916 Christie venne chiamato alle armi e, nell’aprile successivo, fu inviato nel cinquantaduesimo reggimento di Nottinghamshire & Derbyshire.

Nell’aprile 1918 il reggimento di Christie venne stanziato in Francia, e in giugno, egli restò ferito durante un attacco con gas velenosi e passò un mese in un ospedale militare a Calais, dichiarò di esser rimasto cieco per cinque mesi e muto per circa tre anni e mezzo dopo l’infortunio.

L’impotenza fu un altro dei problemi che afflissero Christie; i suoi primi tentativi di avere degli approcci sessuali fallirono tutti, le sue difficoltà a rapportarsi con le donne si protrassero nel tempo e la maggior parte delle volte riusciva ad eccitarsi solo andando con delle prostitute.

Il 10 maggio del 1920, John Christie sposò Ethel Simpson ad Halifax, ma i suoi problemi di impotenza continuarono, ed egli continuò a frequentare le prostitute anche dopo essersi sposato; la coppia si trasferì poi a Sheffield, ma si separò dopo quattro anni di matrimonio, Christie si stabilì a Londra, mentre Ethel rimase a Sheffield con i genitori.

Durante i dieci anni successivi al matrimonio con Ethel, Christie venne condannato per diversi crimini, la prima condanna arrivò per aver sottratto dei vaglia postali mentre lavorava come postino, poi cercò di ottenere denaro con false credenziali e condotta violenta e finì poi in carcere per aver aggredito una prostituta con la quale conviveva a Battersea, infine, fu giudicato colpevole di furto d’auto.

Christie e Ethel, la sua ex moglie, si riconciliarono dopo l’uscita dal carcere dell’uomo e tornarono a vivere assieme nel 1937, si trasferirono così in un appartamento al numero 10 di Rillington Place a Ladbroke Grove, Londra.

Christie, 40 anni, era all’apparenza un quieto, insignificante, ed innocuo borghese della classe medio-bassa britannica, quasi completamente calvo, i pochi capelli rimasti erano di un colore giallo paglierino tendente al rosso, e i suoi occhi azzurri erano celati dietro spesse lenti di occhiale.

Sua moglie era una donna in sovrappeso dall’aspetto bonario, dal carattere sentimentale e passivo, le persone del quartiere che conoscevano la coppia pensavano che Ethel temesse il marito.

All’inizio della seconda guerra mondiale, Christie fece domanda per entrare nel corpo di polizia ausiliaria e la sua richiesta venne accolta nonostante i suoi numerosi precedenti penali, che però, non furono controllati dalle autorità.

Venne assegnato alla stazione di polizia di Harrow Road, dove fece la conoscenza di una donna con la quale iniziò una relazione extraconiugale, la relazione durò fino alla metà del 1943 quando il marito della donna, un militare in servizio, fece ritorno e venuto a conoscenza della tresca si recò a casa della moglie cogliendo sul fatto i due amanti e finendo per aggredire Christie.

Non si sa se quell’aggressione sia stata la scintilla che ha appiccato il fuoco nell’uomo o sia stata la forzata interruzione della sua tresca con l’amante ma successivamente Christie ammise di aver ucciso Ruth Fuerst, immigrata austriaca e prostituta occasionale, Christie dichiarò di aver conosciuto la Fuerst mentre si trovava in uno snack bar di Ladbroke Grove.

Secondo quanto da lui confessato, la strangolò impulsivamente mentre avevano un rapporto sessuale a Rillington Place, a casa sua, durante l’agosto del 1943 mentre la moglie era fuori città in visita a dei parenti, seppellì il cadavere della Fuerst in una fossa scavata nel giardino sul retro della sua abitazione.

Subito dopo l’omicidio, alla fine del 1943, Christie diede le dimissioni dalla carica di agente ausiliario e l’anno seguente trovò un nuovo lavoro come impiegato in una fabbrica di apparecchi radio.

Lì incontrò la sua seconda vittima, la collega Muriel Amelia Eady quando nell’ottobre 1944 la invitò a casa sua con la promessa di somministrarle una “medicina speciale” che le avrebbe risolto i problemi di bronchite.

La Eady inalò la mistura da una tazza attraverso un tubo di gomma, la mistura era in realtà un semplice balsamo che Christie usava per mascherare l’odore del gas domestico; quando la Eady iniziò ad inalare dal tubo, Christie inserì un secondo tubicino nella tazza collegato all’attacco del gas.

Inalandolo, la Eady perse presto conoscenza in quanto il gas domestico in uso negli anni quaranta aveva un concentrato di monossido di carbonio pari al 15%, Christie violentò la donna priva di sensi e poi la strangolò, seppellendone il corpo in giardino vicino a quello della Fuerst.

Nel 1948 Timothy Evans, camionista analfabeta e sua moglie Beryl, si trasferirono all’ultimo piano di Rillington Place, dove Beryl diede alla luce la primogenita, Geraldine, nell’ottobre del ’48, alla fine del 1949, Evans informò la polizia che la moglie era morta.

Una perquisizione del civico 10 di Rillington Place rivelò i cadaveri della moglie e della figlia di Evans nel lavatoio esterno, l’autopsia rivelò che entrambe le vittime erano state strangolate e che Beryl Evans era stata picchiata prima della morte.

In principio, Evans, dichiarò che Christie aveva accidentalmente ucciso sua moglie in un tentativo di aborto andato male, ma successivamente si auto incolpò dell’omicidio, la confessione però potrebbe essere stata estorta dalla polizia stessa poiché le dichiarazioni appaiono ancora oggi contraddittorie ed artificiose in molti punti.

Dopo l’incriminazione Evans ritirò la sua confessione ed accusò nuovamente Christie, questa volta di entrambi gli omicidi e l’11 gennaio 1950 Evans andò sotto processo per l’omicidio della figlia.

Christie fu uno dei testimoni principali dell’accusa e negò qualsiasi addebito e collegamento con gli omicidi, la giuria dichiarò Evans colpevole di omicidio e l’uomo venne impiccato il 9 marzo 1950.

La mattina del 14 dicembre 1952, Christie strangolò sua moglie Ethel a letto, l’ultima volta che la donna venne vista in pubblico fu due giorni prima; Christie inventò diverse storie per giustificare la sparizione della moglie agli occhi dei vicini e conoscenti, dapprima disse che era andata a far visita ai genitori a Sheffield; poi, che se ne era andata a Birmingham, il 6 dicembre Christie diede le dimissioni dal lavoro rimanendo disoccupato.

L’8 gennaio 1953 vendette ad un rigattiere gran parte della mobilia di casa, tenendo per sé soltanto tre sedie, un tavolo da cucina ed un materasso sul quale dormire; prelevò tutto il denaro presente sul conto in banca della moglie per il quale aveva delega e non si preoccupò nemmeno più di rispondere alle numerose lettere che i parenti di Ethel gli indirizzavano di continuo chiedendo notizie della moglie.

Tra gennaio e marzo del 1953 Christie uccise altre tre donne che aveva invitato a casa sua a Rillington Place: Kathleen Maloney, Rita Nelson e Hectorina MacLennan.

Maloney era una prostituta della zona di Ladbroke Grove, la Nelson era originaria di Belfast ed era in visita a sua sorella quando incontrò Christie mentre in un bar, sempre lui, conobbe la MacLennan che viveva a Londra con il suo fidanzato, Alex Baker.

Tutti e tre si frequentarono in diverse occasioni e Christie lasciò che la MacLennan e Baker si sistemassero provvisoriamente a Rillington Place in attesa di sistemazione migliore, in un’altra occasione Christie incontrò la MacLennan da sola e la convinse a seguirlo a casa sua dove la uccise, Christie violentò tutte e tre le sue ultime vittime mentre erano prive di sensi ed anche dopo il decesso.

Tutti e tre i cadaveri delle ultime vittime furono nascosti da Christie in un piccolo ripostiglio, originariamente destinato a deposito di carbone per la stufa, nascosto dietro una parete della cucina e coperto con carta da parati.

Christie poi traslocò da Rillington Place il 20 Marzo 1953 dopo aver subaffittato illegalmente il suo appartamento ad una coppia, il padrone di casa visitò l’abitazione la sera stessa e trovando la coppia al posto di Christie, sfrattò gli inquilini irregolari e rescisse il contratto di Christie.

Il padrone di casa autorizzò poi un altro inquilino, tale Beresford Brown, ad utilizzare la cucina di Christie e fu proprio lui che il 24 marzo fece la macabra scoperta dei cadaveri delle vittime e chiamò immediatamente la polizia.

Dopo aver lasciato Rillington Place, Christie andò in un ospizio per poveri a King’s Cross, dove affittò una stanza per sette notti dando il suo vero nome ed indirizzo ma vi rimase per sole quattro notti, scappando il 24 marzo quando la notizia del ritrovamento dei corpi in Rillington Place era ormai sui giornali.

La mattina del 31 marzo, venne arrestato nei pressi del ponte di Putney da un poliziotto che gli aveva chiesto i documenti senza ricevere risposta.

Christie confessò sette omicidi: quello delle tre donne ritrovate dietro il muro della cucina, quello della moglie e delle altre due donne che aveva seppellito in giardino; ammise inoltre di essere responsabile dell’assassinio di Beryl Evans, anche se negò sempre di aver ucciso la piccola Geraldine Evans.

Alla fine, John Christie venne incriminato del solo omicidio della moglie, il processo ebbe inizio il 22 giugno 1953 nello stesso tribunale dove era stato condannato Evans tre anni prima.

Christie invocò l’infermità mentale e disse di non ricordare molto di quanto successo ma il giudice respinse la richiesta e lo dichiarò colpevole di omicidio condannandolo a morte, venne impiccato il 15 luglio 1953 nel penitenziario di Pentonville dallo stesso boia che si era occupato in precedenza anche dell’esecuzione di Evans.

Ma ne aveva fermato solamente uno.

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Questo libro ricostruisce dieci storie vere e agghiaccianti di carnefici che hanno agito nell’ombra di uno dei più grandi conflitti della storia.

Gusztáv Léderer – Terrore bianco

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Gusztáv Léderer nacque il 20 luglio 1893 in una piccola famiglia luterana di Bratislava, in Slovacchia, era figlio di János, un ufficiale militare, e di sua moglie Zsuzsanna.

Inizialmente, Léderer progettava di intraprendere la carriera di impiegato bancario ma allo scoppio della Prima Guerra Mondiale si arruolò volontariamente nell’esercito, forse spinto anche dal passato del padre e raggiunse il grado militare di tenente dell’esercito ungherese.

Lèderer dopo un anno di volontariato conobbe una giovane cassiera di origine stiriana di nome Mária Schwartz, la giovane ragazza era bionda e di straordinaria bellezza, la Schwartz era spesso corteggiata dagli uomini del posto, ma la presenza di rivali in amore apparentemente non infastidiva Léderer.

Per i successivi anni, fu inviato come addetto alla distribuzione di viveri nell’entroterra, fornendo razioni di cibo ai commilitoni, evitando così il servizio in prima linea e il combattimento attivo.

Dopo che l’Austria-Ungheria perse la guerra, Léderer tornò a casa a Bratislava e sposò Mária.

I cechi occuparono Bratislava e Gusztáv Lèderer e suo fratello Sándor fuggirono in campagna, dove progettarono di arruolarsi nell’Armata Rossa ungherese, tuttavia, presto partirono e andarono a Szeged , dove Léderer si unì al corpo ufficiali del Corpo d’armata di Gyula Gömbös , ancora una volta come ufficiale addetto agli approvvigionamenti.

Poco dopo essersi arruolato nell’esercito, divenne una figura nota tra i suoi contemporanei, che affermarono di aver compiuto numerosi omicidi politici contro sospetti comunisti o persone che semplicemente non erano amate in città, divenne membro dell’unità paramilitare di combattimento di Pál Prónay.

Pál Prónay era un comandante paramilitare e reazionario ungherese negli anni successivi alla Prima guerra mondiale, era considerato il più brutale tra gli ufficiali dell’Esercito Nazionale Ungherese che guidò il Terrore Bianco, un periodo di due anni di violenza repressiva in Ungheria perpetrata da soldati controrivoluzionari contro i veri e presunti sostenitori della breve Repubblica Sovietica Ungherese, in particolare contro gli ebrei percepiti come i suoi principali sostenitori.

Decine di migliaia di persone furono imprigionate senza processo e fino a 1.000 persone furono uccise, inoltre, tra 1.250 e 2.500 ebrei, che furono presi di mira in particolare, furono uccisi e decine di migliaia di altri feriti tra il 1919 e il 1921.

Presumendo che tutti gli ebrei fossero traditori e comunisti, le milizie di estrema destra li violentarono, li derubarono e li massacrarono.

Nell’estate del 1919, nelle zone intorno a Szeged e Tibisco, iniziarono ad apparire cadaveri aggrovigliati nei fili; in un’occasione, quando uno di questi corpi fu scoperto lungo una strada di campagna vicino a Röszke, si dice che Léderer sia apparso da un’auto vicina e abbia ordinato con rabbia agli investigatori di lasciare la scena del crimine.

Quando la Repubblica Sovietica Ungherese crollò, Léderer fece parte del corpo ufficiali che attraversò la linea del fronte contro le truppe francesi che occupavano Szeged, colpendo coloro che collaboravano con le autorità comuniste.

Il 5 agosto, prese parte al massacro di Szatymaz vicino alla stazione ferroviaria del villaggio e, il giorno dopo, a un evento simile a Sándorfalva.

Il 18 agosto 1920, Léderer impiccò due persone a Dunaföldvár seguite da altre tre a Kecel, e non si fermò a quelli, a Előszállás impiccò un uomo con la sua stessa cintura e a Bölcske sparò a un mercante e picchiò a morte un altro uomo.

In seguito avrebbe preso parte alle esecuzioni a Tahitótfalu, al massacro di Orgovány e alla tortura e all’esecuzione dei prigionieri rapiti dalla prigione di Kecskemét, Léderer in seguito ammise di provare piacere nel torturare le persone.

Oltre ai suoi doveri militari, Léderer usò i suoi legami politici per accumulare una fortuna personale, nell’agosto del 1919 rubò numerosi beni, cavalli, maiali e altri oggetti di valore per un valore di oltre 300.000 corone da Marcali.

Un’indagine del 1925 rivelò in seguito che Léderer era stato coinvolto anche nella rapina del castello di Batthyány, da cui furono rubati mobili e arredi di valore e in seguito ritrovati nel suo appartamento.

Dopo il consolidamento dello stato di destra, Miklós Horthy ordinò alle unità paramilitari operanti nelle Grandi Pianure e nel Transdanubio di ritirarsi nelle caserme della capitale, poco dopo, a causa della firma del Trattato del Trianon, la maggior parte degli ufficiali in servizio nell’esercito fu licenziata dai rispettivi incarichi e tra questi c’era anche Léderer, che comunque riuscì ad arruolarsi nella gendarmeria e a lavorare a Csepel.

Il tenente acquistò in seguito un grande appartamento a Budapest dove si trasferì con la moglie, da lì si recava facilmente al lavoro oltre a frequentare spesso un caffè lì vicino, dove trascorreva il tempo con i suoi ex compagni ufficiali.

Il suo magro stipendio non era sufficiente a mantenere l’elevato tenore di vita acquisito nel periodo del “Terrore bianco” e, poco dopo, la coppia si ritrovò in difficoltà finanziarie.

Non è chiaro quando i coniugi Léderer incontrarono Ferenc Kodelka, che gestiva una rete di macellerie ed era considerato uno dei cittadini più ricchi di Budapest, quel che è certo è che Kodelka fu attratto dalla bellezza di Mária e iniziò a corteggiarla, cosa che lei non rifiutò, poiché era necessario per mantenere lo stile di vita sfarzoso della coppia.

Alla fine, i Léderer decisero di truffare il macellaio e poi ucciderlo.

Il primo tentativo avvenne nel novembre del 1924, quando Kodelka fu colpito e accoltellato mentre era in visita alla coppia, sopravvisse alle ferite e Léderer spiegò in seguito che i tagli erano dovuti a una vetrata frantumata.

Il secondo tentativo, questa volta riuscito, ebbe luogo nel gennaio del 1925: con il pretesto di concludere una transazione commerciale, a Kodelka gli fu rubata una grossa somma di denaro e fu ucciso nel sonno nell’appartamento di Léderer con la sua arma di servizio.

Dopo che Léderer e sua moglie ebbero ripulito la scena del crimine, nelle ore successive lui cominciò a smembrare il corpo, nascondendone le parti dentro a delle valigie.

La coppia si recò a smaltire i resti sulle rive del Danubio a Csepel, ma fu scoperta dal guardiano di una fabbrica vicina che, per loro sfortuna, li conosceva; l’uomo non credette alla spiegazione dei coniugi Léderer, secondo cui avrebbero gettato un cane morto nel fiume, e avvertì rapidamente la gendarmeria.

Durante la perquisizione dell’appartamento della coppia, Léderer non era in casa, ma in soffitta furono trovate diverse parti del corpo appartenenti proprio al macellaio scomparso.

I gendarmi arrestarono e interrogarono Mária al suo ritorno a casa, e la donna confessò immediatamente di aver contribuito all’omicidio e allo smembramento di Kodelka, nel giro di poche ore, anche Léderer fu arrestato.

L’omicidio di Ferenc Kodelka suscitò un’enorme indignazione, temendo che questo e i suoi precedenti crimini avrebbero compromesso l’intero Stato, i funzionari governativi ordinarono un’indagine approfondita.

Sebbene un gruppo di investigatori di Budapest avesse presentato prove concrete del possibile coinvolgimento di Léderer nell’omicidio, il cosiddetto “Omicidio del Vino”, l’imputato non fu consegnato dalla procura militare alle autorità civili, quindi i suoi possibili altri omicidi rimasero indietro e alla fine non vennero più presi in considerazione.

Nel maggio del 1925, Gusztáv Léderer fu condannato all’impiccagione dal tribunale militare per frode, rapina e omicidio, sua moglie Mária fu condannata all’ergastolo.

Nonostante il desiderio del suo avvocato, Léderer si rifiutò di presentare ricorso contro la sentenza e accettò la punizione, quindi, invece della grazia, il suo avvocato chiese che fosse giustiziato tramite fucilazione.

Ma poiché Léderer era ricercato per essere interrogato come testimone nel processo della moglie, la sua esecuzione fu rinviata fino all’annuncio del verdetto; in attesa della sua esecuzione Léderer confidava che il governatore lo avrebbe salvato grazie al suo impegno nelle forze controrivoluzionarie, ma in completo contrasto, Horthy non solo non lo perdonò, ma respinse anche la sua richiesta di essere giustiziato tramite fucilazione, metodo di esecuzione disponibile solo per i soldati che avevano commesso crimini durante il servizio.

Durante le indagini sull’omicidio di Kodelka, si ipotizzò che Léderer potesse aver commesso l'”omicidio del vino” del 1921, durante il quale il corpo di un direttore di una fabbrica di mobili, István Boros, fu trovato nel Danubio dalla moglie.

Il suo assassino, che si firmava “Béla Kun”, aveva lasciato una lettera nella tasca dell’uomo, affermando che Boros era stato ucciso perché lo aveva riconosciuto, pochi giorni dopo la scoperta, il presunto assassino inviò un’altra lettera agli inquirenti.

Un agente di polizia menzionò che Boros era stato visto schiaffeggiare una giovane donna bionda poco prima della sua scomparsa, il cui marito apparentemente era un gendarme e viveva nella stessa strada dei Léderer.

Oltre a questo, si ipotizzò anche che la coppia potesse essere coinvolta nella scomparsa di un anziano signore viennese che conoscevano, tanto da essere stato invitato al loro matrimonio a Bratislava, dove fu presentato come lo zio di Gusztáv Léderer.

Poco dopo l’uomo scomparve misteriosamente e la polizia cecoslovacca riuscì a trovare solo il suo bastone da passeggio, che fu presentato alle autorità di Budapest durante l’inchiesta del 1925.

La figura di un soldato di destra aggressivo che molestava e poi commetteva atti atroci era ideale per coloro che volevano mettere il governo di Horthy in cattiva luce, durante il governo della Repubblica Popolare Ungherese, Léderer divenne una figura ben nota e ricorrente nel folklore e negli articoli commemorativi del Terrore Bianco.

Dopo che il governatore respinse la sua richiesta, Gusztáv Léderer venne impiccato nel cortile del carcere militare di Margit Boulevard il 12 novembre 1926 mentre Mária fu rilasciata sulla parola dopo aver scontato 15 anni di prigione, morì nel 1943.

Ma ne aveva fermato solamente uno.

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Earle Nelson – Il gorilla assassino

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Earle Nelson nacque Earle Leonard Ferral il 12 maggio 1897 a San Francisco, in California, figlio di una madre di discendenza danese e irlandese, Frances Nelson, e di un padre di origini ebree, James Carlos Ferral.


Entrambi i suoi genitori morirono di sifilide prima che compisse due anni di età e Nelson fu successivamente mandato a vivere con la nonna materna, Jennie Nelson, una devota pentecostale che lo crebbe insieme ai suoi due figli più piccoli.

Nelson mostrò disprezzo per se stesso e altri e a causa di comportamenti “morbosi”, in giovane età fu espulso dalla scuola primaria Agassiz a San Francisco all’età di 7 anni, intorno ai 10 anni entrò in collisione con un tram mentre andava in bicicletta e rimase privo di sensi per sei giorni; dopo essersi svegliato, il comportamento di Nelson divenne irregolare e soffrì di frequenti mal di testa e perdita di memoria.

Nelson iniziò presto le sue attività criminali e fu subito condannato a due anni nella prigione di stato di San Quintino nel 1915 dopo essere entrato con la forza in una capanna nella contea rurale di Plumas, fu rilasciato sulla parola ma fu arrestato di nuovo a Stockton due anni dopo per un piccolo furto e trascorse sei mesi in carcere, dopodiché fu arrestato a Los Angeles per accuse di furto con scasso ma dopo aver trascorso altri circa cinque mesi nella prigione della contea di Los Angeles, Nelson fuggì.

Verso la fine del 1917, Nelson si arruolò nell’esercito americano ma disertò dopo sei settimane, ripeté questo schema in diverse occasioni, arruolandosi in diverse forze armate con nomi diversi prima di disertare ogni volta.

Nel 1918, Nelson fu ricoverato al Napa State Mental Hospital dopo essersi comportato in modo strano ed irregolare durante uno dei suoi brevi periodi nella Marina degli Stati Uniti, uno psicologo della Marina notò che Nelson stava “vivendo in uno stato psicotico costituzionale” ma al suo arrivo al Napa State Mental Hospital, un altro psicologo che visitò Nelson notò che NON sembrava “violento, omicida o distruttivo”.

Durante il suo ricovero, Nelson riuscì a fuggire almeno tre volte prima che il personale smettesse di cercare di localizzarlo, fu formalmente congedato dalla Marina in contumacia il 17 maggio 1919 e il suo fascicolo con l’ospedale fu chiuso con una nota che indicava che era “migliorato”.

Nelson in seguito ottenne un lavoro come bidello al St. Mary’s Hospital , usando lo pseudonimo di “Evan Louis Fuller”, lì incontrò Mary Martin, 60 anni, un’impiegata amministrativa, i due iniziarono a frequentarsi e si sposarono nell’agosto del 1919, Nelson aveva 22 anni.

Il loro matrimonio però fu di breve durata poiché Nelson rese la vita di Mary un inferno con le sue rabbie gelose, bizzarre richieste sessuali, deliri religiosi e un comportamento sempre più violento, portandola a separarsi da lui dopo aver convissuto per soli sei mesi.

Il 19 maggio 1921, Nelson si spacciò per un idraulico per entrare nella residenza di Pacific Avenue a San Francisco dove tentò di molestare la residente dodicenne Mary Summers nel seminterrato.

Le rabbie di Nelson crebbero fino a raggiungere il culmine, iniziò la sua serie di omicidi all’inizio del 1926, la sua prima vittima conosciuta fu Clara Newman, una ricca padrona di casa di San Francisco di 60 anni, Nelson entrò nella sua pensione fingendosi un potenziale inquilino, la strangolò prima di violentare il suo cadavere e nasconderlo nell’appartamento vuoto della pensione.

La sua seconda vittima, Laura Beale, di 63 anni, fu strangolata nella sua casa nella vicina San Jose, la corda di seta che era stata usata per strangolarla era stata avvolta così strettamente intorno al suo collo da essersi conficcata nella sua carne.

Nelson poi strangolò e violentò Lillian Mary, 63 anni, anche lei a San Francisco e dopo due settimane a sud di Santa Barbara Ollie Russell, 53 anni, fu scoperta strangolata con una corda nella sua pensione.

Il 16 agosto, Mary Nisbet, 52 anni, proprietaria di un condominio a Oakland fu trovata dal marito strangolata a morte e violentata nel bagno di un appartamento vuoto.

Molti affermarono di aver visto Nelson nelle varie pensioni degli omicidi e lo descrissero alla polizia come un uomo scuro e tarchiato con “lunghe braccia e grandi mani”, per questo motivo i giornali iniziarono a riferirsi a lui come lo “Strangolatore Oscuro”, l'”Uomo Gorilla” o “Il Gorilla Assassino”.

Nell’autunno sempre del 1926, Nelson si trasferì a Portland, Oregon, dove violentò e uccise la trentacinquenne padrona di casa Beata Withers, il cui corpo fu scoperto dal figlio adolescente nascosto sotto i vestiti in un baule nella soffitta della sua casa.

Il giorno seguente Virginia Grant, 59 anni, fu assassinata in una proprietà vacante di sua proprietà e il corpo fu nascosto dietro la caldaia del seminterrato della stessa casa.

Il 21 ottobre, la padrona di appartamenti Mabel Fluke scomparve dalla sua casa a Portland; il suo corpo fu ritrovato diversi giorni dopo nella soffitta, strangolato con una sciarpa.

Dopo aver commesso i tre omicidi a Portland, Nelson tornò brevemente a San Francisco, dove il 18 novembre violentò e uccise la vedova di 56 anni Anna Edmonds.

Dieci giorni dopo Nelson uccise e violentò Blanche Myers nella sua casa di Portland, qui la polizia fu in grado di recuperare impronte digitali sconosciute dal montante del letto di ferro della Myers.

Dopo aver lasciato Portland alla fine di novembre del 1926, Nelson si spostò verso est e il 23 dicembre il corpo di Almira Berard, 41 anni, fu trovato nella sua casa di Council Bluffs; era stata strangolata con una camicia.

Due giorni dopo Natale la ventitreenne Bonnie Pace di Kansas City fu strangolata a morte e violentata nella sua casa, il suo corpo fu scoperto in una stanza al piano superiore dal marito.

Il 28 dicembre, Germania Harpin, 28 anni, insieme al figlio neonato di otto mesi Robert, furono trovati assassinati nella loro casa di Kansas City, entrambi erano stati strangolati e Germania era stata violentata dopo la morte.

Nelson continuò a spostarsi ancora più a est, uccidendo e violentando la padrona di casa di 53 anni Mary McConnell a Filadelfia e un mese dopo arrivò a Buffalo dove affittò una stanza dalla 53enne Jennie Randolph, tre giorni dopo la Randolph fu trovata strangolata a morte e violentata, il suo corpo nascosto sotto un letto di casa sua.

A Detroit la direttrice della pensione Fannie May, insieme alla pensionante Maureen Atorthy, furono trovate assassinate nella pensione che la May gestiva, i loro corpi furono trovati dal proprietario dell’edificio che era arrivato per riscuotere i fondi dell’affitto da May, lei stessa era stata strangolata con un cavo elettrico tagliato da una lampada da tavolo.

Due giorni dopo Nelson uccise Mary Cecilia Sietsma, 27 anni, a Chicago, fu trovata dal marito sul pavimento della loro casa, strangolata anche lei con un cavo elettrico.

Solo nel 1926 Nelson commise 18 omicidi e violenze conosciute e ritrovate.

L’8 giugno 1927, a Winnipeg, in Canada, la quattordicenne Lola Cowan scomparve dopo essere uscita di casa per vendere fiori artificiali porta a porta e due giorni dopo un’altra donna del posto, Emily Patterson, scomparve.

La Patterson fu ritrovata più tardi quella stessa sera dal marito, violentata e strangolata a morte sotto il letto del figlio.

Durante una perquisizione in una pensione di Winnipeg, la polizia andò della signora August Hill dove Nelson aveva alloggiato di recente, nella sua stanza trovarono il cadavere nudo e in decomposizione della Cowan, la ragazzina che vendeva fiori porta a porta, fu scoperto sotto il letto e il corpo, a differenza di quello delle altre vittime, era stato anche mutilato.

Supponendo che Nelson fosse fuggito negli Stati Uniti, la polizia canadese inviò le sue descrizioni a tutte le stazioni di polizia e agli uffici postali statunitensi, un uomo corrispondente alla descrizione di Nelson che si presentò come “Mike Mowski” fu arrestato nella città di confine tra Manitoba e Minnesota dagli ufficiali della dogana, ma fuggì il giorno dopo.

Il 16 giugno 1927 gli agenti di Killarney, una città di confine con il Dakota del Nord, arrestarono un uomo di nome “Virgil Wilson” che corrispondeva alla descrizione di Nelson, il suo comportamento era, secondo quanto riferito, così calmo e collaborativo che gli agenti presumevano di aver preso l’individuo sbagliato, “Wilson” fu incarcerato nella prigione locale, ma riuscì a fuggire la sera stessa.

Venne poi il giorno in cui Nelson commise un errore, cercò di prendere lo stesso treno che trasportava membri della polizia di Winnipeg e fu ricatturato dodici ore dopo la sua fuga iniziale, fu portato alla stazione di polizia di Rupert Street a Winnipeg, fu fotografato e gli furono prese le impronte digitali per l’identificazione.

Le fotografie di Nelson scattate dalla polizia di Winnipeg furono presto inviate ai dipartimenti di polizia in tutti gli Stati Uniti; ciò portò a identificazioni positive da parte di testimoni in Illinois e in California che affermarono che l’uomo della foto era lo stesso affittuario sconosciuto con cui avevano avuto incontri.

Sebbene sostenesse che la sua identità fosse quella di “Virgil Wilson”, le impronte digitali trasmesse a Winnipeg dal dipartimento di polizia di San Francisco dai suoi precedenti arresti confermarono la sua vera identità di Earle Nelson, inoltre, le impronte digitali di Nelson corrispondevano a quelle lasciate in diverse scene del crimine e i suoi denti coincidevano ai segni trovati su alcune vittime.

Oltre sessanta persone provenienti sia dal Canada che dagli Stati Uniti testimoniarono, molti dei quali collocarono Nelson sulle scene dei vari crimini o lo collegarono a beni rubati dalle case delle vittime.

Nelson il 5 novembre 1927, dopo quaranta minuti di deliberazione, fu dichiarato colpevole di omicidio e ricevette una condanna a morte obbligatoria.

Fu giustiziato per impiccagione alle 7:30 del mattino del 13 gennaio 1928 nella prigione di Vaughan Street a Winnipeg, le sue ultime parole furono: “Perdono coloro che mi hanno fatto del male”.

Ma ne aveva fermato solamente uno.

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